Welcome to New York, tra leggenda e realtà

No, non mi riferisco alle minacce di querela da parte di DSK e signora e alla storia raccontata dal film, ma a questo articolo di Variety, vecchio di quasi due mesi, ma ancora utile per affrontare l’argomento ‘distribuzione alternativa’ (peraltro, non mi pare siano usciti dati più recenti, correggetemi se sbaglio). In breve, si parla del successo in VOD di Welcome to New York di Abel Ferrara, che ha fatto molto parlare di sé alla sua presentazione (fuori Festival) a Cannes e per la distribuzione limitata al web. Il tutto, con un tono entusiasta dell’articolo ripreso da molti commentatori sul Web.

Vediamo di approfondire. Si parla di oltre 100.000 visioni in 8 giorni. Ovviamente, ci dobbiamo fidare di un dato non verificabile, ma prendiamolo per buono. Il prezzo al pubblico è 6,99 euro, quindi un ‘incasso’ di 699.000 euro. Questo è il dato complessivo, ma se togliamo le tasse e la percentuale delle piattaforme, difficile pensare che a Wild Bunch siano arrivati più di 400.000 euro. Considerando che, nell’articolo stesso, si parla di una spesa promozionale di un milione di euro e che da nessuna parte si citano le spese per il film, mi sfugge come si possa parlare (almeno al momento) di successo.

Ma la mia perplessità è più generale. L’articolo fa presente che non è stata violata la legge francese, visto che il film non è stato venduto alle televisioni. A me viene da pensare: niente sfruttamento in sala, niente sfruttamento televisivo, di home video classico a queste condizioni non mi sembra neanche il caso di parlarne. Insomma, le visioni in VOD dovrebbero rappresentare tutta la storia economica del film in Francia (peraltro, non è chiaro se per 100.000 visioni si parla solo di Francia o di tutti i Paesi in cui è uscito, Italia compresa) e quindi fare paragoni (come tanti commentatori pigri/con i paraocchi) del tipo “il film X ha incassato Y in VOD, quel blockbuster ha fatto Z al cinema, quindi il film X è un successo” è assurdo, visto che in un caso lo sfruttamento possibile è limitato al solo web.

Il problema, a scanso di equivoci, non è certo il film (che sta ottenendo un risultato interessante) o Maraval. Più semplicemente, il problema è che al momento vivere di solo Internet è molto difficile per un film (negli Stati Uniti va sicuramente meglio che in Europa). E il titolo di Ferrara, più che rappresentare una rivoluzione, mi sembra un campanello d’allarme. Almeno per chi, tra i presunti esperti, vuole ascoltarlo…


Punti di vista

A tutti voi che vi lamentate che il cinema italiano è in crisi e non lo va a vedere nessuno, oggi vi parlo della Spagna. Quel Paese in cui, come riporta Cinenotes:

Il ministro spagnolo di Istruzione, Cultura e Sport, José Ignacio Wert, ha affermato che la quota di mercato del cinema nazionale quest’anno sarà “eccezionalmente alta” e ha profetizzato che sarà la più alta da quando viene rilevata. “Il cinema spagnolo continua a mietere successi”.

Tutto bene? I nostri colleghi spagnoli hanno trovato la perfetta quadratura del cerchio? Insomma… Quando Wert parla dei continui successi, in realtà si riferisce a un unico, straordinario fenomeno, la commedia Ochos apellidos vascos, che ha superato i 9 milioni di spettatori, per un incasso di 74 milioni di dollari (per avere un’idea, il secondo maggior successo del 2014 ai botteghini iberici, The Wolf of Wall Street, ne ha ottenuti 16).

E il resto? Il resto, commercialmente parlando, non c’è. Nel 2014, a parte lo straordinario caso citato, il primo titolo spagnolo è Pancho, el perro millonario, al 24° tra i maggiori incassi dell’anno con 2,7 milioni di dollari. E non parliamo del 2013. Lo scorso anno, infatti, Tres bodas de más è stato il maggior incasso del cinema spagnolo con 8,5 milioni di dollari, ma anche (incredibile ma vero) l’unico titolo iberico a essere presente nei primi trenta maggiori incassi, per la precisione (solo) al ventiduesimo posto. Bella differenza rispetto al 2012, quando The Impossible (film spagnolo, anche se aiutato dalla presenza di due star internazionali) capitanava al primo posto assoluto una ‘squadra’ di titoli autoctoni che vedeva tre presenze tra i primi nove successi di quell’anno.

Tanto per capirci, nel 2014 il cinema italiano vede tre titoli tra i primi sei maggiori incassi (più preoccupante che, spingendoci più in basso, siano solo 4 su 20). Il 2013 è stato visto da molti come l’anno che Zalone avrebbe ‘salvato’ da solo. Certo, i 51,8 milioni Cinetel (sostanzialmente, il corrispettivo di Ochos apellidos vascos) hanno dato una mano a tutto il comparto, ma il nostro cinema occupa in tutto sette posizioni delle prime 20.

Insomma, una dimostrazione che il cinema italiano ha un rapporto con il pubblico ancora solido e anche variegato (i casi La grande bellezza, La migliore offerta e Il capitale umano dimostrano che non si vive di sola commedia). D’altronde, la quota del cinema italiano quest’anno (come risulta alla settimana scorsa) è del 24,18% di presenze, rispetto a un 24,11% nell’analogo periodo dell’anno scorso (poi, grazie a Zalone, siamo schizzati sopra al 30%). Insomma, come sempre, crisis? What crisis?


Comici in esclusiva

Qualche giorno fa, riflettendo sulla partecipazione di Christian De Sica al nuovo film di Luca Miniero, pensavo al fatto che mediaticamente questa rivoluzione (ossia, il comico di maggiore successo degli ultimi trent’anni che abbandona definitivamente il suo cavallo di battaglia) non ha avuto l’attenzione che ci si potrebbe aspettare. Mi sono detto che sono ormai 4-5 anni che la stampa ha dato (a torto) per morto il cinepanettone e quindi non ha trovato nulla di nuovo da dire.

Un’altra riflessione (forse più interessante) è invece su come i comici in Italia sembrino quasi ‘bloccati’ nella loro carriera e De Sica non fa(ceva) certo eccezione. Se vediamo i suoi film di questo millennio, sono quasi tutti cinepanettoni (a parte sporadiche avventure televisive), almeno fino a quando il giocattolo non si è rotto e ha iniziato a preparare il ‘divorzio’ da questo genere. Ma se prendiamo alcuni dei volti più popolari del nostro cinema negli ultimi 35 anni il discorso non cambia. Leonardo Pieraccioni, Roberto Benigni e adesso il fenomeno Checco Zalone partecipano soltanto ai loro progetti (che siano anche diretti o meno, poco importa) e non hanno nessun interesse a cercare altre avventure produttive per variare i loro impegni. Magari Benigni può anche lavorare con altri, ma sono chiaramente titoli esteri molto ambiziosi/ben pagati (il Woody Allen romano o un kolossal come Asterix e Obelix contro Cesare).

Prendiamo invece l’emblema del comico americano degli ultimi vent’anni, Adam Sandler. Tra tante commedie grossolane, qualcuna migliore qualcuna peggiore, il tempo di fare progetti autoriali lo ha trovato, titoli come Ubriaco d’amore e Reign Over Me, che certo non avrebbero potuto aumentare il suo conto in banca. E non parliamo del coraggio di Jim Carrey nel lavorare a film come The Truman Show, Man on the Moon, The Majestic o Se mi lasci ti cancello negli anni più fortunati (commercialmente parlando) della sua carriera. Anche uno come Tyler Perry, forse l’autore delle commedie più massacrate dalla critica USA, sarà al lavoro con David Fincher e Ben Affleck ne L’amore bugiardo – Gone Girl.

In questo senso, va apprezzata molto la scelta di Carlo Verdone di mettersi in gioco, accettando un ruolo decisamente diverso dal solito ne La grande bellezza, strada che sarebbe interessante veder seguire anche ad altri. Ora, non è tanto in discussione la volontà dei produttori di proteggere i loro cavalli di razza, né quella di certi attori di prendere lauti compensi in cambio della loro parsimonia in termini di ruoli accettati. Ma nulla mi toglie dalla testa che si tratti di una condizione che toglie qualcosa al mondo del cinema italiano, sia in termini economici che artistici…


Non è un problema di blockbuster

Quando si affronta l’annoso (eterno) problema dell’estate cinematografica italiana, quasi sempre contrassegnata da una mancanza di offerte forti (soprattutto in anni pari, con mondiali di calcio o Olimpiadi), ci si concentra solo sui blockbuster, lamentando che non ne escono in numero sufficiente. La questione è discutibile, se vediamo alcuni dati dell’estate 2013, in cui le uscite forti erano state tante, ma non sempre premiate da risultati all’altezza delle aspettative. Tuttavia, vorrei concentrarmi su un altro problema: il cinema d’autore. Una volta terminato fine maggio (e quindi alcune uscite in contemporanea con il Festival di Cannes) bisogna aspettare inizio settembre (lì spesso collegate al Festival di Venezia) per ritrovare qualche titolo forte.

Eppure, non è così in Francia. Il 2 luglio, per esempio, sono arrivati I ponti di Sarajevo e soprattutto Jimmy’s Hall, ultima pellicola di Ken Loach presentata al Festival di Cannes. Sempre in quella data sono usciti Big Bad Wolves e Alla ricerca di Vivian Maier, il 9 sarà la volta di Viaggio sola, mentre il 23 luglio i nostri cugini transalpini potranno godersi due prodotti acclamati come The Raid 2 e Boyhood di Richard Linklater. E arriviamo alla data più sconvolgente, il 6 agosto con Ana Arabia, Detective Dee 2 e soprattutto il vincitore della Palma d’oro Winter Sleep. Ecco, ci pensate a una Palma d’oro che esce il 6 agosto?!?

Qui ovviamente non si discute delle scelte dei distributori italiani, che sarebbero dei folli a proporre pellicole vincitrici a Cannes in date estive simili a quelle francesi. Si mette però in evidenza che, mentre si può convincere il pubblico dei blockbuster a vedere Transformers a metà luglio, è impossibile fare lo stesso con gli spettatori che vogliono un cinema più adulto. Senza contare che, mentre un blockbuster che esce in 700 copie trova il suo pubblico anche in vacanza, un titolo d’autore che deve puntare soprattutto su Roma e Milano trova le città svuotate. Risultato, è sempre giusto auspicare delle programmazioni che devono essere forti tutto l’anno, ma poi per il cinema d’autore questo è impossibile…

P.S.
A vedere le uscite di blockbuster in Francia,  non è che l’estate sia molto più piena di titoloni rispetto all’Italia. A dimostrazione che la vera differenza è quella segnalata sopra…