Lo Stato e i Festival: una situazione assurda

In queste ultime settimane (o meglio, nell’ultimo anno e mezzo) si parla molto dei problemi economici del festival di Roma. Il fatto è che quasi tutti i festival vivono situazioni simili, anche se mediaticamente meno interessanti. Infatti, i Festival di cinema che si stanno svolgendo in questi mesi non sanno esattamente di quanti fondi potranno usufruire da parte del Mibac e magari neanche quello che riceveranno dagli enti locali. Questo significa dover rischiare dei soldi senza essere sicuri che ritornino indietro. Ma c’è qualcosa di ancora più paradossale.

E’ evidente infatti che il supporto delle istituzioni è fondamentale per qualsiasi manifestazione di questo tipo, per via di un sistema (bello o brutto che sia, non è qui il caso di discuterne) che ormai è abituato ad andare avanti così. Tuttavia, questi soldi, anche quando arrivano, sono sempre in ritardo rispetto all’evento. Infatti, per come vengono deliberati, molto spesso sono assegnati a fine anno, quando gli eventi hanno già avuto luogo. Può capitare allora che un festival dovrebbe usare le risorse del 2012 per fare l’edizione del 2013, ma questi soldi in realtà sono già usciti. Perché? Perché per fare ogni edizione bisogna prendere un prestito dalle banche, a tassi di interesse che variano di situazione in situazione, ma che oscillano intorno al 5-10% annuo, con l’idea di restituirli appena arrivano i fondi pubblici.

Inoltre, anche per le spese generali si verifica un paradosso del genere. Si potrebbe pensare che un Festival, portando gente e attenzione mediatica a un luogo, riceva un trattamento di favore da parte di alberghi e ristoranti convenzionati, così come da tutti quei servizi che sono fondamentali per organizzare un evento del genere. Peccato che molto spesso si debbano pagare tutte queste figure collaterali solo quando arrivano i soldi (quindi, mesi dopo) e a quel punto i costi diventano anche più alti di quelli che dovrebbe pagare un comune cittadino (d’altronde, se un albergatore deve aspettare sei mesi per avere le stanze pagate e che erano state riservate agli ospiti del Festival, normale che chieda gli interessi).

Poco da stupirsi, visto che siamo in un Paese in cui una norma che ha funzionato benissimo come il tax credit non è ancora stata rinnovata, lasciando nell’incertezza centinaia di produttori e società impegnati a fare film. Quindi, da una parte lo Stato decide di sostenere chi fa Cultura (magari bene, magari male, è un altro discorso), dall’altra lo fa in maniera tale da rendere la vita impossibile agli addetti ai lavori. Gli unici contenti di questa situazione? Le banche, che quindi si prendono così una fetta dei soldi destinati alla Cultura, per via degli interessi che fanno pagare a chi organizza Festival. E’ questo quello che vogliamo?


Strepitoso esordio per Una notte da leoni 3

All’inizio, mi veniva da pensare a un refuso, visto che un risultato del genere di giovedì sembra proprio un’enormità. Invece è giusto così: Una notte da leoni 3 ha incassato ieri 1.052.024 euro in 530 sale (fonte e-duesse, tutto sommato, neanche tantissime) e promette di ottenere un weekend da favola, su cui è difficile fare previsioni accurate (ma almeno 5-6 milioni). Un risultato ancora più sorprendente, se consideriamo che il secondo episodio era stato criticato per come riprendeva pari pari la formula dell’originale e che questo era stato stroncato (anche giustamente) da molti commentatori.

Dopo il fantastico esordio di Fast & Furious 6, si confermano due cose. La gente non va più al cinema e le sale sono morte. Inoltre, quei pochi che ci vanno sono all’assoluta ricerca di novità (d’altronde, cosa c’è di più originale di un sesto e un terzo capitolo?). A parte gli scherzi, per l’ennesima volta, si dimostra che quando c’è il prodotto (magari familiare e ‘usato sicuro’), la gente accorre. Ma questo non deve farci dimenticare che, in una stagione estiva che promette di essere brillante per i filmoni, ci sono grosse difficoltà per gli altri titoli. Per esempio, fa molto piacere vedere che To Be or not to Be – Vogliamo vivere, riuscito in 15 schermi, sia nono con 4.899 euro, ma questo dimostra quanto poco la gente vada a vedere tutti gli altri prodotti non blockbuster, se il classico di Lubitsch riesce a entrare nella top ten.

In effetti, le altre nuove uscite non sfondano. Solo Dio perdona raccoglie 43.806 euro in 175 schermi, che magari potrebbero anche dar vita a una media accettabile a fine del weekend, ma che forse sono anche frutto dell’interesse degli appassionati di Drive (andati magari in massa ieri) e che rischiano di rimanere molto delusi da questo nuovo prodotto. Tutti pazzi per Rose, arrivato in 83 sale, raccoglie ieri 10.692 euro e può già dire addio a una media discreta a fine weekend. Disastro puro e semplice per Ti ho cercata in tutti i necrologi, che deve accontentarsi di 2.312 euro in 55 schermi. Risultato promettente per Slow Food Story, ieri 3.334 euro in dodici schermi, sostenuto soprattutto da Roma e Pordenone (vedremo se, come capita ogni tanto, le anteprime forniscono risultati fuorvianti o se il film funzionerà bene anche nel fine settimana). 916 euro invece per Un consiglio a Dio, arrivato per ora solo a Napoli. Imbarazzante il dato per Una notte agli studios, uscito in 16 città, e in grado di fare soltanto 637 euro, con 6 presenze a Roma e 1 a Milano.

Per il resto, Fast & Furious 6 mantiene il secondo posto con 308.663 euro, ma rispetto al giovedì della scorsa settimana (quando aveva ottenuto 887.737 euro) il calo è netto, di circa il 65%. Comunque, siamo già a 9,2 milioni totali e a domenica si dovrebbero superare gli 11. Tenuta decisamente migliore per La grande bellezza, che ottiene ieri 156.524 euro, con una flessione di meno del 20% rispetto a sette giorni fa, e supera quota 3 milioni complessivi. Intanto, Il Grande Gatsby aggiunge 88.929 euro al suo totale e arriva a 5,8 milioni, mentre Epic – Il mondo segreto finora si deve accontentare di 1,4 milioni in tutto.


Cannes, amori lesbo e radical chic

Non so perché, ma ho aspettato un po’ prima di dedicare lo spazio che meritava al commento di Giorgio Carbone sui premi al Festival di Cannes. Forse, ero ammirato da quello che a mio avviso è già un instant classic del nostro e non mi ritenevo degno di parlarne. Si inizia subito forte, con il titolo “Cannes premia l’amore lesbo: un verdetto politico”. Senza se e senza ma, giusto così, andiamo avanti.

“Una bella signora milanese che non odia i gay, ma ha in gran dispitto (sic) tutte le lobby, mi chiede se ha vinto la lobby gay”.

D’accordo che i protagonisti di sinistra de La grande bellezza nascondono un vuoto cosmico nelle loro discussioni, ma pare che anche quelle delle terrazze milanesi più spostate a destra non scherzino.

“Comandano invece da oltre 60 anni i radical chic, che ogni maggio si rovesciano sulla Croisette e impongono i loro preferiti del momento. Sono stati i radical a imporre (cioè a dare il Palmares) a Michael Moore (in odio alla guerra in Iraq) a Nanni Moretti (in odio a Berlusconi) al dimenticato Sto il sole di Satana (laureato per festeggiare con un prodotto autarchico i 40 anni di Festival).

Vediamo, il presidente della giuria che ha premiato con la Palma d’oro Moore era Quentin Tarantino (al quale magari si poteva rimproverare la troppa vicinanza con il distributore di entrambi, la Miramax), per Moretti c’era Liv Ullmann, per Pialat Yves Montand. Sui primi due poco da dire (non esattamente il ritratto di francesi radical chic), sul terzo va invece ricordato che, dopo una lunga militanza nella sinistra francese, negli anni ottanta era diventato un neoliberista convinto. Alla faccia di quello amico dei salotti della gauche française…

“Quest’anno hanno voluto (forse apposta) andare controcorreente, incoronando la lesbica Adele mentre contemporaneamente a Parigi un milione di persone dimostrava contro l’introduzione delle nozze gay”.

E qui, come già aveva provato a dire qualcuno, scopriamo che Steven Spielberg è un sovversivo radical chic, venuto a Cannes con l’idea di mandare un messaggio alle piazze parigine…

“Un paese che nonostante le pretese di ‘grandeur’ è precipitato in serie B in Europa e minaccia di rimanerci a lungo. E chiede lavoro, vita vivibile, possibilità di tornare a consumare. E loro, sospesi nella nube, a baloccarsi coi gay e i transgender, l’eutanasia e la liberalizzazione della droga (essendo chic non sono toccati da seri problemi)”.

Qui scopriamo che i francesi non fanno nulla se non parlare di transgender…

“Domanda: ma a Cannes hanno sempre comandato i salotti parigini? Quasi sempre. Tranne quando un presidente mostrava di avere le palle. Clint Eastwood, ogni volta che un radical apriva bocca lo freddava con una delle sue occhiatacce. Ma non tutti sono Clint”.

Finale clamoroso, anche se non è facile notarlo. Quand’è che il nostro Clint è stato presidente di giuria a Cannes? nel 1994, ricordato sì come l’anno in cui Pulp Fiction ha vinto la Palma d’oro, ma anche quello in cui Caro diario si è aggiudicato il premio alla regia, dopo che Moretti aveva attaccato duramente per tutto il Festival Berlusconi, che era diventato per la prima volta presidente del consiglio. Insomma, è chiaro: anche Clint Eastwood è stato succube dei salotti parigini…


Mud

Forse, Jeff Nichols dovrebbe prendersi più sul serio e tirarsela un po’, magari rendendo i suoi film più complicati del necessario. O forse è meglio di no. Magari questa operazione di indulgenza lo farebbe stimare di più da parte dei critici, ma quando uno con Mud porta a casa il terzo film notevole su tre fatti, perché cambiare?

Sepolto dalla mediocrità dei titoli americani passati al concorso di Cannes 2012, Mud sembra un omaggio al cinema a stelle e strisce anni settanta, quello che viene spesso mitizzato e rimpianto, ma che poi magari viene trascurato quando capitano queste occasioni. Non lo confondiamo con i film sui losers (una fissazione di molta critica), perché in realtà è un film su personaggi molto umani e non straordinari, in una panorama (in America come da noi) per cui qualsiasi storia sembra doversi concentrare solo su chi ha belle case, belle mogli e un portafoglio pieno, anche quando questo non sarebbe necessario.

Qui abbiamo due ragazzini che vivono ai margini, con famiglie in crisi e senza grandi speranze per il futuro, ma senza che si scivoli mai nel sentimentalismo. Nichols poi conferma ancora una volta due cose: di essere il vero erede del Malick de La rabbia giovane, quello che riusciva a farti entrare nelle viscere qualsiasi tipo di paesaggio (anche squallido), senza dimenticare l’importanza della storia; e di saper dirigere i suoi attori in maniera magnifica.

Per esempio, hai voglia a dire che Matthew McConaughey si fa apprezzare sempre di più in prodotti indipendenti, ma chi come me lo aveva detestato in pellicole (detestate pure quelle per par condicio) come Killer Joe e Magic Mike, non può che applaudire al suo ritratto in un personaggio ultracomplesso, che l’attore (e il regista) non rendono mai sgradevolmente romantico, ma sempre molto concreto. I due ragazzini (tra cui Tye Sheridan, già visto in The Tree of Life) non danno mai l’impressione di essere fasulli, così come tutto il resto del cast, tra cui Michael Shannon (qui per la prima volta in un ruolo minore in un film di Nichols) e Reese Witherspoon, che si ricorda del talento che aveva mostrato per la prima volta in Election e che poi troppo spesso ha lasciato da parte per commediole poco convincenti.

Unico neo (non piccolissimo) del film, un finale che sembra tradire tutte le premesse di quanto visto fino a quel momento. Diciamo che per essere un prodotto in stile anni settanta, non lo è fino in fondo e almeno si poteva evitare di rendere tutto esplicito. Ma ad avercene di pellicole difettose come questa…


Perché l’Hadopi è una cazzata (e perché in Italia ancora ci credono)

Hadopi, tanto famosa, quanto improduttiva. Siamo arrivati al paradosso che mentre in Francia sta per essere modificata (e domani magari ne parliamo meglio), da noi è la soluzione di tutti i mali. Ma cosa ha prodotto in concreto la legge contro la pirateria francese, che puntava a colpire non solo chi trae profitto sfruttando senza autorizzazione il diritto d’autore, ma anche i semplici navigatori? In tutto, 14 richieste di rinvio a giudizio e un’unica multa da 150 euro, per un budget annuale di 12 milioni di euro. Peccato che, quando è stata varata la Hadopi, si prevedevano 50.000 interruzioni degli abbonamenti Internet. I conti, insomma, non tornano.

Vediamo i motivi del fallimento. Secondo i fautori della legge, le persone avrebbero interrotto i comportamenti illegali dopo la prima (più di un milione di avvertimenti) o la seconda ammonizione (100.000). Solo trecento persone sono arrivate a tre infrazioni, ma a quel punto, visto che non chiedevano informazioni ai responsabili della Hadopi, si è deciso di contattarli direttamente e poi, capita la loro ignoranza in materia, è stata offerta a tutti loro una nuova possibilità, evitando il ricorso alle autorità a meno di una nuova infrazione. Ci sono ricadute appunto 14 persone, di cui una che è stata multata di ‘ben’ 150 euro.

Ora, proprio la spiegazione fornita a Le Monde sull’ignoranza delle persone (genitori che credevano di eliminare i programmi di filesharing usati dai figli cancellando dal desktop l’icona dei suddetti programmi), fa capire quanto non regga la teoria dell’educazione a un comportamento corretto e della ‘dissuasione morbida’. E comunque, se si prevedono 50.000 interruzioni, farne 14 significa che non si hanno le idee chiare. D’altronde, una legge che non reputava illegale vedere i film in streaming o scaricarli semplicemente, ma puniva solo i download attraverso dei siti peer-to-peer (perché in questo modo si favorisce la pirateria partecipando alla sua diffusione e non la si sfrutta soltanto per utilizzo personale), è già stupida e poco convincente di base. Se avete dei dubbi, basta consultare questo articolo e vedrete come, di fronte a una riduzione dell’utilizzo dei servizi peer to peer (esaltata ovviamente dai responsabili della Hadopi), si è registrato un forte aumento del traffico sui siti di streaming e di download diretto (chissà perché, di questo punto non si parla molto). Insomma, altro che smetterla di fare i pirati, i  francesi si spostano su sistemi non punibili.

Ma visto che queste informazioni si conoscevano già dall’autunno-inverno scorso, come è possibile che in Italia a ogni convegno ci venga propinata la Hadopi come la soluzione dei nostri problemi? Due ragioni a mio avviso. La prima, che direi concerne il 90% di chi sostiene queste cose, è che per ignoranza e pigrizia non si è mai studiato troppo bene questa legge e la sua applicazione. Quindi, si vede che in Francia ci sono più di 200 milioni di spettatori nelle sale ogni anno e che c’è la Hadopi, così si decide di collegare le due cose, senza magari concentrarsi su tutto il sostegno pubblico che arriva al sistema cinema francese. D’altronde, al di là delle opinioni ideologiche sulla legittimità di staccare Internet alle persone, una multa di 150 euro in 3 anni non rappresenta certo una dissuasione forte, cosa incontestabile anche da chi difende la legge.

Poi, ci sarà anche un 10% più avveduto, che guarda ai bilanci della Hadopi (10 milioni di euro spesi l’anno scorso) e ai suoi dipendenti (circa 60) e magari pensa a piazzare se stesso o gli amici in una società del genere. Questa sarà una mia cattiveria personale, ma almeno mi impedisce di pensare che tutti gli addetti ai lavori siano ignoranti…


Un po’ di perle da Cannes

Non ho letto molto degli articoli da Cannes (anche perché ho sempre paura di spoiler), ma qualcosa di interessante è uscito dopo la consegna dei premi:

“Si dava anche per certo il premio per il miglior attore a Michael Douglas, meraviglioso Liberace del film di Soderbergh Behind the Candelabra. Può essere che la giuria, con la palma d’oro a Kechiche, che già susciterà brontolii per le lunghe e furibonde scene di sesso tra due donne, abbia ritenuto eccessivo o addirittura snob, premiare anche un grande attore molto etero, ma che in quel film ha saputo essere un grandioso gay anni 70″, scrive Natalia Aspesi su Repubblica. Direi che il premio per la teoria dell’anno ha un vincitore sicuro…

… ma anche all’Avvenire non scherzano, fin dal titolo e dallo strillo: “Festival di Cannes, una Palma d’oro a tesi” – “La vie d’Adèle sull’amore omosessuale premiato proprio nel giorno della manifestazione contro i matrimoni gay”. Nel pezzo di Alessandra De Luca, si scrive: “è francamente impossibile non ipotizzare che il premio a questo film, molto apprezzato da critici e pubblico, ma certamente non il migliore dell’ottima selezione di quest’anno, ambisca a essere la risposta un po’ provocatoria alle affollatissime manifestazioni contro i matrimoni gay che nei giorni scorsi hanno agitato Parigi. E che venga usato come manifesto politico per affermare il diritto alla libertà di amare”. Mah, che dire, mi sembra mortificante sia per il film che per la giuria. Spielberg che si mette a fare politica in Francia?

“In realtà due vincitori italiani ci sono: Valerio De Paolis e Andrea Occhipinti. Sono titolari rispettivamente della Bim e della Lucky Red, le due distribuzioni italiane <<medie>> (dal punto di vista delle quote di mercato, sia chiaro) che ai festival riescono sempre a pescare l’eccellenza”, afferma Alberto Crespi sull’Unità. Vediamole queste quote di mercato “medie”, prendendo in esame il primo trimestre 2013: Lucky Red 10,1 milioni di euro, Bim 4,2 milioni. Leggerissima differenza, la Lucky Red ormai è nell’elenco delle maggiori distribuzioni (a poca distanza da Medusa, almeno per quel trimestre), la Bim è effettivamente la prima delle medie…

A proposito di box office, Fulvia Caprara e La stampa non hanno le idee chiarissime, fin dal titolo “Al box office Servillo batte DiCaprio” (peccato che Il grande Gatsby fosse al secondo weekend, senza togliere nulla all’ottimo risultato di Sorrentino), proseguendo poi con il pezzo, “Alla fine di un anno difficile per il cinema italiano arriva un film che d’incanto riempie le sale”. Peccato che, anche limitandoci al solo 2013 e non a tutta la stagione come fa la Caprara, ci sono sicuramente tre titoli nostrani che sicuramente La grande bellezza non supererà nel risultato totale (Il principe abusivo, La migliore offerta, Benvenuto presidente!) e non è detto che faccia meglio di Mai stati uniti (5,5 milioni di euro). L’impressione è, in primis, che si pensi erroneamente che il cinema italiano non incassi. E poi, anche quando incassa, è degno di essere menzionato con entusiasmo solo se passa a Cannes…


L’altro volto di Kechiche

In Italia non se ne parla proprio, un po’ perché a fare gli intellettuali sono bravi tutti, ma poi a leggerli veramente i giornali come Le Monde bisogna perderci del tempo. Qualcuno, magari, questo articolo invece lo ha letto e ha fatto finta di niente, perché se promuovi un regista come difensore dei diritti civili, può essere un brusco riveglio ritrovarselo accusato di comportamenti poco rispettosi nei confronti dei lavoratori.

Insomma, un dipinto poco positivo di Abdellatif Kechiche e della lavorazione del suo film La vie d’Adèle, fresco vincitore al festival di Cannes, arriva da Le Monde, giornale che certo non può essere tacciato di avere idee politiche di destra e che peraltro ha salutato la scelta di premiarlo con la Palma d’oro esaltando “l’audacia della giuria”. Un’indagine che dà un altro senso alla frase che ha detto il realizzatore ritirando il riconoscimento: “Dedico questo premio alla bella gioventù francese che ho incontrato durante la lunga lavorazione del film e che mi ha insegnato cos’è lo spirito della libertà e del vivere insieme”, come riporta il Corriere della Sera.

Ma secondo quanto denuncia in un comunicato il Spiac-CGT (il sindacato dei professionisti dell’industria dell’audiovisivo e del cinema), lo spirito della libertà delle riprese si è trasformato in una serie di violazioni delle regole lavorative, tanto che diversi tecnici e operai del film hanno abbandonato il set, per via di comportamenti prossimi alle “molestie morali”. Sono diversi i professionisti che parlano con Le Monde, ovviamente a condizione di mantenere l’anonimato. Il punto centrale è che le riprese dovevano durare due mesi e mezzo, mentre nella realtà sono andate avanti per cinque mesi, anche se per diversi professionisti il salario è rimasto quello già fissato in precedenza.

Come dice giustamente il quotidiano francese, La vie d’Adèle non è certo il primo film ad aver aggirato le regole sindacali (e temo fortemente neanche l’ultimo). Ma le situazioni discutibili, secondo queste lamentele, sono state molte e si sono spinte troppo in là. Si parla per esempio di comparse assunte per strada, di piani di lavori modificati, passando da cicli di cinque giorni a sei (ma pagati come se fossero cinque) e di difficoltà a ottenere l’assegno per una giornata di otto ore, ‘dimenticata’ dal piano organizzativo. D’altronde, se come detto diversi tecnici non hanno potuto chiedere aumenti al loro salario previsto nonostante un periodo di lavoro doppio, non sono cose che stupiscono.

Ma in generale le persone sentite da Le Monde lamentano un clima di poco rispetto per i tecnici, molto diverso da quello che Kechiche avrebbe con le attrici. In merito, si ricorda un episodio in cui bisognava girare in un appartamento. Invece, il regista si è messo a sedere al tavolo della cucina con le interpreti Léa Seydoux e Adèle Exarchopoulos. Dopo aver chiesto a un collaboratore di portare ostriche e champagne, si è messo a mangiare con le attrici, disinteressandosi dei tecnici (sembra la rappresentazione perfetta dell’espressione ‘gauche caviar’).

Molti parlano poi di sprechi, come una giornata di lavoro di otto ore in cui non si è fatto nulla e in cui il regista non ha avvertito nessuno della sosta. Va detto che l’articolo ha anche il merito di dare un quadro obiettivo della situazione, mettendo in evidenza come Kechiche possa essere caloroso con la sua troupe o offrire delle belle opportunità ai giovani (anche se c’è chi lo spiega dicendo che la ragione è il fatto che sono più malleabili dei professionisti esperti e per questo ci sarebbero stati molti stagisti sul set). Inoltre, c’è chi sostiene di non aver avuto problemi sui pagamenti, ma lamenta un totale disprezzo per le “condizioni di lavoro, per i tempi di riposo e in generale per la vita privata”, tanto che si poteva ricevere un sms in piena notte che annunciava l’orario di lavoro del mattino successivo.

D’altronde, la qualifica di coproduttore del film di Kechiche gli conferiva pieni poteri e non sorprende che, una volta terminato il budget previsto (quattro milioni di euro, non pochissimi secondo i nostri standard, ma assolutamente normali per i prodotti francesi), le cose abbiano preso una brutta piega. Insomma, come recita il comunicato dell’Atocan, l’associazione dei tecnici e degli operai cinematografici del Nord-Pas-de-Calais, “magari questo film diventerà un punto di riferimento artistico, ma speriamo proprio che non diventi mai un modello a livello produttivo”


Perché Sorrentino non ha perso

Sarebbe molto facile sfruttare la mancanza di premi per La grande bellezza di Paolo Sorrentino a Cannes, magari come fa Dagospia, impegnata da due settimane a massacrare in ogni modo il film. Basterebbe una frase come “se registi del calibro di Spielberg, Lee, Mungiu e Ramsay non lo giudicano degno di un riconoscimento, avevamo ragione noi che ne abbiamo parlato male“. Sarebbe molto facile. E veramente idiota.

La realtà è che, come sempre, il concorso del festival di Cannes non è il giudizio universale. La giuria di quest’anno comprendeva delle personalità notevoli, ma si tratta semplicemente del parere di nove professionisti e la storia dei maggiori festival ci ha insegnato che autori di capolavori possono fare pessime scelte (nessun riferimento alle decisioni di quest’anno, anche perché avendo visto solo tre film del concorso non sono certo il più titolato a parlare).

Una vittoria importante di Sorrentino non sarebbe stato un trionfo di tutto il cinema italiano, quindi non prendiamo una sua assenza dal palmarès come uno schiaffo alla nostra produzione. Al di là del fatto che un portabandiera, benché prestigioso, non possa rappresentare veramente una produzione fatta di più di 150 lungometraggi all’anno, non si può accettare che il giudizio di nove persone sia l’indicatore fondamentale dello stato di salute del nostro cinema (allora l’Austria dovrebbe essere la maggiore cinematografia mondiale, visto che Haneke ha vinto due volte la Palma d’oro negli ultimi cinque anni), così come le valutazioni di chi sceglie l’Oscar per il miglior film straniero non sono un giudizio senza appello.

E poi, Sorrentino ha già ottenuto dei primi successi con il suo film. Le reazioni della stampa estera sono state generalmente buone (anche se forse sono state strumentalizzate per farle apparire come un plebiscito generale inneggiante al capolavoro, cosa non vera) e questo dovrebbe aiutare anche le vendite internazionali, cosi come il suo futuro ai premi (a meno di titoli fantastici a Venezia, il suo passaggio a Cannes lo rende il favorito per diventare il candidato italiano all’Oscar per il miglior film straniero). Ricordiamoci sempre che nessun italiano come lui è stato cosi spesso alla Croisette con i suoi lavori negli ultimi 15 anni, il che significa (piaccia o meno) che è il regista italiano moderno più conosciuto dai cinefili di tutto il mondo (magari assieme a Moretti). In italia, nonostante recensioni più moderate, La grande bellezza ha esordito con 2,2 milioni in 6 giorni, nettamente il suo miglior risultato di sempre all’esordio.

Insomma, se questo è il ritratto di uno sconfitto pronto per l’imbalsamazione, spero di perdere sempre cosi nella mia vita…


Fast & Furious e Sorrentino benissimo

C’è poco da dire sul box office di questa settimana che non abbiamo già raccontato nei giorni scorsi, almeno per quanto riguarda la sorte dei film. Inziamo allora dai dati totali: 11,5 milioni di euro incassati da giovedì a domenica complessivamente (e il risultato sarebbe anche migliore se i due principali titoli non avessero disperso parte dell’incasso uscendo martedì), con un aumento del 42% rispetto allo scorso weekend e di ben l’88% se lo confrontiamo con quello dello scorso anno (ma il cinema in sala non era morto e sepolto?).

In testa, ovviamente Fast & Furious 6, che non solo conquista 5,7 milioni nel fine settimana (7,3 complessivi), ma si porta anche a casa una media per schermo straordinaria (8.611 euro). Insomma, è evidente che siamo di fronte a uno dei fenomeni dell’anno, in Italia e negli Stati Uniti (dove ha già fatto quasi 100 milioni di dollari). Appena dietro, l’ottimo risultato de La grande bellezza di Sorrentino, che ha raccolto 1,8 milioni da giovedì (media di 4.261 euro, decisamente strepitosa per un film italiano a fine maggio) e 2,2 milioni dal suo esordio di martedì. Ora, vedremo quale sarà il passaparola, a cui ovviamente avrebbe fatto bene un premio a Cannes.

Considerando questi due fenomeni, per Il grande Gatsby è assolutamente accettabile perdere ‘solo’ il 46% rispetto allo scorso weekend e portarsi a casa altri 1,6 milioni, arrivando a un totale di 5,3 milioni. Chi invece è andato male (ma si era capito fin dal primo giorno) è Epic – Il mondo segreto, che si deve accontentare di 1,2 milioni e di una media di 1.888 euro. Forse, il problema è stata la difficoltà a trovare un pubblico preciso (troppo adulto per i bambini, ma non abbastanza per catturare il pubblico di 18enni).

Come scontato, medie sotto i 1.000 euro per le altre nuove uscite del weekend, come Amaro amore, Esterno sera, Una vita da sogno e Arrugas – Rughe. Intanto, continua a incassare Viaggio sola (ancora nono al quinto weekend, è arrivato a 1,5 milioni) e si difende bene No – I giorni dell’arcobaleno (il totale è 304k).


Sfida a Hollywood?

Ogni tanto, ti chiedi se la nostra stampa riflette sul significato di certe operazioni. Nello scorso weekend, tutti esaltati da Cannes nel raccontare la conversione 3D de L’ultimo imperatore, con toni molto convinti e poco dubbiosi. Sul Corriere, si dice che il film abbia “rubato la scena ai due film in gara, Jimmy P di Arnaud Desplechin e Tale padre tale figlio”, cosa francamente su cui ho i miei dubbi, a leggere gli articoli della stampa estera, che a questa riconversione non dedica certo tonnellate di inchiostro. Su Repubblica, si arriva a titolare “Bertolucci lancia il 3D ‘Con il mio Imperatore torno a sfidare Hollywood'” (ovviamente, nessuna traccia di una dichiarazione del genere nell’articolo da parte del regista).

Ma davvero questa operazione è un affare? Sembra crederci molto Alberto Crespi sull’Unità, sia nel lancio del pezzo (“Una tendenza che si conferma e potrebbe riguardare altri classici eccellenti”) che nell’articolo stesso (“preparatevi perché prima o poi toccherà anche al Signore degli anelli e forse, chissà, a Ladri di biciclette o alla Corazzata Potemkin. L’anno scorso è stato il turno di Titanic e del primo capitolo di Starwars: il riciclaggio dei blockbuster in 3D è ufficialmente una tendenza, che sembra garantire un secondo giro di incassi a film miliardari”). Su De Sica ed Eisenstein mi permetto di nutrire qualche perplessità, ma evidentemente l’idea piaceva troppo per non metterla nel pezzo.

Ecco, peccato che la realtà sia un po’ diversa. E’ vero, Titanic in 3D è stato un enorme successo, soprattutto in Cina. Ma la conversione di Guerre stellari non ha funzionato al botteghino e, guarda caso, è stata sospesa l’uscita dei prossimi episodi riconvertiti. Un’altra società che ci credeva molto era la Disney, che però dal successo de Il re leone in 3D è passata alla delusione de Alla ricerca di Nemo (basti pensare che il primo in Italia ha ottenuto 4 milioni di euro, il secondo meno di un milione). E qui stiamo parlando di cinema commerciale e per famiglie, cosa che L’ultimo imperatore non è. La mia unica speranza è che possa funzionare in Cina, mercato ormai fondamentale e che potrebbe ripagare i costi (si dice due milioni di dollari) dell’operazione. Ma veramente c’è qualcuno che pensa di riempire le sale italiane, americane, francesi, inglesi e tedesche? Su, siamo seri…