Il cinema italiano all’estero

Non avevo nessuno dubbio che l’Oscar a Sorrentino avrebbe ‘rilanciato’ il discorso sul nostro cinema all’estero, con tanto di inviti a fare sistema e a trovare i fondi. Sì, ma per vendere cosa?

Il problema è pensare che i film si vendano grazie a venditori furbi e a investimenti promozionali, quando la cosa veramente importante è il prodotto stesso. Sappiamo bene che le commedie nostrane difficilmente superano i confini nazionali, anche quando sono degli enormi successi. Il problema è tutto il resto e da cosa è composto questo tutto il resto. Per lo più, da cinema d’autore che, senza premi in Festival prestigiosi, non ha modo di fare molta strada nelle sale internazionali, in Europa e negli altri continenti.

Proviamo a guardare invece alla Francia, in grado di fornire prodotti come Belle e Sebastien e La bella e la bestia, che possono funzionare bene ovunque (e da noi, particolarmente bene, con circa 12 milioni di euro complessivi). O di lanciare (tanto per dirne una) la carriera action di Liam Neeson, per merito di Luc Besson. Le commedie vanno bene anche in Francia, ma se guardo a un prodotto come De toutes nos forces, mi chiedo (vedendo il trailer) se sarebbe possibile farlo da noi (temo di no, almeno con un regista di prestigio, perché considerato roba troppo lacrimevole e adatta alla Tv).

Un Paese peraltro che dà una mano anche a noi (forse vi è sfuggito, ma il comunicato su Il capitale umano di Virzì, che giustamente è felice dei trenta Paesi in cui è stato venduto il film, fa anche notare che a occuparsene è stata la francesissima Bac Films).

Ovviamente, in questo discorso ci potremmo mettere anche Paesi come Spagna, Germania, Corea o anche Russia, in grado di dare registi interessanti anche per Hollywood, con benefici di tutto un sistema nazionale. Da noi invece si pensa che produrre 160 titoli all’anno e vincere un Oscar ogni 15 anni (ma anche fosse ogni 5 – cosa ormai impossibile vista la forte concorrenza – cambierebbe poco) sia un sistema sostenibile e da difendere.

Per tutto questo, come ho già detto in passato, quando sento parlare di tassa di scopo e modello francese da introdurre anche da noi, mi chiedo semplicemente: per fare cosa? Quali progetti beneficerebbero di un aumento dei budget? Che cinematografia possiamo lanciare nel mondo se puntiamo sui titoli da Festival, soprattutto considerando che il cinema d’autore in tutto il mondo vive grosse difficoltà? Mah…


Perché True Detective è importante

C’è una cosa fondamentale che ci insegna True Detective e per cui ho ammirato questa serie. No, non è la storia in sé, fin troppo glorificata e invece già vista tante volte nel cinema americano, con tanto di ultima puntata eccessiva e fastidiosa. E sì, gli attori sono sicuramente bravi, ma anche un po’ narcisisti (soprattutto Matthew McConaughey) nella loro prova.

E allora? Allora la mia impressione è che True Detective confermi la differenza tra la narrazione degli europei e quella degli americani. Al centro, infatti, c’è un poliziotto misantropo e disilluso della vita dopo la morte del figlio piccolo e che non fa nulla per integrarsi tra i suoi colleghi. Una mente brillante, ma anche disturbata dall’utilizzo di droghe per una missione sotto copertura.

Insomma, il tipo di storia che in Italia probabilmente darebbe vita a un film d’autore, in cui di concreto non succederebbe quasi nulla, con la speranza di andare a un Festival prestigioso. Qui invece un personaggio così crudo e estremo viene messo al centro di un thriller poliziesco intenso ed eccitante, tanto da consentire alla HBO di battere diversi record di ascolto. E ci chiediamo ancora perché i prodotti americani dominano nel mondo? Certo, continuiamo a pensare che sia solo una questione di soldi…


La statistica nel cinema

Questo ottimo articolo parla di statistiche e di ricerche di mercato, di come si dia troppa fiducia all’idea (portata avanti da tante aziende, Google in primis) che dalle analisi di un numero enorme di dati si possano ricavare informazioni sempre più precise sulle abitudini dei consumatori e addirittura sulle epidemie di influenza. La realtà, se avrete la pazienza di leggere l’articolo, è ovviamente diversa, ponendo in evidenza una serie di errori tecnici che mettono in mostra il discutibile approccio utilizzato.

La cosa buffa è che più leggevo l’articolo, più pensavo al mondo del giornalismo e ai suoi problemi. Sarà forse un caso (non credo), ma gli stessi errori che si fanno in queste ricerche statistiche avvengono sui media di tutto il mondo. Vediamoli.

Si fa più attenzione alla correlazione che alle cause
I casi possono spaziare dal delirio puro e disinformato (questo articolo che è girato tantissimo sul web) a semplici idee pretestuose (Nymphomaniac non esce in Italia? E’ colpa della censura e magari anche del Vaticano…). Il giornalista spesso si limita a trovare un legame tra due eventi, senza preoccuparsi se questo legame sia significativo o meno (non parliamo poi di quando ci si inventano le cose tout court).

Quando si tratta di dati, le dimensioni non sono tutto
Spesso si preferisce tirar fuori più idee possibili per portare avanti una tesi, senza preoccuparci se tutte queste idee hanno veramente un legame significativo con la tesi avanzata. Non ho dati scientifici, ma se dovessi parlare per esperienza personale di lettore, di solito un 20% delle tesi proposte dagli articoli scandalistici hanno qualche consistenza, un 30% sono molto superficiali e un 50% totalmente infondate. Ovviamente, numeri anch’essi non statiastici, prendeteli come una semiboutade, ma certo la percentuale di affidabilità non è altissima…

La faziosità nel campione
L’autore dell’articolo mette in evidenza come anche un grande campione di informazioni può produrre analisi pessime se il campione è spostato verso una determinata fascia di popolazione. Esempio semplice, se prendiamo un campione di utenti Facebook molto attivi, non possiamo pretendere che rappresentino tutta la popolazione mondiale, compresi gli ottantenni che non sanno utilizzare Internet. Qui la questione è semplice: i giornalisti cercano di prendere un ‘campione’ significativo di informazioni per i loro articoli? O sono pronti a tutto pur di portare avanti una tesi faziosa? Purtroppo, l’idea che Berlusconi si compri gli Oscar chiamando Obama magari è degna di qualche blogger ‘visionario’, ma tante teorie ‘avveniristiche’ su Medusa si sono lette anche su grandi quotidiani, tanto per fare un esempio lampante…

“N = All”
La tesi che porta avanti soprattutto Google è che, più si raccolgono dati su un fenomeno, più si arriva vicino a capire perfettamente i fenomeni in questione. La questione è semplice: è veramente possibile raccogliere tutti i dati? Un esempio sono le elezioni politiche: i sondaggisti prendono un campione, gli scrutatori prendono tutti i voti e, in quel caso, “N” è veramente uguale a “All”. In tutte le altre situazioni, la possibilità di fare errori nel campione è enorme. Tornando al mondo del giornalismo (ma anche, purtroppo, del mondo degli addetti ai lavori cinematografici, che dovrebbero essere meno disinvolti), la formula “N = All” diventa spesso “I miei amici = All”. Quindi, se i miei amici vanno a vedere cinema d’autore, tutto il pubblico italiano vuole andare a vedere il cinema d’autore e se non lo fa è perché i cattivi multiplex non lo programmano. O, se mio nipote di 10 anni vede i film sui tablet, il cinema in sala è morto. Di queste teorie statisticamente aberranti ho scritto per anni, inutile tornarci sopra…

Un falso positivo
Semplicemente, si prende un esempio che sembra quasi miracoloso delle capacità di analisi di mercato e si dà per scontato che sia lo standard, dimenticando tutto quello che invece non ha funzionato (e che magari l’azienda non ha interesse a promuovere). Ecco che si può prendere un premio ricevuto da un film o un dato isolato dagli altri (un’ottima media per copia in una determinata zona) come un segnale del suo grande successo, dimenticando tutto il resto.

Insomma, la mia impressione è che a scuola statistica si debba insegnare fin dalla tenera età. E non solo per chi sarà impegnato da grande in campo economico, anzi…