Natale al cinema: vincitori e sconfitti

Si può essere soddisfatti delle Feste di Natale e della gente che è andata al cinema? Per ora sì, anche se forse mi sarei aspettato un miglioramento più netto rispetto al 2012. In generale, poco più di un milione di spettatori che si sono aggiunti a quelli del 2012 (11,2 contro 9,9), progresso arrivato soprattutto nei giorni di festa.

Vediamo cosa ha funzionato e cosa meno, iniziando dalle commedie italiane. C’è circa un milione di euro in più per De Laurentiis e il suo Colpi di fortuna, arrivato a 8,4 milioni. Personalmente, sono sempre stato convinto che il (ex) cinepanettone funzioni se è piaciuto quello precedente (in questo caso, l’apprezzato Colpi di fulmine) e mi spiego così anche quest’anno il miglioramento. Si può essere discretamente soddisfatti dei 7,1 milioni di Un fantastico via vai di Pieraccioni, che da una parte confermano l’intelligenza di uscire una settimana prima dei suoi due più diretti concorrenti, dall’altra fanno capire che il passaparola non è stato straordinario. Credo invece che bisognerà riflettere nel campo Brizzi, terzo arrivato su tre con Indovina chi viene a Natale?, finora con meno di 6 milioni (5,7 per la precisione).

Tutti questi titoli, comunque, rischiano di venire colpiti duramente dal ciclone Un boss in salotto, che riporta un titolo fortissimo (sulla carta, decisamente sopra i 10 milioni di incasso) nella prima settimana di gennaio, dopo la pausa del 2012-2013. Il punto è che un tempo la torta da dividere per le commedie era più ampia (per esempio, nella pausa natalizia del 2006-2007, Natale a New York, Olè e Commediasexi portavano a casa complessivamente più di 37 milioni, quest’anno probabilmente non si arriverà a 30), ora bisognerà riflettere sull’opportunità di lanciare tre prodotti comici per le feste (e se l’anno prossimo saranno due, non stupitevi).
Va anche notato che, rispetto al 2012, c’è una lieve flessione per quanto riguarda la quota raccolta dal cinema italiano a dicembre (40% di incassi contro il quasi 43% l’anno scorso), percentuale comunque ancora molto importante e sicuramente soddisfacente.

I film per famiglie sono gli autentici trionfatori del Natale e spingono a riflettere su alcune scelte fatte negli anni passati (il 2012 in particolare), quando le cose non sono andate così bene. C’è sempre fame per questi prodotti (e figuriamoci a Natale), ma ogni tanto sembriamo dimenticarcelo.

Lo Hobbit: la desolazione di Smaug, rispetto all’anno scorso, conquista circa due milioni in meno, cosa peraltro prevedibile dopo un primo episodio non proprio acclamato, e si ferma per ora a 10,6 milioni. La differenza la fa Frozen, autentico fenomeno, come è stato in America e che fa molto meglio del cartone dell’anno scorso Ralph spaccatutto (10,3 contro 3,3 milioni, significa anche che il nuovo titolo Disney tra oggi e domani diventerà il primatista delle feste 2013). Il film ha anche distrutto il povero Piovono polpette 2 (fermo a circa 1,5 milioni), che peraltro rischia di chiudere la sua corsa con l’arrivo di Capitan Harlock e Il castello magico. I due film indicati comunque sono in testa al botteghino, a conferma dell’importanza di questi prodotti.

Per quanto riguarda i film per adulti,  è interessante notare come il fenomeno delle feste dell’anno scorso non lo sia stato durante le feste. In effetti, al 26 dicembre, Vita di Pi aveva raccolto 2,1 milioni di euro, ma poi grazie a un passaparola straordinario era arrivato a un totale di più di 8 milioni. Quest’anno finora I sogni segreti di Walter Mitty ha superato i 3,5 milioni, Philomena è a 2,5, senza dimenticare i buoni dati di Still Life (vicino ai 600k) e Molière in bicicletta (oltre i 300k). Ma, come indicato, meglio aspettare di vedere la tenitura nelle prossime settimane.

In generale, in tutto il 2012 si erano ottenuti 91,2 milioni di presenze e 608,6 milioni di euro, con i dati di ieri per il 2013 siamo a 96,4 milioni di biglietti e 612,3 milioni di incasso (e ricordiamoci che mancano due giorni), quindi chiuderemo con circa 6 milioni di presenze in più. Insomma, forse è il caso di tranquillizzarci, il cinema in sala è vivo e vegeto…


Le vittorie del cinema italiano

Sono sempre ammirato dal fatto che in Italia ci siano solo due obiettivi importanti per misurare lo stato di salute del nostro cinema e riconosciuti da tutti, soprattutto dai mass media. Uno, la partecipazione (e le eventuali vittorie, anche con giurie molto ‘favorevoli’) dei nostri film al festival di Cannes. Due, risultati importanti nella corsa per l’Oscar al miglior film straniero. Quando le cose vanno bene in queste ‘competizioni’, il nostro cinema è forte e trionfa nel mondo. Quando vanno male, siamo in crisi.

Ovviamente, l’attenzione mediatica dedicata a questi aspetti è talmente eccissiva da sfiorare il ridicolo. All’epoca La vita è bella (ultimo nostro trionfo agli Oscar) è stato il film straniero di maggiore incasso di sempre negli Stati Uniti. Questo ha portato a una grande quota di mercato del nostro cinema in USA o nel resto del mondo negli anni successivi? Non mi pare proprio, anzi.

Quest’anno la Francia non è entrata neanche nella shortlist con Renoir. Notizia tutt’altro che sconvolgente, considerando che è dal 1992 (Indocina) che non vincono e con questa saranno quattro edizioni consecutive che non entrano in cinquina (l’ultimo, nel 2010, Il profeta). Ma non erano la maggiore cinematografia d’autore del mondo e quella che produce opere (con registi locali e ‘adottati’) che girano ovunque (risposta facile: sì, lo sono ancora, e i loro film si esportano mediamente bene). E la Cina? Back to 1942 (che abbiamo visto un anno fa al Festival di Roma) non è entrato tra i nove film che si contendono l’Oscar. Anche qui, non una novità: l’ultimo candidato cinese nella cinquina è stato Hero nel 2002. Ma nel giro di pochi anni non diventeranno il maggiore mercato mondiale per incassi in sala?

Ecco, forse è il caso di ricordare le parole di Moretti su Cesare deve morire dei Taviani e il successo al festival di Berlino: “No! Non ha vinto il cinema italiano, ha vinto questo film di Paolo e Vittorio Taviani!”. Appunto, stanno vincendo tanti riconoscimenti importanti Indigo, Sorrentino, Servillo e Medusa, tutti molto meritevoli (e lo dice uno che non è fan sfegatato di questo regista, ma che non può certo negare la sua capacità di fare un cinema che suscita interesse e attenzione nel mondo). Per i ‘successi’ del cinema italiano in generale, aspetto dati importanti di incassi sui principali mercati mondiali…


Rosiconi anni settanta – Parte due

Dopo aver parlato di John Landis, eccoci a parlare di un altro grande regista degli anni settanta, che in una recente intervista al mensile francese Première ha dato grande prova di autostima e realismo.

“Non si può dire che I cancelli del cielo sia stato un flop, visto che a malapena è stato distribuito. Il pubblico non ha neanche avuto l’opportunità di vederlo”.

Intanto, basta leggersi il libro “Final Cut”, per scoprire il delirio della produzione, i tempi folli richiesti e tante cose poco gradevoli (per esempio, un cavallo ucciso per una scena particolarmente pericolosa, una delle tante che hanno subito questi animali). Detto questo, se uno arriva dai produttori con una prima versione di circa cinque ore e mezzo, i guai se li va a cercare. Poi, il film è uscito nella versione di 3 ore e quaranta per pochi giorni a New York (con tante opinioni negative della critica), per essere riproposto alcuni mesi più tardi nella versione ridotta di circa due ore e mezzo, uscendo in 800 sale americane e raccogliendo una pessima media per copia nel primo weekend, in cui aveva ottenuto 1,3 milioni di dollari.

“In compenso, i critici hanno organizzato un complotto contro di me. La ragione? l’unica spiegazione è la gelosia. Il mio primo film, Una calibro 20 per lo specialista (1974) era stato un successo. In seguito, sono arrivati tanti Oscar per Il cacciatore. Quando si ha troppo successo e si è molto giovani, fanno di tutti per distruggerti”.

I critici americani hanno tutto questo potere? immagino allora che le carriere di Adam Sandler, Tyler Perry o tanti altri comici siano durate cinque minuti, visti i pareri dei critici, che li massacrano in continuazione.

“Non credo proprio che il mio film rappresenti la fine di nulla. Lo stesso anno, la Paramount ha fatto uscire Reds, che è costato tre volte di più ed è stato un flop enorme al botteghino. Allora perché Reds non è l’emblema di nulla? E’ soltanto che I cancelli del cielo è un titolo bellissimo e quindi un bersaglio facile per i giornalisti senza immaginazione”.

Elegantissimo prendersela con un collega, soprattutto inventandosi dei dati. I cancelli del cielo è costato 44 milioni di dollari, quindi Reds secondo Cimino dovrebbe essere costato più di 130 milioni di dollari (roba che neanche il secondo Terminator del 1992). Ma basta andare su Box Office Mojo per vedere che Reds ha incassato negli Stati Uniti 40 milioni di dollari a fronte di un budget (realistico e comunque molto alto) di 32 milioni, ben diverso dai 3,4 milioni raccolti da I cancelli del cielo, senza contare i tre Oscar importanti ottenuti (regia, attrice non protagonista e fotografia, per il nostro Vittorio Storaro) e il consenso critico ben diverso. Insomma, Cimino forse dovrebbe preoccuparsi maggiormente del perché non fa film da quasi vent’anni (risposta semplice: l’avete vista quella robazza di Verso il sole? Io sì e gli ho pure dato i soldi al cinema, mannaggia a me), che degli incassi di Warren Beatty…


2013, in Italia torna il segno +

Per chi da tutto l’anno continua a ripetere che le sale stanno per morire e che la gente non va più al cinema, le cifre reali saranno sicuramente una ‘delusione’. Come scrive Felice Ambrosino su un recente Cinenotes, in un articolo intitolato “Cinetel – Il sorpasso”, il numero di presenze nei cinema italiani è in sensibile aumento (a oggi, quasi cinque milioni di biglietti in più, +5,83%), mentre è interessante cosa si dice sulla questione incassi (e da notare il fondamentale aspetto del prezzo medio):

Più difficile il recupero sul piano degli incassi perché mediamente (e a prescindere da quello che dice certa stampa) i prezzi sono diminuiti: il dato annuo rilevato ad oggi indica un prezzo medio (rectius, spesa media) di 6,30 euro contro i 6,63 euro dell’omologo periodo dello scorso anno (al 6 dicembre), cioè una diminuzione del -4,92%. Eppure in questi giorni è avvenuto il piccolo miracolo del sorpasso sullo scorso anno anche sugli incassi. Un miracolo piccolissimo: +0,18% ma significativo proprio per quella diminuzione di prezzo cui si accenna prima.

Intanto, a leggere queste cifre, viene smentita ancora una volta la delirante leggenda metropolitana dell’alto prezzo dei biglietti in Italia (in questo, aiutati anche dalla disaffezione/odio verso il 3D e dal suo costo maggiore). Il dato di incassi a ieri (domenica 15 dicembre) è anche leggermente migliore (563 milioni contro 559, +0,74%). Aggiungo un altro risultato, la quota di incassi fatta registrare dai film italiani rispetto al totale di tutto il botteghino. Al 15 dicembre 2013, il cinema italiano è a 26 milioni di presenze (quindi la quota è del 29,1%) e 161 milioni di incasso. In tutto il 2012 (quindi feste fino al 31 dicembre comprese), eravamo al 25,3%, con 23,1 milioni di biglietti staccati e 146 milioni al botteghino. Qualcuno dirà che il contributo di Zalone è fondamentale, qualcun altro (io, per esempio) che il film evento sono proprio quelli che servono per cambiare rotta e che Zalone fa parte di un sistema, quindi non va considerato un corpo estraneo (e comunque, un film ogni due anni lo fa, quindi è sicuramente più influente di una pellicola di James Cameron, almeno fino al 2016). In realtà, è un falso problema, legato al clima di delirante pessimismo con cui l’anno scorso si salutava la quota di cinema italiano, senza ricordare che tanti Paesi europei importanti (due su tutti, Germania e Spagna) il 25% se lo sognano, figuriamoci il 28-29%. Insomma, da almeno il 2009-2010, ci sono anni in cui il cinema italiano va bene e altri in cui va benissimo, chiaro il concetto?

Mettiamoci anche che queste feste sembrano promettenti per due ragioni. Una la nota Ambrosino e riguarda il “numero complessivo dei giorni festivi: lo scorso anno 13 (contando i 4 giorni del week end e il 26 dicembre) 15, invece, quest’anno”. L’altra riguarda i film: a Natale 2012 molti titoli attesi non hanno rispettato le aspettative (l’unico ad andare oltre le attese è stato Vita di Pi), in questo senso difficile che nel 2013 questo mezzo flop si ripeta. Insomma, come dico spesso: Crisis? What crisis?


E se non comprano loro…

26. Sono i device connessi a Internet che si trovano a casa della famiglia di Paolo Ainio, come si scopre dall’intervista  che ha svolto Claudio Cazzola di Prima Comunicazione. Per chi non lo sapesse, Ainio è stato il fondatore di Matrix (che ha dato vita alla prima concessionaria digitale di pubblicità in Italia e al portale Virgilio) e poi creatore di Banzai, uno dei maggiori editori italiani su Internet. Insomma, se fate la storia del web in Italia, è impossibile non parlare di lui, anche se citate solo due o tre nomi.

Nello specifico, i 26 device connessi a Internet dipendono anche dal fatto che gli Ainio sono in sette (marito, moglie e cinque figli, dai 6 ai 21 anni) e che posseggono 7 iPad, 5 smartphone, 4 Pc, 4 Decoder di Sky, 3 Kindle e 3 Apple TV. Insomma, definirla una famiglia ultratecnologica è come sostenere che Tony Stark ha qualche aggeggio intrigante a casa sua.

Una cosa mi ha incuriosito molto nell’intervista (ricca di spunti interessanti per gli addetti ai lavori), ossia questo passaggio:

“In famiglia stiamo davanti alla tivù circa 4 o 5 ore alla settimana, ma se penso a tutti i media che guardo (i film scaricati su Torrent…)”

Ecco, a meno di un errore del giornalista, da questa frase devo dedurne che gli Ainio scaricano film su Torrent. Ora, possiamo reagire in due modi. Scandalizzarci, che probabilmente è la reazione standard di tanti professionisti del settore, magari più in là con gli anni. Io propendo invece per un’altra strada. Possibile che un precursore di Internet in Italia, a suo grande agio con la tecnologia, comunque si ritrovi a scaricare film in questo modo? C’è qualcosa che non va nel nostro Mercato VOD, perché se non riusciamo a convincere una famiglia del genere a diventare consumatrice di un servizio SVOD (a parte forse quello di Sky, dai device che leggo, che comunque non è certo una piattaforma digitale, ma solo un’aggiunta al servizio televisivo) e non dover passare dai torrent, il problema è più del nostro settore che degli Ainio…


Venezia e gli incassi italiani

La scorsa settimana, ho analizzato i dati dei film vincitori della Palma d’oro, dal 2000 in poi, sul Mercato italiano. Vediamo di fare qualcosa di simile per le pellicole italiane che sono andate in Concorso a Venezia negli ultimi cinque anni:

2013
Sacro GRA di Gianfranco Rosi: circa 1,1 milioni
Via Castellana Bandiera di Emma Dante: 407k
L’intrepido di Gianni Amelio: 1,2 milioni

2012
Bella addormentata di Marco Bellocchio: 1,2 milioni
E’ stato il figlio di Daniele Ciprì: 894k
Un giorno speciale di Francesca Comencini: 225k

2011
Quando la notte di Cristina Comencini: 537k
Terraferma di Emanuele Crialese: 1,7 milioni
L’ultimo terrestre di Gian Alfonso Pacinotti: 124k

2010
La pecora nera di Ascanio Celestini: 615k
La solitudine dei numeri primi di Saverio Costanzo: 3,4 milioni
Noi credevamo di Mario Martone: 1,5 milioni
La passione di Carlo Mazzacurati: 2,4 milioni

2009
La doppia ora di Giuseppe Capotondi: 822k
Il grande sogno di Michele Placido: 3,1 milioni
Baaria di Giuseppe Tornatore: 10,5 milioni
Lo spazio bianco di Francesca Comencini: 1 milione

L’annata in cui in media i film sono andati meglio è il 2009, con una media di 3,85 milioni di euro, ma ovviamente pesano molto i dati del film di Tornatore. Dati molto interessanti anche nel 2010, con una media di due milioni a titolo. Dal 2011, un calo con 800k a film, dato che sostanzialmente si ripete nel 2012.

Insomma, il 2013 è sicuramente andato meglio delle precedenti due edizioni, non solo per un banale calcolo numerico (900k di media), ma soprattutto considerando la difficoltà dei film. Quindi, si può essere soddisfatti ed evidenziare come il Festival di Venezia abbia funzionato bene come lancio per progetti che altrimenti (almeno in due casi su tre) sarebbero passati inosservati o avrebbero avuto addirittura difficoltà a uscire in sala. Certo, poteva funzionare meglio il film di Amelio, ma viste le critiche ricevute, non si poteva sperare molto meglio. D’altro canto, i premi (e soprattutto il Leone d’oro) per Sacro Gra e Via Castellana Bandiera hanno pesato parecchio e non è certo scontato che ogni anno il cinema italiano otterrà riconoscimenti. Insomma, sarà interessante vedere cosa succederà l’anno prossimo, se ci sarà un’edizione ‘normale’ (quelle in cui il cinema italiano vince magari un riconoscimento di secondo piano, ma non il massimo premio)…


Rosiconi anni settanta

Una delle cose che ho sempre trovato tristissime, già quando ero un semplice appassionato, era il commento di qualche regista che non lavorava più e che si lamentava di tutto, confondendo problemi personali e situazioni generali.

Prendiamo John Landis e le sue dichiarazioni al Mar del Plata Film festival, riprese dall’Hollywood Reporter. E’ un regista che ha diretto film meravigliosi, dei classici indimenticabili, ma certo non può passare per il realizzatore d’avanguardia che ha fatto/fa film troppo difficili per il pubblico.

“Non sono così vecchio, ma molti dei miei film hanno fatto più soldi alla seconda, terza o quarta settimana, perché avevamo quello che è chiamato passaparola. Oggi, se un film non incassa nei suoi primi due giorni, sei fottuto!”.

Cambierei la frase: se il tuo film esce in 3.000 copie e non incassa, viene smontato. Se esce in 10 sale e non incassa una buona media per copia, magari non viene smontato subito, ma ha una vita breve davanti. Cosa che capitava anche prima. Semplicemente, quando i film sostanzialmente si vedevano solo al cinema e non esisteva l’home video (legale o meno), poteva accadere che un film di successo rimanesse in sala per un anno. Adesso non ha più senso, ma i flop rimanevano tali anche all’epoca. Se poi vogliamo parlare dell’abitudine (almeno fino a Il padrino, ma a quel tempo Landis non aveva ancora film realizzati) di uscire in poche piazze anche per i filmoni e poi allargarsi, beh, per ovvie ragioni di marketing e di opportunità è stata superata, tranne per le pellicole da Oscar…

“Uno dei problemi di Internet e che nessuno ha risolto è che YouTube, Google, Yahoo possono esistere solo perché prosperano grazie alla pirateria. Devono rubare la proprietà intellettuale, sono come dei vampiri. Come combattere questo stato di cose? Ora, ci sono delle generazioni nel mondo che ritengono che scaricare qualcosa gratuitamente non sia un furto. Non passa loro neanche per la mente, quindi la proprietà intellettuale ha perso di significato. Un tempo, scrivevi un libro o un’opera teatrale ed era tuo, mentre adesso viene stuprato continuamente. E’ molto complicato e io non ho delle risposte in merito”.

A parte i toni apocalittici, quando si dice vivere nel presente… Il tutto sembra una scusa per giustificare la sua inattività, ma la realtà è più semplice: Landis non ha un successo dal 1988, ai tempi de Il principe cerca moglie. Poi, sono arrivati questi film (e i relativi incassi americani):

Oscar – Un fidanzato per due figlie (1991, 23,5 milioni di dollari)
Amore all’ultimo morso (1992, 4,9 milioni di dollari)
Beverly Hills Cop III – Un piedipiatti a Beverly Hills III (1994, 42 milioni di dollari, un flop considerando che l’episodio precedente aveva fatto 153 milioni negli States)
The Stupids (1996, 2,4 milioni di dollari)
Blues Brothers – Il mito continua (1998, 14 milioni di dollari)
Delitto imperfetto (1998, credo non sia uscito nei cinema americani)
Ladri di cadaveri – Burke & Hare (2010, 4.833 dollari negli Stati Uniti, 4,3 milioni nel mondo)

Insomma, proprio un complotto per non mettere in pericolo James Cameron e il record di Avatar


Quattro grazie a Checco Zalone

Perché ringraziare Checco Zalone, anche se non vi chiamate Giampaolo Letta o Pietro Valsecchi?  Vediamo qualche buon motivo…

– La ragione più semplice è che Sole a catinelle ha riportato fiducia a tutto il mercato cinematografico italiano. Gli esercenti hanno rimesso a posto i loro conti, chi aveva paura di investire è stimolato da un dato del genere e, a meno che non siate antiberlusconiani all’ultimo stadio, è positivo che Medusa venga rilanciata da un incasso così alto, per il bene di tutto il cinema italiano…

– Non si prende troppo sul serio. Di fronte a registi che per un premiuccio di cortesia a Venezia ti spiegano come dovrebbe funzionare il Mercato (loro che magari non arrivano a un milione di euro di incasso), il fatto che Zalone (che qualche titolo in più lo avrebbe) non si sia messo a pontificare sulle cose da fare e non fare è quasi miracoloso.

– Detto questo, non è che Zalone stia zitto e non prenda posizione. Dall’intervista di Antonio Autieri su Box Office: “L’errore, non solo del cinema ma anche della Tv e di qualsiasi mercato, è di pensare che il consumatore sia stupido”. “Il cinema è un’industria che deve produrre utili; al bando i finanziamenti statali; si pensi a fare cose che piacciono al pubblico”. “Quando sento parlare i ”capoccioni”, i distributori o i produttori, avverto questa naturale tendenza a ritenere stupido il pubblico”. Zalone for president, now!

– Non è diventato un prezzemolino. Vanno fatti i complimenti a lui, Valsecchi e Medusa per aver gestito benissimo la sua immagine e le sue presenze. Sarebbe stato semplice sfruttare il successo di Che Bella giornata per fare comparsate a peso d’oro in trasmissioni televisioni e per andare sui giornali un giorno sì e l’altro pure a discutere di politica, calcio, gossip e altro. Per fortuna di tutti, questo è stato evitato, tanto che le perplessità che qualcuno aveva anche sulla promozione (il trailer è arrivato praticamente un mese prima dell’uscita) si sono rivelate infondate…


Gli incassi delle Palme

Quanto incide una Palma d’oro sui risultati di un film al botteghino italiano? Una domanda che, con l’uscita de La vita di Adèle, mi sembra attuale e che mi porta a fare questa ricerca, dal 2.000 in poi…

Dancer in the Dark (2000): 1,4 milioni
La stanza del figlio (2001) di Nanni Moretti: 6,1 milioni
Il pianista (2002) di Roman Polanski: 4,8 milioni
Elephant (2003) di Gus Van Sant: 1 milione
Fahrenheit 9/11 (2004) di Michael Moore: 8,9 milioni
L’Enfant – Una storia d’amore (2005) di Jean-Pierre e Luc Dardenne: 528k
Il vento che accarezza l’erba (2006) di Ken Loach: 1,5 milioni
4 mesi, 3 settimane, 2 giorni (2007) di Cristian Mungiu: 621k
La classe – Entre les murs (2008) di Laurent Cantet: 1,7 milioni
Il nastro bianco (2009) di Michael Haneke: 620k
Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti (2010) di Apichatpong Weerasethakul: 126k
The Tree of Life (2011) di Terrence Malick: 2,8 milioni
Amour (2012) di Michael Haneke: 1,2 milioni
La vita di Adèle di Abdellatif Kechiche: 1,5 milioni

Da questo elenco, toglierei due dati poco significativi, per ragioni diverse. Il film di Moretti è in linea con i dati dei suoi ultimi prodotti, anche perché la Palma è arrivata un paio di mesi dopo l’uscita nelle sale italiane e quindi ha inciso poco. Discorso diverso per Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti, film che senza la Palma semplicemente non sarebbe arrivato nelle sale italiane.
Va considerato che, più andiamo in là con gli anni, e più i dati sono incompleti e inferiori al reale, viste le minori sale monitorate dal Cinetel. Quindi, considerate pure i risultati dal 2000 al 2005 (almeno), discretamente sottostimati rispetto alla realtà.

Insomma, che ne possiamo dedurre? La mia impressione è che, come altri premi (soprattutto Venezia), il valore commerciale della Palma d’oro si sia affievolito, anche perché (molto banalmente) si è ridotto il pubblico che va al cinema a vedere questi prodotti. Gli 8,9 milioni di euro ottenuti da Michael Moore (probabilmente il dato reale è oltre i 10 milioni) sono qualcosa di ormai irripetibile, peraltro per un documentario (farebbe bene a ricordarselo chi solo da due mesi parla di sdoganamento del documentario e amenità del genere).

Ma anche gli 1,4 milioni di Dancer in the Dark (in realtà avrà superato i due milioni) e gli 1,5 de Il vento che accarezza l’erba sono vette che i due registi Lars Von Trier e Ken Loach ormai vedono con il binocolo. Va segnalato invece il dato di The Tree of Life (aiutato anche dalla presenza di Brad Pitt) e che le ultime due Palme d’oro, per ragioni diverse, non erano commercialmente facili e hanno comunque ottenuto risultati importanti (almeno nel panorama del cinema d’autore attuale).

Ma forse è proprio questo il punto: i grandi Festival lanciano sempre più spesso prodotti che difficilmente troveranno un grande pubblico. Iniziativa da una parte lodevole, dall’altra che spiega come mai i dati sono commercialmente meno interessanti. Questo, senza dimenticare come Cannes sia in grado di lanciare un film difficile come Amour in tutto il mondo e portarlo a cinque nomination pesanti agli Oscar. Insomma, c’è Festival e Festival…


Cinema senza mercato

Non le manda a dire Richard Borg, amministratore delegato di Universal ed ex presidente dei distributori cinematografici italiani, sul passaggio definitivo al digitale e alla scomparsa definitiva della stampa in pellicola (a meno che non venga pagata a caro prezzo dall’esercente, ma a quel punto, se non si hanno i soldi per passare al digitale, improbabile che si possano spendere costantemente migliaia di euro per le pellicole). Ecco cosa ha detto sull’ultimo numero di Box Office:

Il settore ci arriva perché è obbligato ad arrivarci, non ci sono mezze misure. Che sia il 31 dicembre o che sia il 31 marzo, come qualcuno sta ipotizzando, cambia poco: alla prima riunione con la nuova presidenza affidata ad andrea Occhipinti, si è già parlato di un’estensione dei termini; secondo me è un segno di debolezza inaccettabile, ma ognuno ha la propria politica. Così si continua a far male al mercato: si continua a cercare di salvaguardare gli ultimi fuochi di qualcuno che comunque è destinato a non operare più in questo settore; e i problemi aumentano invece che diminuire. Sicuramente qualche struttura si perderà, purtroppo: non è un fatto di cui siamo contenti, tutt’altro, ma sono cinema che non hanno più mercato perché la gente non è più interessata a frequentarle. io ho la mia opinione: sospetto che molti operatori prendano il passaggio al digitale come scusa per cercare in tutti i modi di avere qualche aiuto per sopravvivere ulteriormente, mentre dovevano fare molto di più prima per stare in piedi. Peraltro, per troppi operatori l’anno cinematografico era finito a luglio: ci sono aziende di distribuzione che già durante l’estate affermavano che le sale non sarebbero riuscite a superare lo switch off e ad arrivare a fine anno. eppure si sapeva che sarebbe arrivato un ultimo trimestre del 2013 potentissimo, con un fenomeno straordinario come Checco Zalone, un mese di novembre con tanti film forti e un natale che, come spesso avviene, può fare la differenza.

Ecco, dove Borg coglie perfettamente nel segno (e mi trova pienamente d’accordo) è nel fatto che stiamo perdendo tempo e risorse per andare dietro a sale che ormai non sono più un business, ma un hobby. Quando alcuni schermi incassano in un anno 50-70.000 euro, è ovvio che servono poco a tutti (non solo a chi fa cinema e agli spettatori – in questo caso assenti – ma anche ai loro proprietari) e che difendere questi schermi a spada tratta è più questione simbolica/retorica che concreta.

Ma, in generale, un problema tipicamente italiano (e che certo non riguarda solo il mondo del cinema) è l’assurdità di voler pensare soltanto ai tradizionali posti di lavoro (ammesso e non concesso che alcuni di questi lo siano, almeno a livello di reddito) che si possono perdere. E quelli che non arrivano per colpa di questa mentalità? Avete mai sentito un addetto ai lavori lamentarsi di quante persone troverebbero un impiego (diretto o di indotto) con l’arrivo di Netflix in Italia? E, in generale, quanti nuovi lavoratori ci sarebbero con un mercato VOD ai livelli di Francia e Inghilterra e delle ragioni vere (please, non la pirateria, che esiste ed è fortissima anche negli Stati Uniti) per cui non lo abbiamo? Forse bisognerà iniziare a parlarne…