Autistici e integrati…

Botta e risposta a distanza (anche se senza polemiche) tra Michele Serra (Repubblica) e Salvatore Carruba (Sole 24 ore). Il primo, commentando i dati delle sale italiane nel 2013, scriveva:

“Per un vecchio medium come il cinematografo è un dato in controtendenza e abbastanza clamoroso: il consumo miniaturizzato e individuale dei film, sullo schermo dei computer e dei tablet, viene annunciato come irresistibile esito della rivoluzione tecnologica. Il cinema da sala, così come il teatro, i libri di carta, l’informazione di carta, la televisione generalista, l’intero vecchio mondo mediatico e culturale, sono spesso oggetto di profezie funeste, alimentando l’euforia dei ‘nuovisti’ e il cupore dei nostalgici”.

E’ facile ribattere che proprio la testata per cui scrive Serra si è contraddistinta nell’ultimo anno per annunciare un giorno sì e l’altro pure la morte delle sale, con tanto di titoli “funesti” infilati a forza ad articoli molto meno apocalittici. Per non parlare di quell’esperto di Repubblica che per anni ha detto che il cinema in sala era destinato alla morte e che i film sarebbero stati tutti in 3D (su questo, forse, ci sta ripensando). Aggiungiamo anche che mettere assieme il discorso sui giornali di carta (ovviamente destinati prima o poi a sparire, visto che compendono tanti costi inutili e che con il digitale si possono evitare) con i cinema (che permettono una visione comunque unica) mi sembra poco convincente. Continua Serra:

“Forse si sta sottovalutando il vero e proprio ‘effetto rinculo’ che l’uso monocratico dei computer può innescare: dalla voglia di uscire di casa, se non altro per respirare un po’ d’aria, a quella di condividere con altre persone, e dunque su scala più larga, lo stesso spettacolo, la stessa fonte di emozione o di apprendimento. Si va ai cinema o si entra in una libreria anche per sentirsi parte di una comunità. Sono molto più ‘social’ alcune vecchie e antiquate forme di comunicazione rispetto al palinsesto solitario, vagamente autistico, della persona sola con il suo video tascabile”.

Mi chiedo se anche il settantenne che al bar di legge il suo giornale di carta tutto solo potrebbe essere considerato “vagamente autistico”, ma evidentemente quella è un’attività meritoria. Poi, sul fatto che la gente vada nei cinema per ‘socializzare’ con degli sconosciuti, temo di avere qualche dubbio. Ovviamente, inutile dire che il discorso di fondo (vedere un film in sala è il bene, anche quando la sala fa schifo; vederlo a casa, anche con un ottimo sistema home theater, è il male) non mi piace.

Il discorso di Carruba è molto più condivisibile, visto che non propone l’ottimismo di Serra. Due punti però mi lasciano perplesso. “Non si può nemmeno pretendere, però, che il pubblico vada a vedere film solo impegnativi; o che non cerchi alternative più economiche alle sale”. Possibile che sul Sole 24 ore si parli delle sale come di un divertimento non economico? Con un prezzo medio del biglietto che nel 2013 è sceso a 6,08 euro? E poi questo punto:

“e la vitalità delle sale, il cui declino sta desertificando il paesaggio serale dei centri storici, grandi e piccoli, con gravi conseguenze anche sul loro tessuto sociale. Un processo, quest’ultimo, che rischia di essere accelerato dalla digitalizzazione delle sale, che ne metterà definitivamente fuori gioco molte, impossibilitate ad affrontare i costi di trasformazione”.

Francamente, anche qui mi sembra strano leggere su un quotidiano economico una preoccupazione su sale che, se sono “impossibilitate ad affrontare i costi di trasformazione”, è perché ormai sono più un hobby dei gestori che delle aziende che si possono reggere sulle proprie gambe, visto che di opportunità (contributi pubblici e offerte private per rateizzare i costi di digitalizzazione) ce ne sono tante. Insomma, mi sembra che entrambi i giornalisti (soprattutto Serra) parlino un po’ più per ideologie che secondo dei dati reali…


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