Libertà di parola? Per chi?

La polemica Polanski a Locarno è interessante, ma forse non per i motivi che si potrebbe pensare. I media (almeno quelli italiani) sono unanimi: è una vergogna che il regista non abbia potuto parlare.

Su questo concordo: la libertà di espressione deve valere anche per i condannati, quindi non ci sarebbe nulla di male che Polanski (che condannato tecnicamente non è, se non moralmente) si esprima come e dove vuole, anche se è fuggito dalla giustizia americana (cosa che in sé è molto discutibile, ma non ha nulla a che fare con il diritto di parlare in pubblico).

Tutto giusto, tutto semplice? Mica tanto. Locarno non è per caso il Festival dove l’anno scorso Pippo Delbono ha presentato il suo ultimo film, Sangue, venendo moralmente linciato per aver fatto parlare un terrorista tutt’altro che pentito e aver filmato la morte della madre? Tutte cose molto discutibili e che non mi piacciono, ma se qualcuno avesse il tempo di controllare, non mi stupirei che giornalisti che oggi difendono la libertà di espressione di Polanski sostenessero a suo tempo che Locarno non doveva invitare Sangue.

E quanti altri artisti dicono cose poco politically correct e a quel punto vengono sottoposti a petizioni e boicottaggi? Qual è la differenza con i politici e le associazioni svizzere che hanno attaccato Polanski? C’è un boicottaggio contro la libertà di espressione giusto e uno sbagliato?

Ma facciamo solo un esempio recente e poco legato al mondo dell’arte: Francesco Schettino. La notizia che abbia fatto “lezione all’università” ha scandalizzato tutto il nostro mondo della comunicazione, ufficiale e social. Lasciamo perdere che la realtà era decisamente diversa: anche fosse andato a parlare all’università di quello che era successo, perché una persona che non ha subito neanche un grado di giudizio (e quindi, innocente fino a prova contraria) non dovrebbe farlo? Non è la persona migliore per raccontare quello che è successo la notte dell’incidente, anche considerando che aveva di fronte un pubblico di persone adulte e vaccinate?

Insomma, siamo proprio sicuri che sia sempre una questione di libertà di parola? O che ci siano Artisti che possono dire e fare quasi tutto e artisti che invece è ‘meglio’ che stiano zitti? Insomma, sono tutti uguali, ma qualcuno è più uguale degli altri…


Sangue, polemiche giuste?

E’ impossibile valutare un film che non si è visto e quindi, ovviamente, non lo farò. Ma di Sangue (che temo detesterò) si parla tanto e spesso a sproposito. Iniziamo dalle cose più semplici. Si urla al fatto che abbia vinto un premio al Festival di Locarno, non ricordando che si tratta di un riconoscimento collaterale (malauguratamente intitolato a Don Chisciotte e che nella motivazione parlava anche di “lotta rivoluzionaria”, circostanza che certo non ha aiutato a smorzare le polemiche). Come sa chiunque abbia frequentato un Festival in vita sua, di premi collaterali ce ne sono a iosa ed è difficile per qualsiasi titolo (anche il più brutto) ripartire a mani vuote.

Andiamo invece sulla vera questione, ossia il ‘finanziamento pubblico’. Che però non esiste, nel senso che, da quello che vedo nell’archivio del Mibac, non è stato dato un euro a Sangue. Il film (almeno per ora) non ha neanche la qualifica d’essai (che ha premiato invece quest’anno I 2 soliti idioti, Mai stati uniti e Colpi di fulmine, fate voi…), utile per ragioni fiscali e per sostenere le sale che lo programmeranno. Insomma, soldi/sostegni pubblici non risultano. In questo senso, stupiscono le parole del senatore PDL Francesco Giro, che dopo essersi chiesto se il Mibac aveva finanziato l’opera (un controllo non lo poteva fare preventivamente? Ci volevano cinque minuti), dice che “comunque il film di Senzani-Delbono pare sia stato girato con un cellulare e per questo è stato propagandato come un film a costo zero. E allora i soldi pubblici (quanti?) a cosa sono serviti? Per distribuirlo? In quante copie?”. Sorprende che uno dei politici più specializzati nel mondo del cinema, non sappia che girare un film con un cellulare non significa poi evitare una fase di postproduzione, che comunque comporta delle spese, così come tutti i costi legati alle riprese. E sull’uscita “in quante copie”, a Giro il film risulta essere uscito nelle sale italiane? A me no.

Più complesso il ruolo di Raicinema (azienda che finanzia decine di titoli italiani ogni anno, va ricordato) che sicuramente ha partecipato ai finanziamenti alla pellicola e che si è vista attaccata da diversi politici (Gasparri in primis) per questa scelta. Non so se il sostegno sia avvenuto prima o dopo la visione del progetto. Se è basato solo su una sceneggiatura viene un po’ meno il discorso ‘favoreggiamento’, visto che non si può certo sapere a priori come sarebbe stato affrontato l’argomento BR (sarebbe interessante se questi assassini rivelassero qualcosa per spiegare i tanti misteri legati alle loro azioni e magari, nel caso di Senzani, anche qualche questione meno ‘ideologica’ e più economica). Ma anche nel secondo caso, in questo contesto di Rai come ‘servizio pubblico a favore della cultura’, non è certo una follia che Raicinema abbia finanziato un’opera di un regista apprezzato come Delbono.

Il problema è forse il contesto. Inizio a pensare se il mito dell’impatto culturale che deve avere la Rai non sia appunto tale. Perché il vero problema di casi come Sangue non è se sia giusto o meno farli, quanto l’ovvia conclusione che verranno visti da pochi addetti ai lavori. Che impatto culturale può avere su decine di milioni di persone che pagano il canone? Il paradosso è che in certi ambienti sembra giusto lamentarsi quando con il canone si finanziano i reality che fanno milioni di spettatori (forse è quello, purtroppo, il vero servizio pubblico), ma non quando sostengono opere per quattro gatti. Come spesso dico in questi casi, è più che altro un circolo autoreferenziale che serve a far parlare alcuni ambienti e magari a metà agosto, quando c’è poco da dire.

Infine, non c’è dubbio che una certa sinistra (non solo il Manifesto, quotidiano che nella recensione non si pone grossi dubbi etici sull’opportunità di far parlare un terrorista) magari si scandalizza per una frase, talvolta meno per un omicida. Non oso pensare al fuoco di sbarramento che sarebbe arrivato da certi quotidiani di sinistra se a parlare senza contraddittorio fosse stato, non dico un Fioravanti o un qualsiasi terrorista di destra, ma anche semplicemente qualcuno noto per delle idee (e non delle azioni) razziste/antidemocratiche. Ha perfettamente ragione Giorgio Merlo del PD a dire “quello che incuriosisce ancora di più è il silenzio – compiaciuto o interessato – di tutti quei predicatori, salottieri e progressisti, che firmano appelli e documenti a giorni alterni a difesa della democrazia e della legalità ma poi tacciono di di fronte al protagonismo di persone che sono stati autori di efferati delitti”. Forse è questo il vero scandalo…