4 miti da sfatare

“Se la leggenda diventa realtà, vince la leggenda”. Quante volte ci siamo sentiti ripetere questa citazione de L’uomo che uccise Liberty Valance? Ecco, con il cinema italiano questo succede costantemente. Grazie anche al Rapporto 2014 curato dall’Ente dello spettacolo, vorrei analizzare quattro di questi miti.

miamadrePartiamo da quello che ha fatto più discutere questa estate, ossia le parole di Nanni Moretti sugli spettatori del cinema italiano e che hanno provocato forti discussioni sui mass media. Come solito, si ripropone un mito ormai decennale: “il pubblico non ama il cinema italiano”. Eppure, le statistiche europee dicono tutt’altro. L’anno scorso, eravamo dietro solo alla Francia come quota di cinema nazionale (27,2%), superando tutto il resto del continente. Certo, i dati di quest’anno non sono entusiasmanti (al momento, siamo al 21,3%), ma va detto che nei primi sette mesi e mezzo del 2014 (per avere un paragone calzante) eravamo al 21,1%, quindi la distanza non è enorme (anche se preoccupante, perché c’è il rischio di non arrivare al 25%). Ma basta un’annata brutta per decidere di buttare il bambino con l’acqua sporca (peraltro, con un 2016 che inizierà con lo sbarco del nuovo film di Zalone)? Allora, che ne dite del cinema francese? Nel primo semestre del 2014, la sua quota di mercato era del 48,4%. Nei primi sei mesi di quest’anno, è al 36,5% (fonte, CNC, http://www.cnc.fr/web/en/theater-admissions). Vi sentireste di dire che il pubblico francese mostra una forte disaffezione verso i propri film? Poi, come sempre in questi casi, c’è un cinema italiano che ha un buon rapporto con il pubblico e uno che non lo ha. Ma è ben altro discorso, che personalmente cerco di sviscerare andando a studiare, per esempio, i dati del cinema d’autore.

E, in generale, “gli italiani non amano andare al cinema”? Lo sostengono in molti, ma basta vedere le statistiche sugli intrattenimenti in Italia per capire che la situazione è diversa. Infatti, nel 2014, il 47,8% degli italiani è andato almeno una volta al cinema, contro il 25,2% che ha seguito un evento sportivo, il 19,4% che ha frequentato discoteche e locali da ballo, il 19% che ha seguito concerti (non classici) e il 18,9% per gli spettacoli teatrali. Poi, potremo discutere il vero problema (ossia il fatto che molta gente vada al cinema solo una volta all’anno o giù di lì), ma di certo il cinema in sala, come scrive giustamente il Rapporto 2014, “resta la forma d’intrattenimento preferita dagli italiani”.

In Italia tanti bei film non arrivano”. Di solito, a queste affermazioni, segue una frase tipo “perché i distributori dormono/sono poco coraggiosi”. Su quest’ultimo punto non mi metto a discutere (anche se è chiarissimo, a chi è intellettualmente onesto, che i distributori sono fin troppo coraggiosi, visto l’andamento del Mercato) ed è innegabile che ci siano prodotti (commerciali e festivalieri) che non trovano una distribuzione nel nostro Paese. Eppure, i titoli di prima visione distribuiti in sala nel 2014 da noi sono stati 470, un bel balzo in avanti rispetto ai 355 del 2009 (record negativo degli ultimi quindici anni) e il miglior risultato dal 2003 (quando era stata sfondata quota 500 film). Insomma, anche grazie a tante uscite-evento (di 2-4 giorni), aumenta la quantità e varietà di titoli che arrivano da noi. Senza considerare che, tra dvd, televisione satellitare/pay e distribuzione online (legale e illegale), ormai è veramente difficile sostenere che un film sia introvabile nel nostro Paese…

L’home video tradizionale è morto”. In realtà, l’home theater nel 2014 in Italia ha fatto segnare un giro d’affari di 350 milioni, rispetto ai 614 milioni di quello derivante dallo sfruttamento in sala. Certo, solo un decennio fa, l’home theater poteva vantare cifre ben superiori a quelli dei cinema in sala, ma non per questo i dati sopra esposti sono da buttar via. I veri problemi sono il fatto che il bluray non è mai diventato lo standard di riferimento (lo scorso anno, le vendite in questo formato sono state meno di un terzo rispetto al dvd), così come la crescita del video on demand, costante ma che dovrebbe essere più importante (nel 2014, rappresentava il 7,1% di tutto il reparto), anche semplicemente vedendo quello che succede negli Stati Uniti e in Inghilterra.


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