Il tempo dell’autore

Anche se può sembrare strano, avevo iniziato a scrivere questo articolo ben prima dell’annuncio del vincitore di Locarno, il film di Lav Diaz che dura più di 5 ore (338′, per la precisione). E sì, lo so, non è politically correct dirlo. Ma c’è una maniera fondamentale per far sì che certo cinema d’autore abbia una possibilità di sopravvivere e non diventare solo una serie di prodotti da Festival (che poi il pubblico in sala non vede) o dei lavori innocui perfetti per il Sundance (non tutti, ma molti che passano a quella manifestazione rispettano questa caratteristica).

Tutto questo è riassumibile in una parola sola: “durata”. E’ la differenza tra un prodotto difficile che però è di 85’ e un altro (ugualmente difficile) che ne dura 160’. Per carità, ci sono esempi di film che funzionano bene anche sul ‘lungo’ (un esempio: C’era una volta in Anatolia), ma per lo più le lungaggini che si prendono certi registi (e che gli consentono di prendere certi produttori senza spina dorsale) sono eccessive.

Un film più lungo è un prodotto che ha difficoltà di programmazione (meno spettacoli quotidiani) e soprattutto che rende la vita difficile all’appassionato, che magari non ha tre ore da dedicargli, soprattutto in un giorno feriale. Certo, è un discorso scandaloso per tanti critici che passerebbero tutta la giornata a vedere film, ma si tratta semplicemente di non rendere la visione impossibile a un pubblico d’essai che sta già diventando (anche per questi motivi) sempre più ridotto, almeno per quanto riguarda la frequentazione in sala. Certo, fa più fico difendere sempre la libertà espressiva dell’artista. Ma qualcuno al lato economico ci deve pensare, altimenti il cinema d’autore dovrà chiedere presto aiuto al WWF…


Libertà di parola? Per chi?

La polemica Polanski a Locarno è interessante, ma forse non per i motivi che si potrebbe pensare. I media (almeno quelli italiani) sono unanimi: è una vergogna che il regista non abbia potuto parlare.

Su questo concordo: la libertà di espressione deve valere anche per i condannati, quindi non ci sarebbe nulla di male che Polanski (che condannato tecnicamente non è, se non moralmente) si esprima come e dove vuole, anche se è fuggito dalla giustizia americana (cosa che in sé è molto discutibile, ma non ha nulla a che fare con il diritto di parlare in pubblico).

Tutto giusto, tutto semplice? Mica tanto. Locarno non è per caso il Festival dove l’anno scorso Pippo Delbono ha presentato il suo ultimo film, Sangue, venendo moralmente linciato per aver fatto parlare un terrorista tutt’altro che pentito e aver filmato la morte della madre? Tutte cose molto discutibili e che non mi piacciono, ma se qualcuno avesse il tempo di controllare, non mi stupirei che giornalisti che oggi difendono la libertà di espressione di Polanski sostenessero a suo tempo che Locarno non doveva invitare Sangue.

E quanti altri artisti dicono cose poco politically correct e a quel punto vengono sottoposti a petizioni e boicottaggi? Qual è la differenza con i politici e le associazioni svizzere che hanno attaccato Polanski? C’è un boicottaggio contro la libertà di espressione giusto e uno sbagliato?

Ma facciamo solo un esempio recente e poco legato al mondo dell’arte: Francesco Schettino. La notizia che abbia fatto “lezione all’università” ha scandalizzato tutto il nostro mondo della comunicazione, ufficiale e social. Lasciamo perdere che la realtà era decisamente diversa: anche fosse andato a parlare all’università di quello che era successo, perché una persona che non ha subito neanche un grado di giudizio (e quindi, innocente fino a prova contraria) non dovrebbe farlo? Non è la persona migliore per raccontare quello che è successo la notte dell’incidente, anche considerando che aveva di fronte un pubblico di persone adulte e vaccinate?

Insomma, siamo proprio sicuri che sia sempre una questione di libertà di parola? O che ci siano Artisti che possono dire e fare quasi tutto e artisti che invece è ‘meglio’ che stiano zitti? Insomma, sono tutti uguali, ma qualcuno è più uguale degli altri…


Paolo, vogliamo le parolacce…

Ho recuperato solo la settimana scorsa Fuga di cervelli di Paolo Ruffini, forse il film italiano più massacrato degli ultimi anni. Giudizio critico che non è certo campato in aria. Regia molto scolastica (anche se, a dire il vero, non peggiore di tanti altri attori-registi magari arrivati al decimo film), situazioni improbabili e da ‘comicità facile’ e alcune cose riprese dal peggio dei cinepanettoni (personaggi femminili pressoché inesistenti e doppiati in maniera imbarazzante, tanto per fare un esempio).

Eppure, mi sento di difendere con forza almeno l’operazione commerciale. Non solo perché il film ha incassato più di cinque milioni di euro, ma per essere uno dei pochissimi esempi di comicità scorretta e  che se ne frega coraggiosamente del politically correct, oltre ad aver preso un cast di attori usciti da Internet, trovando in maniera naturale il modo di parlare un linguaggio giovanile. Perché, come insisto a dire da anni (con poco successo), ogni nazione ha la sua produzione di commedie ‘beceri’ e volgari, solo che da noi ogni volta il comico di turno se ne deve vergognare, come se avesse commesso un crimine contro l’umanità, e soprattutto si deve ‘pentire’ dei suoi ‘misfatti cafoni’.

Per questo, sono rimasto dispiaciuto quando ho letto, un mese fa, un’intervista di Gloria Satta del Messaggero a Paolo Ruffini, in cui, parlando del suo nuovo film Tutto molto bello,  lo descriveva così:

“Ho avuto come punto di riferimento il cinema disneyano. […] Ho scritto una commedia per tutti, pulita ed edificante. Niente a che fare con l’umorismo scanzonato e scorretto del mio primo film. Fuga di cervelli era uno scherzo da battaglione, questa volta invece ho calcato la mano sui buoni sentimenti: avevo voglia di far felice il pubblico”.

Ad aumentare la mia preoccupazione, la premessa della Satta, che ne parla come “un film per famiglie che racconta una storia edificante di amicizia e buoni sentimenti e, soprattutto, non contiene momenti grevi e tantomeno parolacce”.

Che palle, non sia mai che ci siano le parolacce… Insomma, ancora una volta ha vinto il politically correct? E’ l’ennesima occasione in cui bisogna fare la commedia carina e inoffensiva? Speriamo proprio di no. Perché anche noi abbiamo bisogno di avere gli Adam Sandler de noantri. E, anche senza arrivare alle vette di Zohan, Ruffini poteva aspirare a diventarlo…