Festival di Roma, non c’è pace neanche per Tortora

Poteva filare tutto liscio al Festival di Roma? Poteva veramente andare avanti senza polemiche politiche? Ovviamente no, ma in questo caso il risvolto sorprendente è che destra e sinistra per una volta sembrano unite. L’occasione arriva grazie alla mancata programmazione del documentario Tortora, una ferita italiana, di cui si lamentano per esempio l’esponente del PDL Gianni Alemanno (“A 30 anni dal suo arresto ingiustificato e a 25 anni dalla sua morte mi sembra un grave errore non predisporre la visione di questo documentario e sarebbe un’occasione che il Festival non può permettersi di perdere”), ma anche 24 deputati del PD, che hanno mandato una lettera di protesta alla Boldrini per l’esclusione.

Fermo restando che i politici farebbero meglio a non occuparsi delle programmazioni dei Festival, in ogni caso, al posto dei deputati del PD, aspetterei di vedere il documentario in questione. Da quello che mi risulta (personalmente non l’ho visto, ma ho informazioni di prima mano), il documentario (senza farlo esplicitamente) punta ad accostare la figura di Tortora con quella di Berlusconi, rendendoli entrambi due martiri della malagiustizia. Nel primo caso, sono perfettamente d’accordo sulla giustizia disastrosa e colpevole; nel secondo, mi pare che ci siano delle profonde differenze e quindi questo eventuale paragone sarebbe molto discutibile, anche se in democrazia ognuno ha il diritto di presentare le sue opinioni.

A pensar male, arriva il finale del trailer e un comunicato di Mara Carfagna:

“Apprendo, con stupore, nell’accezione positiva del termine, che anche il Pd sta iniziando a rendersi conto che nel nostro paese delle ingiustizie e delle azioni ‘incomprensibili’ accadono. In questo specifico caso mi riferisco alla lettera che un nutrito gruppo di deputati del Partito Democratico, un po’ in ritardo, ha scritto al Presidente della Camera Laura Boldrini per chiederle di rimediare, dando il giusto risalto al lavoro, all’incomprensibile esclusione del docufilm ‘Enzo Tortora, una ferita italiana’ realizzato da Ambrogio Crespi, dal Festival Internazionale del film di Roma. Quella di Enzo Tortora è una piaga ancora aperta nel nostro paese, anche perché i casi di malagiustizia continuano ad essere perpetrati nel nostro paese con una reiterazione che lascia basiti. Indignazione, questo è il sentimento che mi nasce dentro, nel pensare che ad Enzo Tortora è stata negata anche quest’ulteriore possibilità. Se la giustizia, per fortuna, ha infine riabilitato l’uomo Enzo Tortora,  mi risulta particolarmente difficile comprendere come mai oggi a 30 anni dal suo arresto e a 25 dalla sua morte, non si renda il giusto merito alla sua memoria, alla sua storia, raccontata con garbo e delicatezza da Ambrogio Crespi”.

Insomma, sembra proprio che si voglia parlare del problema giustizia (che in effetti esiste, anche se non è certo Berlusconi la vittima, ma tanti cittadini sconosciuti), ma utilizzando la figura di Tortora a sproposito. A pensar bene, non aiuta il fatto che il regista Ambrogio Crespi sia il fratello del sondaggista che ha lavorato a lungo con Berlusconi. Ci si chiede cosa sarebbe successo se il documentario fosse stato selezionato a Roma: si sarebbe detto che gli organizzatori dovevano ripagare i ‘debiti’ con i loro ‘padrini di destra’? Insomma, se il documentario fosse proprio come mi è stato raccontato (e spero proprio di no), saremmo di fronte alla solita polemica discutibile. E a una figura non eccelsa del PD. Tanto per cambiare, in entrambi i casi…


Gli affitti di Marco Müller

Francamente, non mi aspettavo di dover parlare di scaldabagni nella mia attività, ma il Festival di Roma (e il mondo dei mass media) riserva sempre delle sorprese. Oggi sul Fatto quotidiano Malcom Pagani (che già a marzo aveva parlato di un’operazione di Marco Müller poi smentita) dedica un lungo articolo al festival di Roma, parlando dei suoi problemi economici e sostiene che sarà l’ultima edizione del direttore, tanto da scrivere della sua “scontata abdicazione”. Una delle prove (e la sua futura destinazione) sarebbe contenuta in questo estratto:

“Ha già disdetto il contratto d’affitto del suo appartamento in città (Roma, ndr) ed emigrerà presumibilmente in direzione Locarno (dove i nuovi palazzi del cinema, magnifici, li costruiscono davvero e senza incontrare l’amianto) forse già dal prossimo novembre”.

Per quanto riguarda Locarno, Müller è al momento consulente per il futuro Palacinema di Locarno. Considerando gli esiti positivi della prima edizione locarnese del direttore artistico Carlo Chatrian e del suo contratto (che dura fino al 2014 compreso), non si capisce come Müller possa tornare al comando del Festival che lo ha lanciato per la prossima edizione.

Ma il punto grottesco è la questione dell’affitto. Dovrebbe essere la pistola fumante, che dimostra che Müller sarebbe già con le valigie in mano, ma la realtà, a quanto mi risulta, è ben diversa. Infatti, il direttore si sarebbe convinto a dare disdetta per via di un problema non risolto allo scaldabagno, che gli ha provocato notevoli inconvenienti. Per queste ragioni, Müller ha semplicemente chiesto agli organizzatori del Festival di Roma di essere spostato in un residence e da lì continuare la sua attività. Tutto qui.

Ovviamente, che il futuro del Festival di Roma sia molto incerto e che ci sia una battaglia importante per prenderne il controllo non è certo una grande scoperta. Ma in questa telenovela ci mancavano solo gli affitti a Roma…


Un anno sabbatico? Ma che bella idea…

Leggo dall’interessante intervista di Michela Greco a Lidia Ravera, nuovo assessore alla cultura della regione Lazio, questo passaggio sul futuro del Festival di Roma:

Quindi si tratterà di snellire il festival?
Bisogna ragionare sulla tempistica, sulla qualità e quantità e su un’eventuale fase transitoria. Poi spero che saranno superate le difficoltà attuali, ma di sicuro non quest’anno, perché la situazione è tremenda e bisogna che la gente lo sappia.

Il festival quindi potrebbe saltare quest’anno? Fare un anno di pausa per ricominciare poi con altre premesse?
E’ un’eventualità, ma è presto per dirlo perché non sono decisioni verticistiche.

Ora, non c’è da fare lunghe considerazioni: è un’idea folle. Se alla Ravera non piace il festival del cinema e/o l’attuale gestione, lo può dire chiaramente, suggerendo la chiusura o un cambio di indirizzo ai vertici. Ma saltare un anno significa far dimenticare ai produttori italiani ed esteri la sua esistenza, significa dire: scusate, non siamo in grado di fare una cosa seria e anche per i prossimi anni fareste meglio a rivolgervi altrove. Un Festival vive di continuità (basti pensare a come Berlino e Cannes sono state dirette per decenni dalla stessa persona), se non c’è un discorso ininterrotto allora impossibile lavorare seriamente. Se poi l’anno sabbatico serve per cambiare gestione e tornare alla mitica “Festa del cinema“, quella in grado di fare un cartellone di prime poco significative e di film che poi uscivano in sala il giorno dopo (ma che veniva decantata come la manifestazione per tutta la città, cosa che i numeri smentiscono), magari continuando a spendere 12 o 16 milioni di euro, allora siamo proprio alla follia. A quel punto, se bisogna procedere su questa direzione, fate una bella cosa: risparmiate i soldi e almeno dateci Cannes a Roma, che quest’anno pare proprio che non ci sarà…


A cosa servono le star?

“Hollywood? Per un paio di giorni è a Roma”, scrive il Messaggero nella cronaca cittadina del sabato. Pronti per la presa per il culo del Messaggero? Sorry, oggi mi dedico ad altro, perché il quotidiano (al di là di un po’ di iperbole) non è che si sia inventato nulla. In effetti, basti dire che nel giro di 48 ore sono passati per la capitale Gerald Butler, Aaron Eckhart (questi due per la promozione di Attacco al potere), Michael Douglas (ospite di Amici di Maria De Filippi) e Jeremy Irons/Billie August, arrivati per Treno di notte a Lisbona.

Qual è l’aspetto ovvio di questa notizia? Che a Roma vengono un sacco di star, a spese delle case di distribuzione (o, come capitato per Douglas, di Mediaset). Qual è l’aspetto meno ovvio? Come ripeto da tempo (e colgo quindi questa occasione per confermare la mia opinione), il fatto di giudicare il Festival di Roma in base al tasso di star è ridicolo. Ma come, in una città in cui le stelle arrivano senza bisogno di spendere soldi pubblici, si chiede agli organizzatori di un Festival di investire pesantemente su questo aspetto, come magari capitava nelle edizioni precedenti, per cui si pagavano cachet o quantomeno pesanti spese di viaggio e soggiorno? Capisco il bisogno mediatico di avere qualche nome grosso di cui parlare, ma se tanto questi colossi arrivano ogni settimana ‘spontaneamente’, perché dovrebbe essere il criterio fondamentale per giudicare il buon esito di una manifestazione? E se facciamo i festival (tutti i festival italiani importanti, almeno) con i soldi pubblici in nome della Cultura, come giustifichiamo centinaia di migliaia di euro in viaggi aerei in business class, alberghi a cinque stelle e mangiate nei ristoranti più costosi?

Poi, per carità, uno può disinteressarsi delle star e fare un festival brutto/deludente/noioso lo stesso, ma il punto è semplicemente che la presenza delle stelle non dovrebbe diventare la chiave per giudicare il Festival di Roma


La misteriosa ‘operazione’ di Marco Müller

Qualche giorno fa, esce sul Fatto quotidiano un articolo di Malcom Pagani (che potete trovare anche qui) e che affronta i problemi del Festival di Roma. Sostanzialmente, il pezzo vede profilarsi all’orizzonte una catastrofe, un po’ come certi articoli del Corriere della Sera recenti, tanto da arrivare a dire: “Più facile che falliscano tutti e che a novembre, nella già sventolata indifferenza della città, il Festival non abbia luogo”. Ipotesi un po’ pessimistica, considerando i tanti contratti da onorare (a incominciare proprio da quello di Marco Müller), anche se è indubbio che permangono ancora delle incertezze. Ma il pezzo più interessante è questo:

“Un progetto già finito. Ora che Alemanno è sull’uscio e Renata Polverini non gode più delle fumettistiche perorazioni del Batman di Anagni, Franco Fiorito, anche Müller è in disgrazia. Assediato, sgomento per le lotte intestine, incredulo per i buchi di bilancio, ora anche operato in Svizzera di ulcera, indesiderata compagna di viaggio delle ultime, terribili settimane. Müller era in trattativa per portare l’ultimo Scorsese a Roma. Allo stato, tramontate le illusioni da grandeur hollywodiana, non si può ipotizzare neanche un viaggio all’allegro Festival delle Cerase di Palombara Sabina. Niente denaro”.

Insomma, il paragone è impressionante: il festival è alla conclusione, mentre la salute di Müller sarebbe altalenante, tanto da costringere a un’operazione di ulcera. Una notizia preoccupante per chi conosce il direttore del Festival e che sembrerebbe una metafora perfetta dei problemi della manifestazione. Peccato che da Marco Müller arrivi una secca smentita al fatto di essersi operato di ulcera in Svizzera, sostenendo che si sia trattato solo di un check-up. Per togliere ogni dubbio, Müller è all’Hong Kong International Film Festival (alla faccia anche del “niente denaro e non si può ipotizzare neanche un viaggio all’allegro Festival delle Cerase di Palombara Sabina”), manifestazione a cui sta assistendo, non esattamente un’attività consigliabile (con tanto di lungo viaggio) a chi si sarebbe operato in questi giorni di ulcera. Insomma, tra tanti dubbi legati al Festival di Roma, l’unica certezza è il clima mediatico, sempre più pesante. Ma era difficile pensare che si sarebbe arrivati anche a parlare di operazioni chirurgiche…


Roma, luci e ombre al festival

I Festival a cosa servono? E soprattutto, servono? La domanda sorge spontanea dopo le ultime edizioni di Venezia e Roma. Divise da tutto (in particolare da un valzer di poltrone poco simpatico negli ultimi 12 mesi), ma che sembrano unite nei pessimi risultati in sala per i prodotti italiani presentati (per ora su Roma c’è un solo caso, quello di Alì ha gli occhi azzurri, particolarmente sconfortante, considerando il consenso generale e il premio speciale della giuria, che sono valsi solo 49.000 euro in quattro giorni). Vedendo certi risultati al botteghino, verrebbe da dire di no, non servono neanche agli appassionati, che magari i film se li vanno anche a vedere durante la manifestazione, ma che poi non sembrano avere grande effetto passaparola su amici e conoscenti. Semplicemente, dobbiamo tutti ricordarci di far parte di una nicchia (sempre più autoreferenziale) e che è sorprendente quando capita che il pubblico va a vedere un “film da Festival”, non il contrario. In questo senso, se è normale che testate specializzate seguano certe manifestazioni con grande attenzione, è sorprendente che i mass media generalisti continuino a dedicare tanto spazio a film che, se non passassero a Roma, Venezia o a Torino, non riceverebbero neanche due righe.

A questo proposito, iniziamo quindi con una delle accuse fatte spesso a Marco Müller nelle ultime settimane, quella di autorialità. E’ incredibile che un Festival di questo direttore passi per essere troppo autoriale, lui che è stato in grado di aprire la sua prima edizione di Venezia con la rassegna ‘The Italian Kings of B’s’ (sui film italiani di genere massacrati dalla critica colta) e che, tra le tante cose fatte al Lido, solo due anni fa portava un paio di pellicole di Takashi Miike, di cui una in concorso. La verità è che i festival non sono popolari per definizione e non è che le edizioni di Roma passate lo fossero di più. Semplicemente, avevano quella decina di film americani ed europei passati altrove e con registi/attori più conosciuti, che permettevano alla stampa di avere qualcosa di cui parlare. Ma se anche prodotti come The Social Network e Le avventure di Tintin – Il segreto dell’Unicorno (proposti poco prima dell’uscita in sala) andavano male al botteghino, di che ‘popolare’ parliamo? Quello di Twilight (unico trait d’union tra i vari organizzatori in questi anni), che non ha certo bisogno del supporto dei Festival? Quello della Venezia 2012 (dove non si è visto un solo film popolare tra concorso e fuori concorso, a parte forse Love Is All You Need)? In realtà, più che accusarli di noia autoriale, diversi titoli non sembravano all’altezza di un concorso (e un fuori concorso) che avrebbe dovuto rilanciare la manifestazione capitolina soprattutto a livello internazionale (dove negli ultimi anni era stata completamente ignorata, per via della sua mancanza di anteprime).

Ovviamente, come in tutti i Festival ci sono stati gli alti e i bassi, ma quest’ultimi hanno prevalso, a partire dall’accoppiata Aspettando il mare e Il canone del male che ha aperto la manifestazione (errore strategico che si sarebbe dovuto evitare), per poi continuare con diversi titoli poco convincenti e fuori posto. Peraltro, si è confermato che non è il caso di dare così tanto spazio ai nostri prodotti (non sarebbe stato meglio concentrarsi sui più meritevoli, come ha fatto quest’anno Barbera a Venezia, forse la sua scelta migliore?). L’errore maggiore in questo senso è stato portare in concorso E la chiamano estate, pellicola che è stata contestata in sala e fuori, un bersaglio perfetto per chi voleva attaccare il Festival fin dall’inizio e che magari non andava offerto. Peraltro, il consenso incredibile della giuria, che ha conferito due premi importanti a questo titolo, non fa che contribuire alle critiche, più che smorzarle. Ma basti ricordare che da quest’anno il passaggio al Festival di Roma fa punteggio per i contributi ministeriali e si capisce perché tanti produttori hanno fatto carte false per esserci, anche a fronte di un rapporto spese/visibilità non straordinario.

In tutto questo, c’è comunque una base interessante su cui ripartire. Per chi scrive titoli come A Motel Life, Main dans la main e Spose celesti dei mari della pianura sono stati degli appuntamenti magici, altri molto interessanti (Mental, Carlo!, Il leone di Orvieto), ma qui è questione di gusti personali. Tuttavia, l’importanza di avere una sessantina di anteprime mondiali non andrebbe mai dimenticata, perché se si vuole avere un ruolo a livello internazionale la strada è questa. Altrimenti, si può tranquillamente fare una sorta di Cannes/Berlino/Locarno a Roma, presentando titoli interessanti già passati altrove (soprattutto Toronto). Ma, a quel punto, non ha senso spendere neanche un decimo di quanto si tira fuori adesso. Ed è comunque confortante vedere che dalla Fondazione Cinema per Roma c’è la volontà di lavorare a eventi tutto l’anno, facendo segnare una bella differenza con il passato e magari permettendo così di giustificare dei costi che rimangono ancora molto alti (e sarebbe interessante capire quali siano le spese vive e quelle invece eliminabili). In questo senso, l’Auditorium continua a non convincere molto, visto che per una ragione o per l’altra le sue problematiche portano a delle spese aggiuntive di cui si farebbe volentieri fatto a meno.

Capitolo star. Ce ne erano poche, ma difficilmente si può sostenere che fossero molte meno degli ultimi due anni, dove magari si davano premi e rimborsi spese per far venire qualcuno. Anche qui, però, bisogna capirci. Se si fanno Festival da 12 milioni di euro per portare 3 o 4 star di fronte a un migliaio di romani, in questo clima di austerità è quasi immorale. Se si riesce ad averle all’interno di un programma di film a cui partecipano (e senza spendere) ben vengano, altrimenti a Roma arrivano ogni settimana attori e registi importanti, tutti a carico delle case di distribuzione. Basta capire se si ha voglia di creare un appuntamento veramente importante per gli addetti ai lavori o se si vuole dar vita a degli specchietti per le allodole. Certo, a Roma non si possono portare solo gli attori russi e cinesi, quindi si può e deve sperare che dal 2013 la disponibilità di un maggior numero di film importanti americani permetta anche arrivi più prestigiosi.

Rimangono degli errori di comunicazione gravi, alcuni direttamente dal Festival, altri di mancata reazione a tante voci incontrollate. Come è possibile, ancora in questi giorni, sentir parlare da alcuni mezzi di informazione della mancata presenza di 007 – Skyfall, quando questo film usciva in sala una settimana prima dell’inizio del festival? Perché non smentire subito questa follia? E perché non smentire la bufala sui 400 giornalisti stranieri che sarebbero dovuti arrivare a spese del festival? Fermo restando che 400 stranieri all’Auditorium (qualsiasi fosse la loro professione) non li ha visti nessuno, negli ultimi giorni si è detto (fonte: Corriere della Sera) che erano 100 e che peraltro il budget su di essi è andato a scapito degli addetti ai lavoro che seguono il Mercato. Insomma, più accreditati stampa, meno accreditati del Mercato, così sembra un po’ un teatrino, in cui la mano destra toglie alla sinistra. Più concretamente, è inquietante che un festival che finalmente ha un senso per chi acquista film (perché li può vedere in anteprima, belli o brutti che siano), veda un calo dei compratori, ma sarebbe opportuno chiedersi per cosa venivano spesati negli anni passati (per vedere piccoli film italiani che poi non compravano?). Più grave lo sbaglio su altre situazioni, come la telenovela su Django Unchained e Quentin Tarantino, dati per certi prima entrambi, poi soltanto la visita del regista a Roma (con tanto di comunicato promesso durante la conferenza stampa di presentazione un mese fa e mai arrivato).

Dove peraltro non si è capito molto il discorso a livello di comunicazione, è stato il tentativo di appoggio da parte dei grandi mass media (soprattutto Repubblica e il Corriere), con tanto di interviste esclusive prima del Festival. Risultato? Un generale massacro sulla carta stampata, mentre le tante testate Internet snobbate non sono state da meno. Dove è finito il Müller che due anni fa al Lido incontrava le testate web, prendendosi pure (proprio per dichiarazioni rilasciate nell’occasione) una querela da parte di Paolo Mereghetti?

In questo senso, anche il discorso vendita biglietti (per la cronaca, in zona Auditorium le sale non sembravano certo vuote, ma evidentemente alle proiezioni per il pubblico c’era minore interesse degli anni passati, come dimostra il -15% di tagliandi staccati rispetto al 2011) è stato affrontato male, con prezzi inizialmente schizzati alle stelle (come se il calo generale delle presenze in sala nel 2012 non avesse fatto capire nulla) e poi macchinosi dietrofront quando si è capito l’errore.

Infine, qualche cosa sull’organizzazione in generale. Bene la nuova sala stampa molto più grande e l’abolizione dell’odioso servizio per cui anche gli accreditati dovevano fare file lunghissime per i biglietti di quasi tutte le proiezioni. Ci si chiede invece cosa sia successo a chi realizza i sottotitoli per i film stranieri. Nel migliore dei casi, qualche errore di ortografia di troppo (magari frutto dei tempi ristretti), nei peggiori (soprattutto per i film asiatici) una padronanza approssimativa della lingua italiana.

Insomma, un presente che offre delle speranze, ma senza essere già quello che speravamo e che ci era stato promesso. Magari, un anno intero a disposizione potrà contribuire a creare un programma più interessante e ricco di titoli e star nel 2013. Sperando che nel frattempo i tanti soggetti di questo Festival trovino un’intesa solida e scelgano se andare avanti con decisione con un Festival veramente internazionale o staccare la spina. Terze opzioni è meglio non proporle neanche…


Roma, un business da paura?

Delle due l’una. O sono diventato rincoglionito io e incapace di fare due conti. O Il sole 24 ore è ‘leggermente’ enfatico. Riprendo infatti una notizia del 9 novembre, che titola (senza se e senza ma): “Dalla festa del cinema 400 milioni”. Nel pezzo, la ‘spiegazione': “L’impatto economico della kermesse che si è chiusa lo scorso 4 novembre, infatti, secondo le stime della Camera di Commercio romana è quantificabile in circa 400 milioni di euro, in forte crescita rispetto a soli due anni fa, quando i dati parlavano di 220 milioni”. In sostanza, si dice che grazie alla manifestazione, alberghi, ristoranti, taxi, musei e quant’altro avrebbero incassato 400 milioni, che altrimenti non sarebbero arrivati.

Messa così, non c’è da pensarci un attimo: Rondi e la Detassis devono prendere il posto di Mario Monti al ministero dell’economia, perché hanno fatto un capolavoro. In effetti, con una spesa di 13 milioni di euro (di cui il 70% per mano di privati), avrebbero dato vita a un giro d’affari di 400 milioni di euro, che ne portano qualche centinaio di tasse nelle tasche di comune e Stato. Un vero miracolo italiano…

Se non fosse che questi numeri ovviamente non hanno senso. Possibile che la gente sia venuta nella Capitale in massa per assistere a Tintin un giorno prima della sua uscita in sala? O per vedere dal vivo le pochissime star presenti? Al massimo, si può parlare delle fan (comunque, meno degli anni scorsi) arrivate per incontrare gli attori di Twilight, ma a esagerare stiamo parlando di qualche centinaio di ragazzine che vengono per un mordi e fuggi (è proprio il caso di dirlo).

Che l’articolo di Daniela Mecenate sia un po’ tirato via lo si intuisce quando parla di “130.000 persone che hanno assistito all’edizione 2011″. In realtà, il “totale biglietti emessi” (dicitura che ovviamente dovrebbe comprendere anche i ticket dati ai giornalisti accreditati dopo lunghe code) è di 123.000 unità, che ovviamente non saranno certo stati presi da 123.000 persone diverse. D’altronde, nonostante prezzi che arrivavano a 25 euro per alcune anteprime, gli incassi dei biglietti corrispondono a 472.000 euro, per un costo medio a biglietto di poco inferiore ai 4 euro (che fa capire come un numero consistente fossero gratuiti). Questo significa che il rapporto tra giro d’affari complessivo e guadagni derivanti dai biglietti è di quasi mille a uno. Quindi, un’ipotetica famiglia di quattro persone che è venuta a vedere due film spendendo 32 euro, poi avrebbe tirato fuori dal portafoglio circa 30.000 euro per il resto del soggiorno romano. Forse, fosse venuto Spielberg pagando di tasca propria, avrebbe avuto un senso, ma per persone comuni proprio no.

Peraltro, che entrate possono essere arrivate dall’estero, se i critici stranieri (per stessa ammissione degli organizzatori) si contavano sulle dita di una mano ed erano spesati dal festival, come avviene anche per buona parte (o tutti, francamente non sono sicuro di come funzioni) degli addetti che seguono il mercato?

La realtà è che il Festival di Roma è un evento seguito da giornalisti e addetti ai lavori in gran parte romani, che ovviamente non portano certo grandi entrate alle imprese della città. Così, è interessante sentire il presidente della Camera di Commercio di Roma Giancarlo Cremonesi parlare di “allungamento della durata dei soggiorni a Roma. Se solitamente si sta nella città eterna per 2 notti, in questo caso si sale a 3 o anche oltre”. Posso provare a fornire una spiegazione che con il festival non ha nulla a che fare? Sarà mica che il ponte del primo novembre abbia convinto molti turisti a venire in quel periodo, in cui potevano rimanere dal sabato al martedì? Ma che volete che ci capisca io di economia, rispetto al Sole 24 ore…