Voglio un Luc Besson italiano!

lucbessonL’ho ripetuto e scritto diverse volte questi anni, ma dopo la visione di Lucy un articolo a riguardo è doveroso. Sinceramente, non ho adorato un film di Besson dai tempi di Nikita e questo non fa eccezione. Mi è piaciuta molto Scarlett Johansson (sicuramente ben al di sopra delle interpretazioni standard per film del genere) e un bel cinismo di fondo nel film (la protagonista non è certo una supereroina dalla morale irreprensibile, in questo credo che l’influenza del Dottor Manhattan di Alan Moore si senta parecchio), ma non finirà nella mia top ten annuale.

Il punto fondamentale è un altro: a parte il fenomeno Colpa delle stelle, Lucy è il successo dell’anno (40 milioni di budget produttivo e 378 di incasso finora, ma supererà sicuramente i 400) e il cinema italiano avrebbe tanto bisogno di un Luc Besson. Un regista/produttore/mogul cinematografico, senza paura di costruire un impero, che parte da propri successi personali per creare una major europea, capace di produrre decine di film con budget importanti, far emergere registi che passeranno a Hollywood e riuscire a creare lavoro per migliaia e migliaia di persone.

E’ questo che rende forte una cinematografia, non un Oscar o una Palma d’oro, di cui quasi sempre beneficiano soltanto quelli coinvolti nel film premiato, con pochissima ricaduta economica su tutto il settore. Perché, a scanso di equivoci, continuare a pensare che il cinema italiano possa tornare (economicamente) grande nel mondo solo con il sostegno dello Stato e con pellicole ‘impegnate’/d’essai, è una grandissima stronzata. Serve invece un imprenditore come Besson che rischia, si prende le sue belle bastonate talvolta, ma costruisce qualcosa di importante. Perché nessuno lo pretende in Italia? Perché tutta l’attenzione è sul candidato italiano all’Oscar o sui titoli che vanno a Cannes? Forse perché è più facile tirar fuori uno o due titoli che se la cavano bene su questo versante, che decine di film economicamente vantaggiosi e che funzionano in tutto il mondo?

 


Il futuro (non) è adesso

Avete letto della petizione del mondo del cinema italiano perché le istituzioni sostengano la diffusione della banda larga in tutta Italia, che tra i tanti benefici magari porterebbe anche Netflix nel nostro Paese? E delle numerose iniziative di piazza che gli artisti italiani hanno organizzato per favorire questa causa? Se non ne avete sentito parlare, non vi preoccupate: me lo sono inventato.

Il fatto è che in Italia il mondo del cinema è malato di necrofilia. Non si pensi che io stia esagerando, il termine giusto è proprio necrofilia. Basti pensare che, mentre per un tema come la banda larga non c’è nessun passione corporativa, ci fermiamo sempre per realtà come l’Eliseo che sta chiudendo o la situazione complicata del cinema America, sostenute da centinaia di mass media e artisti.

In questo secondo caso, io capisco che si possa simpatizzare per questi giovani ragazzi, che sicuramente sono pieni di passione. Ma perché si pensa che dove hanno fallito a suo tempo i professionisti di Cecchi Gori, dei ragazzi senza esperienza dovrebbero avere successo? O forse, più probabile, si ritiene che quello che non si può ottenere dal Mercato, lo debba mettere lo Stato?

Ci sono due cose che trovo decisamente sgradevoli di questa vicenda. La prima è che si fa passare il messaggio che TUTTE le sale d’essai vanno male per colpa del poco supporto delle istituzioni, quindi l’unica alternativa è che lo Stato/Regione/Comune sostenga mecenatisticamente i cinema. E’ un insulto a sale (solo per fare qualche nome) come il Barberini di Roma, l’Anteo di Milano o il Centrale di Torino, che pur con mille difficoltà staccano molti biglietti e magari per film non facilissimi.

La seconda (ancora più sgradevole) è che complimentandosi con queste iniziative, si sta sostanzialmente dicendo agli esercenti ‘regolari’ che sono degli imbecilli ad aver comprato le mura (o a pagare un affitto) del loro cinema, a saldare regolarmente IMU e TARSU, nonché le banali bollette. Perché non si può tifare per chi non si potrà mai permettere di pagare tutto regolarmente (a cominciare dal valore commerciale delle mura del cinema) e poi guardare negli occhi chi deve essere in regola su ogni singola minuzia burocratica, senza se e senza ma.

In tutto questo, ritorna il mio discorso iniziale: il problema del cinema italiano è la necrofilia. L’attenzione enorme per tutto quello che c’era e il totale disinteresse verso il nuovo, di cui spesso non si capisce nulla. Può essere il fatto di parlare costantemente di un grande regista degli anni cinquanta o di un cinema che esisteva già a quel tempo e che rischia la chiusura, senza pensare ai tanti che sono nati negli ultimi vent’anni. O alle guerre sante che si facevano fino a poco tempo fa per salvare le videoteche, che ormai (a parte rarissime e lodevoli eccezioni) non avevano più nessun motivo di esistere. O certe polemiche sulla pirateria e il web, che ancora uno o due anni fa sembrava l’equivalente di Saddam Hussein. Insomma, quando iniziamo a occuparci del nuovo che non avanza?


La realtà di Venezia

E’ un tema molto dibattuto: il Festival di Venezia sceglie film che non hanno mercato? E’ vero che questi titoli non trovano più distribuzione nel nostro Paese? Visto che non mi piace parlare per impressioni superficiali, ho preferito fare una ricerca sui film distribuiti in Italia tra quelli passati al Concorso di Venezia (ossia, la sezione più importante e di maggiore visibilità) e sui loro risultati economici (tra parentesi, i dati in euro dopo il titolo).

Questi i film del Concorso del 2010:

Distribuiti:

Il cigno nero (6.022.593)
La solitudine dei numeri primi (3.424.199)
La versione di Barney (2.622.127)
La passione (2.442.526)
Somewhere (2.055.555)
Noi credevamo (1.510.147)
Potiche (857.762)
La pecora nera (615.952)
Miral (228.898)
13 assassini (187.866)
Venere nera (117.070)
Silent Souls (87.584)
Detective Dee e il mistero della fiamma fantasma (81.916)
Post Mortem (44.072)
Ballata dell’odio e dell’amore (13.102)
Essential Killing (uscito in home video)

Non distribuiti

The Ditch
Happy Few
Promises Written in Water
Road to Nowhere
Meek’s Cutoff
Norwegian Wood
Attenberg
Drei

Percentuale film distribuiti: 66,6%
Media incasso per film: 1.354.091 euro

Questi i film del 2011:

Distribuiti

Le idi di marzo (4.005.109)
Carnage (3.580.204)
La talpa (2.753.540)
A Dangerous Method (2.390.868)
Terraferma (1.706.944)
Shame (1.145.834)
Quando la notte (537.153)
Faust (494.378)
Pollo alle prugne (475.112)
A Simple Life (270.940)
Killer Joe (226.782)
Le paludi della morte (132.347)
L’ultimo terrestre (124.583)
Himizu (acquistato ma non distribuito)
4:44 Last Day on Earth (distribuito solo in home video)

Non distribuiti

Dark Horse
Life Without Principle
Wuthering Heights
Warriors of the Rainbow
Ren Shan Ren Hai
Un été brulant
The Exchange
Alpis

Percentuale film distribuiti: 65%
Media incasso per film: 1.372.599 euro

Questi i film del 2012:

Distribuiti

The Master (1.435.791)
Bella addormentata (1.253.619)
Spring Breakers (919.518)
E’ stato il figlio (894.917)
La sposa promessa (569.706)
Pietà (482.993)
Un giorno speciale (225.227)
Qualcosa nell’aria (183.920)
To the Wonder (166.749)
La quinta stagione (24.912)

Non distribuiti

Thy Womb
At Any Price
Passion
Superstar
Outrage Beyond
Linhas de Wellington
Betrayal
Paradise: Faith

Percentuale film distribuiti: 55%
Media incasso per film: 615.735 euro

Questi i film del 2013:

Distribuiti
Philomena (6.031.921)
L’intrepido (1.263.298)
Sacro Gra (1.097.801)
Si alza il vento (988.337)
Via Castellana Bandiera (418.960)
Tracks (295.834)
Under the Skin (133.171)
Miss Violence (108.039)
La Jalousie (49.584)
Ana Arabia (10.789)
La moglie del poliziotto (6.919)
The Unknown Known (6.273)
Parkland (uscito solo in tv/home video)
The Zero Theorem (comprato, non ancora uscito)
Joe (comprato, non ancora uscito)

Non distribuiti

Tom à la ferme
Child of God
Night Moves
Stray Dogs
Les terrasses

Percentuale film distribuiti: 75%
Media incasso per film: 867.577 euro

E’ ovviamente prematuro fare discorsi sul 2014, visto che alcuni film potrebbero essere acquistati tra alcuni mesi (o anche tra un anno), ma siamo già al 50% di film con una distribuzione e quindi è legittimo pensare che non si farà peggio del 2012 e che ci si potrebbe avvicinare a una percentuale simile (65-66%) a quella del 2010-2011. Insomma, possiamo tranquillamente smentire la diceria che “i film di Venezia non trovano più distribuzione”, soprattutto considerando che nel 2012 c’è stato un record positivo in questo senso.

Più problematico il discorso degli incassi. Trattandosi di medie, un calo di oltre il 50% nel 2012 e di quasi il 40% nel 2013 rispetto al biennio precedente, è un segnale chiaro che i film scelti avevano delle potenzialità commerciali minori (ed è sinceramente difficile pensare che ci sia un nuovo Philomena da sei milioni di incasso tra i titoli passati qualche settimana fa). Qui ovviamente ci saranno due partiti contrapposti: chi sosterrà che un Festival come Venezia deve privilegiare i film difficili, senza preoccuparsi del Mercato; e chi avrà una conferma della distanza sempre maggiore tra la manifestazione e il pubblico (anche e soprattutto quello d’essai) che va in sala.

Comunque sia, questi dati confermano anche che il festival di Venezia rischia di diventare meno appetibile per i film americani, le loro star e, di conseguenza, anche per gli sponsor che circondano la Mostra, che ovviamente hanno bisogno di legare i loro brand a realtà commercialmente importanti. Così come ci sarà meno interesse da parte dei compratori di film, se poi i risultati sono questi. Insomma, comunque la pensiate, è importante sapere questi dati, per fare al meglio ogni tipo di analisi approfondita e non superficiale…


Cose realmente importanti…

Lavoriamo un po’ di fantasia. Immaginiamo che Carlo Verdone quest’anno a Venezia fosse stato presidente di giuria e non un semplice componente della stessa. Immaginiamo anche che l’unico premio uscito per i film italiani fosse quello destinato al miglior giovane attore, ossia uno dei meno importanti. Facile prevedere che Verdone (o chi per lui) sarebbe stato considerato un traditore del cinema italiano, con polemiche infinite sui mass media.

Eppure, è quello che è successo quest’anno con la Francia e il presidente di giuria Alexandre Desplat, che ha portato al suo Paese solo il premio per Romain Paul. La differenza? Che sui quotidiani francesi nessuno si è scandalizzato e ha proposto petizioni per il ritiro del suo passaporto. Sarà frutto di una cultura diversa, che giudica i risultati del cinema francese in un’ottica più generale e non solo legata ai Festival?

P.S.
Si parla tanto di invasione culturale americana nei nostri cinema. Ma che dire dell’invasione francese del Festival di Venezia di quest’anno, peraltro con prodotti sinceramente deludenti (preciso solo che non ho visto il film di Cantet premiato alle Giornate degli autori)? Talmente forti che ‘impongono’ anche i loro prodotti di seconda fila (talvolta, anche terza) nel nostro principale Festival. Ne vogliamo parlare?


Due pesi, due misure

Qual è il criterio migliore per giudicare i film? Personalmente, credo che la soggettività abbia un ruolo fondamentale e quindi non mi scandalizzo per dei giudizi forti, visto che sono il primo ad aver espresso opinioni in contrasto con la maggioranza su tanti film importanti nelle mie precedenti vesti professionali. Credo però che spesso ci siano dei pregiudizi forti e discutibili di carattere ideologico-geografico.

Prendiamo due film che parlano di adolescenti come Colpa delle stelle e Le dernier coup de marteau, il primo grande successo internazionale a sorpresa, il secondo una pellicola francese apprezzata a Venezia quest’anno. ATTENZIONE: seguono spoiler pesanti su entrambi i film, se non li avete visti e non volete rovinarvi le rispettive visioni, non continuate a leggere.

Colpa delle stelle. Ci sono sicuramente degli espedienti discutibili (soprattutto l’applauso nel museo di Anna Frank, molto sgradevole), ma nulla che non rientri nella casistica dei melodrammi. I protagonisti stanno male, molto male. Uno di loro muore, l’altra ha i giorni contati. Il coprotagonista diventa cieco e la sua ragazza (che gli aveva giurato eterno amore) lo lascia. Uno scrittore famoso è ormai diventato un ubriacone inacidito, dopo la morte della giovane figlia. I genitori dei ragazzi vivono un’esistenza infernale. Questa è la situazione dei personaggi del film che molti quotidianisti considerano furbetto (trattandolo con sufficienza enorme) e che invece mostra brutalmente che si può morire giovani, dopo aver sofferto tanto, e al massimo avere qualche giorno di felicità nella propria vita. Non esattamente un messaggio da poco, in una Hollywood ormai sempre più impegnata con supereroi e storie superficiali.

Che accade invece ne Le dernier coup de marteau, apprezzato da molti a Venezia? Per quasi tutto il film, vediamo un ragazzo (giustamente) incazzato con il mondo e vittima di una situazione familiare di grande disagio (economico e morale). Ma, negli ultimi venti minuti, questo giovane che non si allena minimamente, supera un importante provino di calcio, in cui peraltro lo vediamo svogliato per la maggior parte del tempo, tanto che l’azione fondamentale per farsi apprezzare deriva dal fatto che non corre. Poi riallaccia un rapporto importante con il padre, che non lo aveva mai riconosciuto, e che invece adesso decide di passare tanto tempo con lui, arrivando a invitarlo assieme alla madre al concerto e poi a seguirli in un’altra città. Un finale così ottimista che, fosse stato fatto da una major hollywoodiana, sarebbe stato stroncato ed etichettato come zuccheroso e inverosimile, ma che invece non ha minimamente scosso tanti recensori al Lido, che anzi hanno apprezzato.

Riassumendo, un film americano in cui il protagonista maschile muore in maniera scioccante dopo aver subito l’amputazione di una gamba (mostrata coraggiosamente in una scena che qualcuno ha trovato ridicola, vabbeh) e in cui, anche se non la vediamo sullo schermo, la protagonista non durerà molto di più, è trattato con evidente disprezzo. Un film francese in cui, dopo 70 minuti ultrapessimisti, arriva un happy ending incredibile, viene invece accolto con grande rispetto. Più che i film veri e propri, sembrano contare i passaporti. E i pregiudizi


Gli esami non finiscono mai

Perché il cinema italiano è sempre sotto esame? E’ una domanda che mi piace fare in questo momento, quando al Lido i tre film italiani in concorso hanno ottenuto molti consensi, nazionali ed esteri (no, quest’ultimi stavolta erano sostanzialmente veritieri e non frutto di bravissimi uffici stampa). Per chi se lo chiedesse, mi è piaciuto Anime nere, mentre per impegni professionali non ho praticamente visto gli altri due titoli (dico praticamente, perché sono riuscito a vedere i primi 25 minuti, sorprendenti e apprezzabili, di Hungry Hearts).

Ecco, tornando alla domanda iniziale, perché il cinema italiano è sempre sotto esame? Perché si discute se è in salute o meno ogni tre mesi, come se un campo così complesso potesse mutare da un giorno all’altro e per motivi spesso superficiali e/o legati a come vanno singoli titoli, che certo non possono rappresentare efficacemente una produzione variegata di circa 160 film all’anno?

Ma la domanda che mi preme di più è: perché lo stato di salute del cinema italiano dipende solo ed esclusivamente dai premi, che siano gli Oscar o i maggiori festival del mondo? O, al massimo, dagli incassi italiani, peraltro non sempre letti con la dovuta attenzione (per la cronaca, per certi versi la situazione è anche peggio di quanto raccontata da alcuni apocalittici, ma ne riparleremo)? Perché invece non si hanno dati più certi su quanto incassa il cinema italiano all’estero o qual è la sua quota di mercato nei principali (cinematograficamente parlando) Paesi? O quanto stiamo uscendo (e con quali risultati) nelle nazioni emergenti del BRIC? Ecco, questo è un tema che mi interesserebbe approfondire. Quindi, please, dateci strumenti  efficaci. E iniziamo il dibattito


Un’attenzione pericolosa

C’è una cosa che, quando torno da Venezia, mi lascia sempre molto perplesso. Quest’anno più delle altre volte, forse perché è cambiato il mio lavoro.

La questione è semplice. Nell’ultimo weekend sono usciti titoli importanti nelle sale, come Tutta colpa delle stelle (un successone), I mercenari 3 (bene considerando il ‘problemuccio’ che ha avuto il mese scorso) e le Winx (sopra i 700k nei quattro giorni). Ma di tutto questo non c’era praticamente traccia sui quotidiani italiani, che dedicavano il loro spazio soltanto ai film veneziani, buona parte dei quali non avranno un’uscita nelle sale. Posso immaginare che il prossimo giovedì diversi titoli verranno recuperati nelle recensioni, ma certo non si è comunicato ai propri lettori nel momento più opportuno i titoli che interessavano loro maggiormente. Intanto, come capita a tutti quelli che hanno film ai festival, capiterà di sentirsi dire, al momento dell’uscita (ossia quello fondamentale) che del film se ne è già parlato e quindi non uscirà nulla. Insomma, questa strategia non è l’ideale per nessuno (se non a chi ha un brutto film commerciale e fa volentieri a meno delle recensioni).

Ora, dal mio punto di vista strettamente personale e legato ai film su cui lavoro, mi potrebbe andare bene che si parli così tanto di cinema d’autore e molto meno di blockbuster. Ma non credo sia la strada giusta.

Tanto per capirci, non sto virando sulla solita demagogia, che vorrebbe che la critica che disprezza i gusti del pubblico cambiasse rotta. I critici hanno tutto il diritto di stroncare quello che vogliono e, in questo senso, di cinema commerciale da massacrare giustamente ne abbiamo tanto. Ma decidere che film di grande appeal per il pubblico non meritino uno spazio sui giornali, è a mio avviso la scelta sbagliata.

In effetti, quanto si può pensare che si possa trascurare in maniera così plateale il cinema che il pubblico va a vedere, senza che si finisca nella totale irrilevanza? La mia paura è che, a forza di parlare così tanto del cinema da festival quando ci sono Venezia o Cannes, si finirà per generare una reazione opposta da parte degli editori di quei giornali, che a un certo punto si stuferanno di spendere per mandare i giornalisti al Lido (non proprio il luogo più economico del pianeta). E, a quel punto, si passerà da un eccesso di attenzione verso gli autori a una cronica mancanza di spazi, non solo nel periodo del Lido. Vogliamo scommettere?