I festival aiutano il cinema italiano? Insomma…

Ora che quasi tutti i film passati ai principali tre Festival italiani sono anche arrivati in sala, è utile fare un bilancio sui loro risultati. O meglio, sui loro ‘non risultati’. A Venezia, prendiamo in esame i tre film in concorso, tutti decisamente sotto ogni legittima aspettativa, ossia Bella addormentata di Marco Bellocchio (1,25 milioni di euro), E’ stato il figlio di Daniele Ciprì (886k) e Un giorno speciale di Francesca Comencini (224k). Insomma, complessivamente neanche 2,5 milioni per i titoli italiani più importanti del Lido. In Orizzonti c’erano invece Gli equilibristi di Ivano De Matteo (364k), Bellas Mariposas di Salvatore Mereu (181k, questo titolo in realtà avrà una riuscita il 9 maggio) e L’intervallo di Leonardo Di Costanzo (125k). Questi ultimi due (soprattutto L’intervallo) hanno ottenuto molti consensi anche all’estero, ma evidentemente non basta per trovare un pubblico in Italia. Da segnalare anche il caso de La nave dolce di Daniele Vicari, da cui ovviamente, vista la natura di documentario, non si poteva pretendere cifre altissime, ma sicuramente superiori ai 51k conquistati.

E passiamo al Festival di Roma. Malissimo (anche peggio di Venezia, fatti i dovuti raffronti tra le due realtà, al di là delle cifre nude e crude) i tre titoli del concorso, Alì ha gli occhi azzurri di Claudio Giovannesi (134k), E la chiamano estate di Paolo Franchi (94k) e Il volto di un’altra di Pappi Corsicato (113k). Insomma, meno di 350.000 euro totali per i rappresentanti della sezione più forte, una cifra che non sarebbe soddisfacente neanche per un singolo titolo. Nella sezione Prospettive Italia, tra i film che sono già usciti in sala, ci sono Cosimo e Nicole (321k nonostante la presenza di Scamarcio), La scoperta dell’alba (103k) e il flop devastante Razzabastarda (35k).

E finiamo con Torino (festival comunque più ‘cittadino’ e a budget inferiore, per cui non è corretto pretendere un lancio del livello di Roma e Venezia), dove in concorso c’erano Noi non siamo come James Bond (per ora 3.118 euro in un’uscita limitatissima) e Su Re (70k). Anche qui, il termine sconfortante sarebbe un eufemismo.

Insomma, abbiamo citato 14 titoli, quelli più rappresentativi delle ultime edizioni dei tre Festival più importanti di Italia. Se nessuno di questi film può essere considerato non dico un successo, ma semplicemente un risultato accettabile, vuol dire che non è colpa di un singolo direttore di Festival incapace, di produttori e registi maldestri o di un’annata sfortunata, ma di un problema generale.

Le cause? Proviamo ad analizzarle. Intanto, buona parte dei film (e degli autori, come Moretti, Garrone, Sorrentino) vanno a Cannes con i loro film, aspetto da non dimenticare. Sicuramente, le date di uscita di certi titoli non aiutano. O si aspetta tantissimo a uscire (è il caso per esempio de Il volto di un’altra e di Razzabastarda, quando il traino del Festival – piccolo o grande che sia – è ormai sfumato) o si mettono tanti titoli italiani d’autore (magari in concorrenza con altri film stranieri che puntano allo stesso target) tra inizio settembre e metà ottobre, in un affollamento fratricida/suicida. In questo senso, la recente scelta di 01 e Medusa di proporre rispettivamente Only God Forgives e La grande bellezza in contemporanea con il passaggio a Cannes, è un segnale confortante.

Sicuramente, piaccia o meno dirlo, i film italiani che puntano ai Festival sono troppi, se consideriamo che fanno parte di una nicchia poco remunerativa. Insomma, si sostengono troppi titoli rispetto al mercato esistente per questi prodotti, ma la soluzione non è semplicissima. Farne di meno? Se si riuscisse a produrre (e a finanziare pubblicamente) solo i più meritevoli, benissimo, ma nulla assicura che verranno prodotti solo i film migliori. Non c’è dubbio poi che i Festival (quest’anno soprattutto quello di Roma, ma non a caso per la prima volta la presenza faceva punteggio per i contributi ministeriali), selezionino troppi titoli tricolori, ma anche qui non è facile resistere alle enormi pressioni di distributori e produttori italiani (che poi forse queste persone puntino troppo ai Festival, vista la situazione descritta fin qui, è altro discorso, che andrebbe considerato). Va detto che, per i film italiani, la vetrina di Venezia è fondamentale per farsi vedere (e comprare) all’estero, ma questo certo non basta per rendere accettabili dei dati molto preoccupanti. Sull’argomento credo proprio che ci torneremo…

P.S.
Scrivendo questo articolo, ho notato questo pezzo su 8 e 1/2, decisamente meritevole di segnalazione e che fa notare cose simili, anche se più a largo raggio…


Su Miele e il cinema italiano

Per voi che sperate sempre in una mia stroncatura, sgomberiamo subito il campo da dubbi, Miele è un film più che dignitoso. Diretto e recitato discretamente (anche se mi conferma l’opinione che Jasmine Trinca sia un’attrice fortemente sopravvalutata), ha una trama e uno sviluppo interessanti, benché abbastanza prevedibile. Insomma, un esordio assolutamente accettabile. Detto questo, non ho potuto evitare di pensare a due caratteristiche comuni a tanto cinema italiano di questo tipo:

– Ho sempre l’impressione che il massimo per un regista sia farsi dare del ‘rigoroso‘ dai critici dei quotidiani, come se fosse il maggior complimento possibile. Valeria Golino ogni tanto tenta qualche strada più coraggiosa, esteticamente e narrativamente, per poi ritornare quasi subito su binari più tranquilli. Credo che, in un panorama in cui è sempre più difficile convincere la gente ad andare a vedere film di un certo tipo, essere forti e di impatto (anche a costo di fare dei brutti scivoloni, cosa che in Miele non succede mai) sia fondamentale per trovare un pubblico importante, in Italia e soprattutto all’estero…

– Sulle possibilità economiche di questo film se ne può discutere (io penso che finirà la sua avventura tra i 900k e 1,2 milioni), sul tipo di pubblico che lo andrà a vedere temo proprio non ci siano dubbi. Per lo più persone dal reddito e dall’istruzione alta, che sul tema dell’eutanasia non hanno dubbi: è una vergogna che non si possa regolamentare il come morire e che bisogna affidarsi ai ‘privati’, facendo finta che il problema non esista. Personalmente, non posso che condividere questa opinione, il problema è che, come spesso capita (Diaz e Bella addormentata, tanto per fare due esempi importanti), si predica a chi già va in chiesa. Per capirci, non è un film a tesi (nel senso che non si fa propaganda a un’idea specifica), quanto un film che poggia tutto sull’argomento sociale, senza peraltro (come detto) puntare su scelte forti. Insomma, a quando un film su temi così importanti, in grado di farsi vedere anche da chi la pensa in maniera diametralmente opposta, magari perché riesce a creare dei personaggi e una storia più complessa?


Cannes, festival chic e choc

Ci mancava il solito, originalissimo articolo sui Festival choc, perché da una parte tutti i film dei Festival sono sempre ‘choc’ (anche quelli in cui non succede un cazzo di niente), ma d’altro canto almeno tre volte l’anno bisogna urlare allo scandalo ai festival (che essendo sempre definiti scandalosi di default, in realtà non lo sono mai).

Questa volta, ha aperto le danze Gloria Satta sul Messaggero. “A Cannes non mancheranno le emozioni forti. Scene hot e scandali annunciati, eros ad alta gradazione, sangue a ettolitri e trasgressioni assortite: sarà un festival chic e choc, quello che inizierà il 15 maggio con Il Grande Gatsby 3D di Luhrmann e Di Caprio”. Oddio, per dimostrare che il festival è pieno di “scene hot e scandali annunciati, eros ad alta gradazione, sangue a ettolitri e trasgressioni assortite”, forse il film di Luhrmann non è l’ideale, ma andiamo avanti.

“In The Bling Ring, il film di Sofia Coppola che apre il Certain Regard, una gang di giovanissime annoiate svaligia a Los Angeles le ville delle star (fatto davvero accaduto) per comprarsi abiti griffati. Da segnalare la scena che sancisce la svolta sexy di Emma Watwson: l’assennata Hermione di Harry Potter ora si lancia in una pole dance mozzafiato”.

Ehm, sarebbe questa qua sotto la “pole dance mozzafiato”?

http://www.youtube.com/watch?v=X-awm_wKNy8

Sarebbe questa??? “Mozzafiato” rispetto a cosa, rispetto ai Teletubbies?

Vabbeh, continuiamo. “Ma c’è da giurare che qualche frisson (‘brivido’, ‘fremito’, per i non francofili, ndr) verrà assicurato anche da Marine Vatch, l’angelica attrice 23enne che nel film di Ozon Jeune et Jolie si prostituisce per puro piacere. Mentre in The Immigrant di Gray la sua collega da Oscar Marion Cotillard è costretta, essendo un’emigrante polacca, a vendersi nella New York anni Venti dal crudele Joaquin Phoenix. La vie d’Adèle di Kechiche, ispirato a un fumetto, racconta invece una passione lesbo, quella che scoppia tra la sempre più lanciata Léa Seidoux e una quindicenne”.

In ordine. Una 23enne che si prostituisce per piacere a me al massimo fa tristezza, se non indifferenza. Discorso completamente diverso per un’immigrata che viene costretta a prostituirsi. E’ questa l’idea della Satta di “scene hot e eros ad alta gradazione”? Lo trova frissonnant ed eccitante essere costretti a prostituirsi? Mah. Sul film di Kechiche e la sua passione lesbo, per ora (in attesa di vedere le sue scene) non vedo cosa ci sia di scandaloso, a meno di non ritenere il lesbismo una cosa eccitante di natura (e allora, tanti saluti all’uguaglianza). Si citano poi i nuovi film di Polanski, Refn e Miike, che in effetti potrebbero anche essere fortini. Discutibili invece altre inclusioni.

“Dalle prime immagini, sembra destinato a mettere sottosopra la Croisette Behind the Candelabra in cui Soderbergh ricostruisce la biografia del pianista-showman Liberace, defunto nel 1987. Lo interpreta Michael Douglas, carico di gioielli, mentre Matt Damon fa il suo autista-amante. Film in odore di scandalo, in America rischia di uscire “purgato” dalle scene più esplicite”.

Ma la Satta lo sa che questo titolo non esce al cinema, ma verrà trasmesso dal canale HBO, che certo non è timida in fatto di contenuti forti? E da dove risulta questa censura? Io non ho trovato niente in giro.

“Non passerà inosservato al Certain Regard Miele, l’opera prima di Valeria Golino che parla di eutanasia. E se alla Semaine de la critique Salvo di Piazza e Grassadonia descrive un miracolo nel mondo della mafia (un killer restituisce la vista a una ragazzina cieca imponendole sugli occhi le mani sporche di sangue)”.

Miele non passerà inosservato, ma avendolo visto, vi assicuro che di trasgressione arrapante ce n’è poca (e temo che anche Salvo sia lo stesso). Gran finale con l’unico titolo italiano in concorso.

“Tutti aspettano La grande bellezza di Sorrentino. Se ne parla, in Francia e non solo, come di una nuova Dolce vita. Unico italiano in concorso, con il suo ritratto della Roma presenzialista, splendida e decadente il film è già stato venduto in mezzo mondo. Un’emozione forte a scatola chiusa”.

Quindi, se ho capito bene, visto che La grande bellezza è il nuovo La dolce vita, farà scandalo? il fatto che nel frattempo sono passati cinquant’anni, non induce a pensare che il comune senso del pudore sia leggermente cambiato? E poi, è normale dire che un film è “un’emozione forte a scatola chiusa”? Esaltazione profetica?


Iron Man 3 continua a stupire

Anche i più ottimisti non potevano pensare a un esordio del genere. In effetti, era difficile credere che si potesse battere Avengers, ma così è andata. E’ vero che i giorni di uscita non sono esattamente in linea (quel titolo era uscito mercoledì 25 aprile, Iron Man 3 di mercoledì 24), ma basta vedere i confronti sui rispettivi giorni (a parte la domenica) per capire che questo terzo episodio è partito con il turbo. Ecco i risultati giorno per giorno di Iron Man 3:

Mercoledì 24 aprile: 1.635.120
Giovedì 25 aprile: 1.873.669
Venerdì 26 aprile: 1.311.575
Sabato 27 aprile: 2.015.227
Domenica 28 aprile: 1.577.236

Ecco invece i dati di Avengers:

Mercoledì 25 aprile: 2.325.800
Giovedì 26 aprile: 683.580
Venerdì 27 aprile: 939.701
Sabato 28 aprile: 1.688.538
Domenica 29 aprile: 2.199.331

Insomma, soprattutto di venerdì la differenza è notevole, ma anche nei primi due giorni (conviene considerarli combinati per mettere il 25 aprile di entrambi con un altro giorno) si tratta di 500.000 euro in più. Calo importante invece di domenica, ma assolutamente comprensibile. Avengers aveva fatto 7,8 milioni in quel weekend di cinque giorni, Iron Man 3 8.576.388, con una media nei cinque giorni di quasi 10.000 euro (nota: questo weekend va fatta particolare attenzione alle medie, quelle del Cinetel comprendono solo i tre giorni del weekend, quelle che segnalo io sono frutto di una semplice divisione sull’incasso totale). E se il calo prevedibile nei prossimi giorni verrà anche compensato dalla festività del primo maggio e da una concorrenza non fortissima, i 18 milioni di Avengers non sembrano così lontani (anche se forse non verranno raggiunti). Comunque, primo posto del 2013 assicurato, con buona pace de Il principe abusivo.

Con un mattatore del genere, non era difficile prevedere che le nuove uscite ne risentissero. Il titolo che va meglio è Viaggio sola, con una buona gestione delle sale (come caratteristica della casa di distribuzione Teodora), 88 schermi, che hanno portato a un incasso di 422.486 euro in cinque giorni e a una fantastica media di 4.800 euro.

Non hanno funzionato invece Le streghe di Salem e Kiki – Consegne a domicilio, il primo che ha raccolto 286.895 euro (1.463 di media nei cinque giorni), il secondo 244.700 euro e 1.267 di media. Male anche Qualcuno da amare (49.456 euro, 1.648 di media per schermo). Chi invece regge bene è Attacco al potere, che perde nel weekend solo il 30% rispetto a sette giorni fa e conquista altri 912.521 euro, per un totale di 2,6 milioni. Accettabili le flessioni di Scary Movie 5 (-46%, per 824.612 euro nel fine settimana e un totale di 2,7 milioni) e di Oblivion (-48%, per 538.425 euro e 3,8 milioni complessivi). Insomma, grazie a Iron Man 3, un aumento di ben il 23% nel box office totale del fine settimana rispetto a un anno fa. Speriamo si continui così…


Come far preoccupare Brad Pitt…

“Nel grande paese quando qualcosa ferve partono subito le scommesse. Nel caso specifico, a chi sarà il campione (d’incassi ovviamente) d’estate. I bookmaker sembrano averlo già individuato: World War Z”. Giorgio Carbone su Libero pensa che World War Z farà più soldi di Iron Man 3. Da Hollywood, si dice che Brad Pitt tenga le mani sugli zebedei da almeno 24 ore e stia smadonnando…


Ecco chi salverà il cinema italiano

Se mi ricordo bene, fu in occasione dell’uscita di Al di là delle nuvole (ma forse mi confondo con Eros, comunque poco importa nel discorso che sto facendo) che Bernardo Bertolucci difese il film di Antonioni, sostenendo che l’uscita di un film del Maestro fosse comunque un evento storico e da appoggiare. Beh, fatti i dovuti paragoni, Natalia Aspesi che torna a parlare di cinema (cosa che purtroppo fa sempre di meno) è un evento senza se e senza ma. Scrive infatti la nostra ieri:

“Festival di Cannes: neppure un italiano in giuria, un solo film italiano in competizione (Sorrentino), uno in “Un Certain Regard” (Golino), uno a La Semaine de la Critique (Grassadonna e Piazza). Nient’altro offre il nostro cinema, oppure è la catastrofe politica a ingigantire la diffidenza del mondo verso il nostro paese, se non la sua cancellazione?”

Sembra di sentir parlare Mereghetti, ma a differenza del giornalista del Corriere della Sera, Natalia ha la soluzione ai nostri problemi e ce la scodella senza tentennamenti:

“Meno male che ci sarà un’ italiana, Miuccia Prada, tra le star della terza cineversione del “Grande Gatsby” dal celebre romanzo di Fitzgerald, diretto in 3D da Baz Luhrman: sono suoi infatti i 40 abiti da sera delle feste in casa del nuovo ricco Gatsby (questa volta l’ormai grassoccio Di Caprio) inutilmente innamorato di Daisy (l’ossigenata Carey Mullighan (sic!). La costumista Catherine Martin voleva evitare il vintage anni ’20, perciò ha scelto abiti contemporanei della collezione Miu Miu, cui Prada ha dato una luccicante, malinconica lussuosità da fine dell’Età del Jazz. I giornali stranieri sono invasi dalle immagini di questi abiti, gli italiani faticano ad averle”.

Che il rapporto tra le due fosse forte, si era già capito con questa intervista del luglio scorso, che si apriva con questi toni feroci:

“Al grande chiacchiericcio che risuona a vuoto nei templi già rumorosi delle sfilate milanesi, piccole invidie, grandi frecciate, autoesaltazioni, terrori e pomposità, Miuccia Prada non partecipa mai. Ha molte cose da dire, ma non in quel momento in cui il lavoro di mesi, la fatica di mesi, la concentrazione di pensieri e idee, diventa spettacolo, gratificazione, immagine concretae globale di una fantasia, di un impegno, di una visione”.

Ma con l’articolo di ieri siamo oltre, con una visione profetica avanti di almeno vent’anni. Il cinema italiano fatica a incassare all’estero e in patria? Cannes non ci considera troppo (cosa non vera, ma vabbeh)? La soluzione è Miuccia. Vari Barbagallo, Cerri, Tozzi e tutti gli altri responsabili delle associazioni di settore, fatevi da parte. Abbiamo trovato chi rilancerà il cinema italiano nel mondo. E, parafrasando Billy Cristal, quando ti rendi conto che vuoi affidare il cinema italiano per il resto della tua vita a una persona, vuoi che il resto della tua vita inizi il prima possibile. Daje!


Cannes punta sul cinema molto mainstream?

Io lo so che i giornali ormai, per pubblicare un pezzo di cinema, chiedono di metterci qualche polemica o ‘tendenza’. So che sarebbe stato banale parlare della giuria del Festival di Cannes semplicemente dicendo che ha dei nomi notevoli (come è normale che sia) e mette insieme il re di Hollywood Steven Spielberg con il rumeno – non per tutti i gusti – Cristian Mungiu. Ma il Corriere della Sera e Paolo Mereghetti non possono accontentarsi di così poco. Leggo infatti ieri:

“Ma se è indiscutibile che Nicole Kidman è nata in Australia, Ang Lee a Taiwan e Christoph Waltz in Austria, forse è più corretto dire che la loro vera ‘patria’ è Hollywood, terra con cui anche la regista britannica Lynne Ramsay ha rapporti molto stretti. Nessuno scandalo, per carità, ma con questa giuria Cannes ha dichiarato apertamente da che parte si schiera nella guerra dei festival, quella di un cinema molto ma molto mainstream a cui cerca in tutti i modi di facilitare la salita dei suoi celeberrimi gradini coperti dal tappeto rosso. Ogni anno si inventa una nuova scorciatoia per attirare Hollywood: l’anno scorso mettendo in concorso opere prime molto discutibili, quest’anno ‘giocando’ sulle nazionalità dei giurati”.

Da dove iniziare, visto che la carne al fuoco è infinita? Sui “rapporti molto stretti” con Hollywood di Lynne Ramsay, potremmo chiedere ai produttori di Jane Got a Gun che ne pensano, dopo che la regista li ha abbandonati pochi giorni prima dell’inizio delle riprese. In generale, il film più hollywoodiano della Ramsay è …e ora parliamo di Kevin, praticamente un clone di Armageddon e Transformers, come no.

Andiamo avanti. Un regista come Ang Lee, che nel corso della sua carriera ha lavorato sia in Asia che in America, sarebbe un rappresentante del “cinema molto ma molto mainstream”? L’autore de I segreti di Brokeback Mountain? Il realizzatore di Vita di Pi, progetto che sembrava una follia produttiva vista la storia narrata e che ha ottenuto ben l’80% dei suoi incassi dai botteghini extrastatunitensi? Ma per carità…

Continuiamo. Christoph Waltz è un attore che ha lavorato per 30 anni in Europa, prima di diventare famosissimo (e vincere due Oscar) grazie a Quentin Tarantino. Anche qui, non stiamo parlando di Justin Timberlake o di un protagonista di Twilight, a meno di non voler considerare il cinema di Tarantino mainstream. E Nicole Kidman? Gli ultimi film a cui ha lavorato sono stati Stoker, The Paperboy, Trespass, Mia moglie per finta, Rabbit Hole e Nine. Alcune scelte discutibili, ma in generale non certo dei film “molto mainstream”. Insomma, abbiamo capito che la tesi della giuria legata mani e piedi alla Hollywood più banale regge poco, anche perchè non ci vedo nomi come Michael Bay o Adam Sandler.

Ma i film statunitensi scelti? L’anno scorso c’erano Cogan, Lawless, Moonrise Kingdom, Sulla strada e The Paperboy. Qualcuno non meritava di esserci, ma certo non siamo dalle parti di Fast & Furious come scelte narrative e stilistiche. In concorso quest’anno troviamo Inside Llewyn Davis dei fratelli Coen, The Immigrant di James Gray (realizzatore molto più amato in Francia che negli Stati Uniti), Nebraska di Alexander Payne e Behind the Candelabra di Steven Soderbergh. Sarebbero questi dei titoli e dei registi molto mainstream? Se veramente Cannes volesse sostenere la Hollywood più bieca, non avrebbe dato molta visibilità (ben più utile di quella che hanno i giurati) a film molto diversi da questi?

Pensate che possa bastare così? Manco per niente:

“E che non ci sia nemmeno un giurato italiano, la dice lunga sulla considerazione che la Francia ha della nostra industria cinematografica”.

Ehm, ma Mereghetti se lo ricorda che l’anno scorso un tal Nanni Moretti (che sicuramente deve essere un argentino di origini italiane, come Papa Bergoglio) era addirittura il presidente di giuria? E che nel 2010 c’erano non uno, ma due giurati italiani, Alberto Barbera e Giovanna Mezzogiorno? Se  la giuria fosse veramente il segnale della “considerazione che la Francia ha della nostra industria cinematografica”, questi due recenti precedenti non fanno pensare a una promozione, più che a una bocciatura? Ma siamo alle solite. Cannes e l’Oscar per il miglior film straniero sono sempre il parametro con cui si giudica il cinema italiano. Niente giurati tricolori? E allora è crisi e lanciamo la polemica, magari anche contro Hollywood


Una modesta proposta

Lo so che non verrò ascoltato e quindi potrei anche starmene zitto. Ma se c’è una cosa di cui sono assolutamente convinto, è che i piagnistei ormai abbiano lo 0% di possibilità di portare a risultati concreti. In un momento difficile come questo per il Paese, continuare a chiedere soldi allo Stato rischia di far arrivare la gente (anche di sinistra, non solo di destra) con i forconi, senza peraltro ottenere risultati concreti.

I fatti. L’altro giorno mi arriva un comunicato da parte di associazioni (Tra gli altri, Anec, Anica, 100 autori, ecc.) e addetti ai lavori vari. Questo è l’inizio:

“Il cinema si ferma. Questa è la realtà che attende il nuovo Ministro per i Beni e le Attività Culturali al quale tutte le associazioni del settore chiedono un intervento immediato rinnovando allarme e preoccupazione. La riduzione di oltre 20 milioni (oltre il 20 %) delle risorse pubbliche disponibili per l’intera filiera cinematografica annuncia l’inevitabile blocco di tutte le attività del settore: dalla produzione alla distribuzione, dall’esercizio alla promozione con gravissime ricadute anche sull’occupazione di centinaia di migliaia di lavoratori”.

Boom!!! E’ la fine, l’Apocalisse, le cavallette e le piaghe d’Egitto, siamo tutti morti noi centinaia di migliaia di persone che ci occupiamo di cinema. Sembra di sentire parlare Grillo dei politici. Insomma, non stiamo esagerando? Questo era quello che scrivevo solo qualche giorno fa:

Nel 2009, gli investimenti nazionali diretti alla produzione italiana sono passati dal 71 milioni del 2008 a 38,1 milioni. Un calo enorme, non c’è che dire, e che sicuramente mostra uno dei problemi delle politiche culturali nel nostro Paese, quasi mai ad ampio raggio e in grado di essere coerenti da un anno all’altro. Insomma, il cinema italiano sarebbe sicuramente morto con quei tagli, almeno così si diceva. Peccato che nel 2010 e nel 2011 (annate ovviamente molto legate agli investimenti fatti nel 2009) il cinema italiano è rinato a livello commerciale, catturando quote di mercato straordinarie. Ora, nel 2012 è vero che gli investimenti diretti saranno solo 24,4 milioni, ma a questi bisogna aggiungerne 37,1 di tax credit interno e 19,3 milioni di tax credit esterno, per un totale di 80,8 milioni, contro i 48,4 milioni del 2009, che comprendevano anche 10,3 milioni di tax credit interno.

Insomma, le risorse rispetto al 2009 (che, come abbiamo visto, non è stata la data di morte del cinema italiano, anzi) sono aumentate molto, quasi raddoppiate. Certo, per chi non ha modo di sfruttare il tax credit interno e non vedrà neanche con il binocolo quello esterno, è ovvio che la notizia è negativa, ma è così drammatico se verrà fatto qualche film a basso costo in meno, di quelli che in sala neanche ci arrivavano, se non per un paio di giorni? Sarebbe questo il dramma?

Parliamo invece delle cose serie. Il tax credit ancora non rinnovato, che rischia di impedire nuovi investimenti (dall’Italia e dall’estero). Il fatto che la digitalizzazione delle sale non sta procedendo con l’efficienza che imporrebbe il passaggio alle copie in digitale del 1 gennaio 2014, rischiando di lasciare per strada centinaia di schermi. Un sviluppo delle piattaforme online che non procede per niente bene (compreso il perennemente annunciato portale dell’Anica e che non è detto arrivi neanche nel 2013) e che sta togliendo quella che in altri Paesi (USA, Francia, Inghilterra) è ormai diventata una voce di bilancio importante per i produttori. Ecco, la modesta proposta è questa: riusciamo a lanciare forte 3-4 temi importanti per tutti e non urlare alla fine del mondo ogni anno, solo perché qualche produttore e/o regista riceverà meno soldi?