Ha ancora senso uscire in sala?

La domanda del titolo è retorica e tendenziosa. Ovvio che per i prodotti importanti la sala è un’entrata fondamentale. Ma per tanti altri film medio-piccoli, ormai sta diventando sempre più una spesa obbligata (per obblighi di legge o per convincere Sky ad acquistare il prodotto a un prezzo più alto, magari comprandosi da soli i biglietti) che un’opportunità. Vediamo cos’è successo nell’ultimo mese (non ho considerato in questo elenco sotto tutte le riuscite di film vecchi e iniziative speciali, come i documentari che aprono a metà settimana):

20-23 giugno: L’uomo d’acciaio primo, con una media non esaltante (2.210 euro). Il resto meglio dimenticarlo. Parliamo di Cha Cha Cha (529 euro di media), Tulpa (414 euro), Dream team (418 euro), Passioni e desideri (poco meno di 1.000 euro) e Stoker (poco più di 1.000, grazie a un’uscita limitatissima).

13-16 giugno: Solo Into darkness – Star Trek è andato bene (e neanche tanto). Gli altri erano Hates – House at the End of the Street (510 euro di media), Niente può fermarci (594 euro), Il fondamentalista riluttante (838), Una ragazza a Las Vegas (496), Killer in viaggio (509), Benvenuti a Saint-Tropez (163 euro), La leggenda di Kaspar Hauser (526) e Monsters & Co. (411). Bene invece Il caso Kerenes con 2.916 euro.

Il weekend precedente After Earth se l’era cavata bene, Quando meno te lo aspetti accettabile (1.807 euro). Le altre nuove uscite The Bay, Voices, Paulette e The Butterfly Room erano tutte sotto i mille euro di media, Holy Motors poco sopra questa soglia.

Il fine settimana del 30 maggio – 2 giugno, era stato il trionfo di Una notte da leoni 3, mentre Solo Dio perdona aveva una media di 1.549 euro, Tutti pazzi per Rose (2.094 euro), Ti ho cercata in tutti i necrologi (media di 532 euro), 8.447 euro per Slow Food Story (la media di 565 euro è drammatica) e Una notte agli studios (301 euro di media).

Il 23-26 maggio, avevano aperto alla grande Fast & Furious 6 e La grande bellezza, mentre Epic – Il mondo segreto aveva una media di 1.888 euro. Male Amaro amore (454), Esterno sera (707), Una vita da sogno (389) e Arrugas – Rughe (625).

Non ci sono ancora dati definitivi ovviamente per questo weekend, ma possiamo già dire che tra sette film in uscita, solo uno (World War Z) farà meglio di 1.000 euro per copia.

Insomma, su 43 titoli usciti nelle ultime quattro settimane, 29 sono andati sotto la media di 1.000 euro. Se consideriamo che circa la metà vanno agli esercenti e che una copia in pellicola costa 1.000 euro al distributore (quella digitale si aggira intorno ai 6-700 euro, ricordando che in questa cifra è compresa anche la Virtual Print Fee), significa che nella prima settimana non ci si ripaga neanche dei costi delle copie e che ovviamente quel minimo di promozione e attività stampa non verrà recuperata neanche successivamente (non parliamo poi di costi di produzione o acquisto del film). Dei restanti 14, possiamo considerare buoni risultati solo quelli di tre titoli (Fast & Furious 6, La grande bellezza, Una notte da leoni 3, forse anche After Earth con una certa generosità).

Va fatta una precisazione importante. Prendere questo periodo in considerazione è un po’ fuorviante, visto che i film che escono sono spesso di seconda fascia e in generale meno forti di quanto avverrebbe a novembre o febbraio. Detto questo, ci sono troppi prodotti per cui i conti non tornano. E se si continua così, i recenti problemi di Fandango e Sacher rischiano di non rimanere dei casi isolati, anzi…


World War Z primo in Italia

Salutato troppo sbrigativamente da molti (che non tenevano conto del potere commerciale di Brad Pitt) come un sicuro insuccesso, per via dei suoi problemi sul set e per i costi produttivi che hanno superato i 200 milioni di dollari, World War Z conferma anche in Italia di non essere un flop e di poter almeno recuperare (parte) dei suoi costi. Ieri il film ha conquistato 296.696 euro nei 600 schermi in cui è uscito (fonte e-edusse). Questo non significa che sia un risultato straordinario, visto che come media per copia siamo vicini ai dati de L’uomo d’acciaio della scorsa settimana, a conferma delle difficoltà del cinema (anche quello dei blockbuster) a fronteggiare la concorrenza della bella stagione.

E a proposito de L’uomo d’acciaio, ieri ha raccolto 127.463 euro, con un calo di quasi il 70%, forse anche più preoccupante dei dati del primo weekend. C’è poco da fare, complice anche l’arrivo del caldo, da noi questo film non ha trovato il pubblico che ci si aspettava.

Il resto della concorrenza è su livelli di incasso bassissimo, come conferma il fatto che il documentario Munch 150 sia al quarto posto con 21.872 euro. Come sempre, non sfondano le altre nuove uscite (quelle non blockbuster, insomma) della settimana. Doppio gioco e Blood uscivano entrambi in 120 sale, ma i dati per copia sono (e saranno alla fine del weekend) sconfortanti. Il primo ha raccolto ieri 6.501 euro, il secondo 6.444 euro.

Meglio come media, ma non certo positivi i risultati di Salvo. Il film italiano, vincitore di due premi a Cannes, si deve accontentare di 5.455 euro in 53 schermi. Male anche La quinta stagione, passato in concorso a Venezia, che in 15 sale raccoglie 734 euro, leggermente meglio Tra cinque minuti in scena con 1.149 euro da dieci cinema. Fuorviante il risultato di Multiplex, che con 5.022 euro in una quindicina di schermi potrebbe vantare la miglior media per schermo della classifica dopo World War Z, ma che ha raccolto 4.714 euro solo a Roma, dato comprendente anche l’anteprima di lunedì scorso.


Monosale digitalizzate. E poi?

E’ notizia recente che la Regione Lazio investirà 3 milioni di euro per la digitalizzazione delle sale, in modo da aiutare chi ha più difficoltà ad abbandonare la pellicola, per superare lo ‘switch-off’ che avverrà a inizio 2014. Da quanto riporta e-duesse, anche il Mibac potrebbe mettere in campo la stessa somma, per aiutare le monosale che da sole non ce la fanno ad andare verso il futuro.

Tutto bellissimo? Per lo più sì, ma con un dubbio. Sicuramente, le monosale sono le realtà più indietro in questo processo. Da quanto riporta il Rapporto 2012 dell’Ente dello spettacolo, al primo gennaio 2012 solo il 16% di esse erano state digitalizzate, a fronte del 57% delle strutture con 8-11 schermi e al 69% delle sale con 12 o più schermi. Inoltre, sempre lo stesso Rapporto 2012, ci dice che le monosale sono in continuo calo (531 nel 2012 a fronte delle 713 del 2008), così come le entrate (47,4 milioni totali, per una media di 89.300 euro per ogni singola realtà). Ovviamente, come tutti i dati medi, significa che ci saranno monosale che fanno 120 o 150.000 euro, ma anche alcune che si devono accontentare di 50-70.000 euro l’anno, ossia 150-200 euro di entrate al giorno. Come sopravvivere con questi guadagni, visto che circa la metà va alle case di distribuzione e con il resto bisogna pagare tutte le spese, compreso almeno uno stipendio?

Ecco, a me piacerebbe una bella indagine sulle monosale, per capire quali sono i maggiori problemi e se veramente basterà la digitalizzazione per risolverli. Alcuni sono evidenti (entrate di cibo e beveraggio nulle, costi di gestione alti se stai in centro, pochissima flessibilità nella programmazione e se sbagli il titolo, sono grossi guai), altri vorrei conoscerli meglio. Magari, vedendo se le decisioni prese e l’attività di promozione sono in linea con i tempi. Se, per intenderci, qualche esercente potrebbe lavorare meglio. Insomma, voglio capire, stiamo dando dei soldi pubblici per risollevare tante di queste realtà o per prolungarne l’agonia?


Tax credit, troppi errori

Diciamolo subito, il taglio del 50% agli incentivi fiscali al cinema è una bella vaccata. Si colpisce una risorsa che aveva funzionato benissimo e che è decisamente meritocratica: investi e verrai premiato, rispetto al vecchio “hai amicizie importanti e verrai premiato”. Peraltro, una fonte fondamentale per un prodotto come i film, l’unico nell’ambito culturale che i soldi statali non li prende a fondo perduto ma con un prestito da restituire.

Detto questo, due cose non mi convincono. Una è la paventata serrata delle associazioni del settore, con il “blocco delle manifestazioni e dei festival”. Non mi pare una minaccia terribile, peraltro nei confronti di un governo che non è sicuro arrivi a ferragosto. Sarebbe stato preferibile spiegare meglio l’utilità e la bontà delle agevolazioni fiscali, senza passare sempre come quelli che si lamentano e scioperano.

Poi, come sempre, il giudizio apocalittico sugli effetti del cinema italiano, con migliaia di posti persi e ben di più di indotto, è sempre un po’ esagerato. Ovviamente ci sarebbero ripercussioni negative, ma dire che “si realizzerà solo qualche commedia e un po’ di film a basso costo” è eccessivo, per un’industria che l’anno scorso faceva 166 film (troppi comunque e a cui farebbe bene una sforbiciata, magari in maniera più ‘gentile’ di quella che sta avvenendo). Come spesso succede, a forza di voler sostenere le proprie ragioni (in questo caso indiscutibili), si tende a cadere nel melodramma…


La pazienza infinita di Gabriele Muccino

Per una volta, non mi concentro sul nuovo capitolo della polemica Muccino-Vangelista-Muccino giovane, anche perché ormai si è passato ogni limite e c’è poco da commentare. Diciamo solo che, a meno che i carabinieri non trovino Silvio Muccino incatenato nella cantina di casa Vangelista, come in un celebre racconto di Richard Matheson (sempre sia lodato, RIP), credo che Muccino sr. dovrà ‘devolvere’ parte del suo prossimo ingaggio da regista alla signora. No, c’è veramente poco da dire. Concentriamoci invece su questa dichiarazione:

La signora in questione mi ha querelato per averla definita scrittrice senza talento. Se fosse una vera artista saprebbe che questa è la vita degli artisti: venir criticati. Tchaikovsky si ammalò di tubercolosi perché alla prima del suo capolavoro, Il Gabbiano, fu fischiato unanimamente dal pubblico e per la delusione uscì senza cappotto dal teatro, mi pare di Pietroburgo, e con quelle temperature, senza cappotto, quei fischi lo segnarono per sempre.

Intanto, che Gabriele Muccino confonda un compositore come Čajkovskij (così è scritto meglio, va) con Čechov, è già abbastanza inquietante. Ma su, per una volta niente cattiverie, un po’ di confusione capita a tutti, concentriamoci solo sul significato della frase, che mette in mostra un Muccino straordinariamente democratico contro i suoi detrattori, come conferma la dichiarazione successiva:

“Se io dovessi querelare tutti i critici, i bloggers ecc che hanno scritto cose terribili (forse a ragione qualche volta, chissà), su di me, sul mio talento, o altro, sarei solo un patetico pagliaccio infantile e certamente prova vivente della mia assoluta mancanza di rispetto nei confronti dell’arte”.

Ma perché sorprendersi? Muccino è sempre stato un gran signore rispettoso delle opinioni altrui, come possiamo leggere qui:

“Ho molto poca considerazione per chi giudica un film in questo Paese”

C’è poi questo vecchio confronto con Nanni Moretti, risalente al 2001, in cui non si scompone al poco amore del Nanni nazionale nei suoi confronti:

“Evidentemente le mie parole di elogio per il suo cinema erano a senso unico: da parte di Moretti non ho mai sentito apprezzamenti nei miei confronti. Ognuno fa le sue scelte in piena libertà, ma essere stato così ignorato mi pare discutibile”

Così parlava il nostro di Giovanna Mezzogiorno nel 2009, dopo che l’attrice aveva osato rifiutarsi di lavorare a Baciami ancora, confermando che con le donne è sempre molto paziente e non se la prende mai:

“Si può scrivere sull’agenda che non lavorerà mai più con me… ha letto solo 10 pagine di evoluzione del suo personaggio e poteva parlarne con me anziché avvisare i giornali“.

Nel 2010, accoglie tranquillo i giudizi di Gabriele Salvatores, giurato a Venezia in un’edizione senza premi per il cinema italiano:

“Bisogna finirla con questo parlarsi addosso. Il parlar male, il guardarsi in cagnesco l’ho provato sulla mia pelle per molti anni, da quando ho iniziato a fare film di successo, dice. Rispetto il giudizio di Gabriele Salvatores – sottolinea – però, sono molto avvilito per come ci si continui a tirare pietrate, piuttosto che rivolgere lo sguardo fuori dai nostri confini per capire dov’è arrivato il cinema oggi e ciò che possiamo fare per migliorare il nostro. Trovo che sia una stupidaggine. Un film non va visto conoscendo il paese nel quale il film è stato prodotto e il contesto sociale nel quale è stato realizzato. Un film, se è bello, parla da solo, se è brutto, altrettanto. Non credo che agli stranieri debba essere richiesto questo sforzo”.

Sempre a proposito di Venezia, nel 2012, accetta serenamente di non far parte di certi ambienti:

“Esiste una casta anche nel cinema, «è notorio e visibile. Ci sono autori vecchi, e nuovi come Garrone e Sorrentino, che meritano quello che hanno; poi c’è una casta di registi polverosi che occupano militarmente il posto da sempre e si sentono investiti non si sa da chi del potere». Gabriele Muccino in un’intervista spara a zero sui suoi colleghi. «I festival mi ritengono troppo commerciale per essere preso sul serio. Per i due con Will Smith fu la Columbia a non volere andare ai festival. Il fatto che io non sia mai stato invitato in giuria a Venezia (dove ho visto chiunque) è sintomatico nel dire che non sono simpatico. L’ho accettato, vado avanti con storie a modo mio”.

E direi che queste conferme del Muccino più democratico le ho trovato soltanto cercando frasi come “Gabriele Muccino attacca” o “Gabriele Muccino contro”. Chissà quante altre dimostrazioni del suo spirito liberal potremmo trovare con una ricerca più approfondita…


La lenta, inesorabile morte del 3D

“A questo punto, pagherei un biglietto più caro per non vedere un film in 3D”. Il parere di un lettore di Deadline nell’articolo sul disinteresse sempre più forte verso questa detestabile tecnologia non potrebbe sintetizzare meglio lo spirito del pubblico. Non è un’opinione, visto che vengono citati i dati di due film usciti lo scorso weekend negli States. Infatti, nonostante i buoni dati generali di Monsters University e World War Z, questi titoli hanno fatto segnare un record negativo per quanto riguarda le presenze agli spettacoli 3D, rispettivamente il 31% per il prequel (Ribelle – The Brave aveva finora il ‘primato’ per l’animazione, con solo il 34%) e il 34% per la pellicola con Brad Pitt (anche qui, record per un film d’azione, detenuto finora da Captain America – Il primo Vendicatore con il 40%). E, come capita sempre più spesso, la percentuale di spettatori per il 3D è sostenuta anche dal pubblico che, nei momenti più affollati, non trova posto per le proiezioni 2D ed è costretta a vedere quelle 3D. D’altronde, lo stesso Giuseppe Corrado, amministratore delegato di The Space, mi diceva di essere soddisfatto del 30% di biglietti 3D per Il grande Gatsby, visto che ultimamente le cose andavano peggio.

Unica differenza, la fanno i dati dell’Imax 3D, ma è ovvio che l’interesse è suscitato dalla prima parte dell’offerta (gli schermi giganteschi dell’Imax) che dalla seconda (la tridimensionalità). Tutto questo ha portato l’analista finanziario Eric Wold a ridurre il suo entusiasmo verso la società RealD (che si occupa appunto di tecnologia 3D), con conseguente calo in borsa dell’azienda. Secondo Wold, il problema potrebbe essere anche il numero limitato di schermi per il 3D, visto che molti esercenti ormai non investono più su questa tecnologia e quindi, nonostante il numero importante di blockbuster girati (o convertiti) in questo formato, non ci sono sale sufficienti. Ipotesi francamente illogica: se il pubblico facesse a botte per entrare alle proiezioni 3D, gli esercenti avrebbero seguito questa tendenza, investendo su nuove sale. Da noi, gli schermi 3D sono circa un migliaio, più che sufficienti ad accogliere le esigenze dei distributori.

E che le cose stiano andando male, lo dimostrano anche certe scelte delle televisioni, come spiegato in questo articolo dell’Hollywood Reporter. Infatti, la Espn sta chiudendo il proprio canale 3D, per via “dell’utilizzo limitato dei servizi 3D degli abbonati”. Intanto, la Sony, senza dubbio la multinazionale che ha più sostenuto questa tecnologia, si concentrerà sul 4k e sta abbandonando la strada del 3D, rinunciando a importanti eventi, come i campionati mondiali di calcio e al torneo di tennis di Wimbledon (questa edizione sarà l’ultima a essere ripresa in 3D dalla Sony). Lo stesso farà la BBC, che da due anni stava sperimentando la tecnologia con eventi sportivi, documentari e telefilm.

Tuttavia, invece di capire una verità banalissima (alla stragrande maggioranza del pubblico non frega nulla di vedere film ed eventi in 3D), si trovano altre scuse, come il fatto che sia tutta colpa degli occhialini (in parte vero, ma anche qui, se veramente l’esperienza fosse così coinvolgente, la gente accetterebbe questo fastidio). Così, la Stream TV Networks è pronta a immettere sul mercato per Natale 2013 degli schermi televisivi 3D che non necessitano degli occhialetti. A parte i miei dubbi (che non influenzano molto il Mercato) sui risultati qualitativi, va ricordato che il costo sarà intorno ai 7.500 dollari. Sto già mettendo da parte i soldi…


Le conseguenze della violenza?

Curioso, forse sono io che vedo il mondo da una prospettiva diversa, ma nella polemica tra Jim Carrey e Mark Millar su Kick-Ass 2 trovo più interessante commentare le parole del secondo. Le dichiarazioni di Carrey mi sembrano solo una preoccupazione per la sua carriera (soprattutto se all’uscita del film avvenisse qualche altro massacro, come non è certo inusuale negli States), anche se ovviamente viene semplice dire: ma se ne è accorto ora di che film era? Più intriganti le parole di Mark Millar:

“E’ fiction e come capita con Tarantino e Peckinpah, Scorcese [sic] e Eastwood, John Boorman, Oliver Stone e Chan-Wook Park, Kick-Ass evita il consueto body count dei filmoni estivi e invece si concentra sulle CONSEGUENZE della violenza… Il nostro compito come narratori è intrattenere e la nostra cassetta degli attrezzi non può essere sabotata limitando l’utilizzo delle pistole in un film d’azione”.

Intanto, mettere assieme i discorsi profondi sulla violenza di Peckinpah, Scorsese e Eastwood con quello che fa Tarantino (che, senza che questa debba essere una critica, prende quasi tutto come un gioco), mi sembra sintomo di idee confuse da parte di Millar. Sarà che sono cresciuto a Marshal Law e Watchmen, ma per quanto possa aver apprezzato Kick-Ass (più il fumetto del film), non riesco a prenderlo come una riflessione profonda sull’uso delle armi e magari dell’ossessione per i supereroi. Magari a 18 anni sarei stato eccitatissimo per un prodotto del genere e avrei anche pensato che fosse controcorrente. Ora, a 38 anni, mi pare semplicemente un modo di soddisfare un certo pubblico, dandogli esattamente quello che vuole, ossia un po’ di ultraviolenza catartica e qualche risata, magari condendo il tutto con uno spirito anticensorio e a favore della libertà di espressione. Nulla di male e talvolta il piatto è anche cucinato bene, ma non è il caso di scomodare paragoni illustri…


Un vero scandalo culturale

49,6%. Troppo impegnati a parlare dei soldi pubblici al cinema, ci dimentichiamo spesso il vero scandalo dei contributi statali alla Cultura. Il 49,6% infatti è la quota che si sono beccate le fondazioni liriche sull’intera torta di contributi alla Cultura, pari a 212 milioni di euro (spartiti tra sole 14 realtà, che si portano a casa in media 15,1 milioni), a fronte dei 75 milioni destinati al cinema. Il discorso potrebbe anche terminare qui, ma approfondiamolo.

Intanto, come scrive il meritorio Rapporto 2012 dell’Ente dello spettacolo, “L’importo totale del Fus 2011 è di 428,61 milioni rispetto a una preliminare dotazione di 407,61 milioni, in quanto comprende un’integrazione di 21 milioni a beneficio delle fondazioni lirico-sinfoniche disposta dalla legge numero 10 del 26 febbraio 2011, che contempla a loro favore anche un’ulteriore integrazione extra Fus di 6 milioni di euro”. Però, altro che spending review, per l’opera i soldi si trovano sempre. Voi direte, almeno tutto questo dà vita a tantissimi spettacoli fantastici. Manco per il cavolo, come potete leggere qui, scoprendo che si può essere pagati anche per non lavorare.

Ma volete sapere la cosa che più mi scandalizza? Almeno, con tutti questi soldi, dovremmo avere spettacoli gratuiti o almeno anche alla portata di tutti. E invece, quanto costa un biglietto medio? 47,64 euro, ben distante non solo dai 6,20 euro medi di un ingresso al cinema, ma anche dai 13 per vedere spettacoli teatrali o concerti di musica classica. Insomma, una forma artistica ultrasovvenzionata da tutti, ma che comunque rimane a disposizione solo di chi è benestante. Incredibile che, in questo quadro di tagli generali, il mondo del cinema non si scagli contro questi privilegi…


Coraggio o incoscienza?

Ogni tanto penso che uno dei problemi di certo cinema italiano sia quello di voler premiare le intenzioni più che i risultati. Lo vedo quando si esalta chi compra film difficili, senza preoccuparsi se poi si riuscirà a farli vedere al pubblico. Pensiamo alla Sacher, che ha acquistato in questi anni decine di titoli bellissimi, ma che nell’ultimo periodo erano evidentemente troppo ostici per il nostro mercato. In realtà, la giusta via di mezzo, è chiaramente quella della Teodora: mettere assieme un titolo ruffianello come Viaggio sola per proporre titoli più complessi come Il caso Kerenes. Ma di solito si preferisce fare i complimenti a chi rischia (ogni tanto troppo) e non a chi è più giudizioso.

Prendiamo, per spiegare questo discorso, il David di Donatello come miglior produttore, andato quest’anno a Domenico Procacci per Diaz. Da una parte abbiamo due giovani produttori (Isabella Cocuzza e Arturo Paglia) che hanno portato avanti un progetto internazionale, La migliore offerta, con un regista dalla reputazione non facile (a livello di soldi spesi e tempo sul set) come Tornatore, facendolo diventare il secondo incasso italiano del 2013. Dall’altra, un produttore come Procacci che ha speso 8 milioni di euro per un film encomiabile e importante, ma ben sapendo che non ci sarebbe rientrato (come da lui stesso ammesso un mesetto prima dell’uscita della pellicola). Ora, va detto che i problemi che hanno spinto la Fandango a mettere in cassa integrazione alcuni dipendenti non sono certo legati solo a questo titolo (basti pensare a un prodotto come Gli sfiorati, costato 4 milioni e che ha incassato solo 61.370 euro), ma di sicuro non ha aiutato. Poi, Procacci magari un David alla carriera lo meriterebbe per i tanti talenti che ha lanciato, ma sarebbe un altro discorso. Insomma, il mio dubbio rimane: si premia il coraggio o i risultati? Almeno per quanto riguarda i produttori, visto che l’aspetto economico è fondamentale nel loro lavoro, non ci dovrebbero essere dubbi…