Roma, luci e ombre al festival

I Festival a cosa servono? E soprattutto, servono? La domanda sorge spontanea dopo le ultime edizioni di Venezia e Roma. Divise da tutto (in particolare da un valzer di poltrone poco simpatico negli ultimi 12 mesi), ma che sembrano unite nei pessimi risultati in sala per i prodotti italiani presentati (per ora su Roma c’è un solo caso, quello di Alì ha gli occhi azzurri, particolarmente sconfortante, considerando il consenso generale e il premio speciale della giuria, che sono valsi solo 49.000 euro in quattro giorni). Vedendo certi risultati al botteghino, verrebbe da dire di no, non servono neanche agli appassionati, che magari i film se li vanno anche a vedere durante la manifestazione, ma che poi non sembrano avere grande effetto passaparola su amici e conoscenti. Semplicemente, dobbiamo tutti ricordarci di far parte di una nicchia (sempre più autoreferenziale) e che è sorprendente quando capita che il pubblico va a vedere un “film da Festival”, non il contrario. In questo senso, se è normale che testate specializzate seguano certe manifestazioni con grande attenzione, è sorprendente che i mass media generalisti continuino a dedicare tanto spazio a film che, se non passassero a Roma, Venezia o a Torino, non riceverebbero neanche due righe.

A questo proposito, iniziamo quindi con una delle accuse fatte spesso a Marco Müller nelle ultime settimane, quella di autorialità. E’ incredibile che un Festival di questo direttore passi per essere troppo autoriale, lui che è stato in grado di aprire la sua prima edizione di Venezia con la rassegna ‘The Italian Kings of B’s’ (sui film italiani di genere massacrati dalla critica colta) e che, tra le tante cose fatte al Lido, solo due anni fa portava un paio di pellicole di Takashi Miike, di cui una in concorso. La verità è che i festival non sono popolari per definizione e non è che le edizioni di Roma passate lo fossero di più. Semplicemente, avevano quella decina di film americani ed europei passati altrove e con registi/attori più conosciuti, che permettevano alla stampa di avere qualcosa di cui parlare. Ma se anche prodotti come The Social Network e Le avventure di Tintin – Il segreto dell’Unicorno (proposti poco prima dell’uscita in sala) andavano male al botteghino, di che ‘popolare’ parliamo? Quello di Twilight (unico trait d’union tra i vari organizzatori in questi anni), che non ha certo bisogno del supporto dei Festival? Quello della Venezia 2012 (dove non si è visto un solo film popolare tra concorso e fuori concorso, a parte forse Love Is All You Need)? In realtà, più che accusarli di noia autoriale, diversi titoli non sembravano all’altezza di un concorso (e un fuori concorso) che avrebbe dovuto rilanciare la manifestazione capitolina soprattutto a livello internazionale (dove negli ultimi anni era stata completamente ignorata, per via della sua mancanza di anteprime).

Ovviamente, come in tutti i Festival ci sono stati gli alti e i bassi, ma quest’ultimi hanno prevalso, a partire dall’accoppiata Aspettando il mare e Il canone del male che ha aperto la manifestazione (errore strategico che si sarebbe dovuto evitare), per poi continuare con diversi titoli poco convincenti e fuori posto. Peraltro, si è confermato che non è il caso di dare così tanto spazio ai nostri prodotti (non sarebbe stato meglio concentrarsi sui più meritevoli, come ha fatto quest’anno Barbera a Venezia, forse la sua scelta migliore?). L’errore maggiore in questo senso è stato portare in concorso E la chiamano estate, pellicola che è stata contestata in sala e fuori, un bersaglio perfetto per chi voleva attaccare il Festival fin dall’inizio e che magari non andava offerto. Peraltro, il consenso incredibile della giuria, che ha conferito due premi importanti a questo titolo, non fa che contribuire alle critiche, più che smorzarle. Ma basti ricordare che da quest’anno il passaggio al Festival di Roma fa punteggio per i contributi ministeriali e si capisce perché tanti produttori hanno fatto carte false per esserci, anche a fronte di un rapporto spese/visibilità non straordinario.

In tutto questo, c’è comunque una base interessante su cui ripartire. Per chi scrive titoli come A Motel Life, Main dans la main e Spose celesti dei mari della pianura sono stati degli appuntamenti magici, altri molto interessanti (Mental, Carlo!, Il leone di Orvieto), ma qui è questione di gusti personali. Tuttavia, l’importanza di avere una sessantina di anteprime mondiali non andrebbe mai dimenticata, perché se si vuole avere un ruolo a livello internazionale la strada è questa. Altrimenti, si può tranquillamente fare una sorta di Cannes/Berlino/Locarno a Roma, presentando titoli interessanti già passati altrove (soprattutto Toronto). Ma, a quel punto, non ha senso spendere neanche un decimo di quanto si tira fuori adesso. Ed è comunque confortante vedere che dalla Fondazione Cinema per Roma c’è la volontà di lavorare a eventi tutto l’anno, facendo segnare una bella differenza con il passato e magari permettendo così di giustificare dei costi che rimangono ancora molto alti (e sarebbe interessante capire quali siano le spese vive e quelle invece eliminabili). In questo senso, l’Auditorium continua a non convincere molto, visto che per una ragione o per l’altra le sue problematiche portano a delle spese aggiuntive di cui si farebbe volentieri fatto a meno.

Capitolo star. Ce ne erano poche, ma difficilmente si può sostenere che fossero molte meno degli ultimi due anni, dove magari si davano premi e rimborsi spese per far venire qualcuno. Anche qui, però, bisogna capirci. Se si fanno Festival da 12 milioni di euro per portare 3 o 4 star di fronte a un migliaio di romani, in questo clima di austerità è quasi immorale. Se si riesce ad averle all’interno di un programma di film a cui partecipano (e senza spendere) ben vengano, altrimenti a Roma arrivano ogni settimana attori e registi importanti, tutti a carico delle case di distribuzione. Basta capire se si ha voglia di creare un appuntamento veramente importante per gli addetti ai lavori o se si vuole dar vita a degli specchietti per le allodole. Certo, a Roma non si possono portare solo gli attori russi e cinesi, quindi si può e deve sperare che dal 2013 la disponibilità di un maggior numero di film importanti americani permetta anche arrivi più prestigiosi.

Rimangono degli errori di comunicazione gravi, alcuni direttamente dal Festival, altri di mancata reazione a tante voci incontrollate. Come è possibile, ancora in questi giorni, sentir parlare da alcuni mezzi di informazione della mancata presenza di 007 – Skyfall, quando questo film usciva in sala una settimana prima dell’inizio del festival? Perché non smentire subito questa follia? E perché non smentire la bufala sui 400 giornalisti stranieri che sarebbero dovuti arrivare a spese del festival? Fermo restando che 400 stranieri all’Auditorium (qualsiasi fosse la loro professione) non li ha visti nessuno, negli ultimi giorni si è detto (fonte: Corriere della Sera) che erano 100 e che peraltro il budget su di essi è andato a scapito degli addetti ai lavoro che seguono il Mercato. Insomma, più accreditati stampa, meno accreditati del Mercato, così sembra un po’ un teatrino, in cui la mano destra toglie alla sinistra. Più concretamente, è inquietante che un festival che finalmente ha un senso per chi acquista film (perché li può vedere in anteprima, belli o brutti che siano), veda un calo dei compratori, ma sarebbe opportuno chiedersi per cosa venivano spesati negli anni passati (per vedere piccoli film italiani che poi non compravano?). Più grave lo sbaglio su altre situazioni, come la telenovela su Django Unchained e Quentin Tarantino, dati per certi prima entrambi, poi soltanto la visita del regista a Roma (con tanto di comunicato promesso durante la conferenza stampa di presentazione un mese fa e mai arrivato).

Dove peraltro non si è capito molto il discorso a livello di comunicazione, è stato il tentativo di appoggio da parte dei grandi mass media (soprattutto Repubblica e il Corriere), con tanto di interviste esclusive prima del Festival. Risultato? Un generale massacro sulla carta stampata, mentre le tante testate Internet snobbate non sono state da meno. Dove è finito il Müller che due anni fa al Lido incontrava le testate web, prendendosi pure (proprio per dichiarazioni rilasciate nell’occasione) una querela da parte di Paolo Mereghetti?

In questo senso, anche il discorso vendita biglietti (per la cronaca, in zona Auditorium le sale non sembravano certo vuote, ma evidentemente alle proiezioni per il pubblico c’era minore interesse degli anni passati, come dimostra il -15% di tagliandi staccati rispetto al 2011) è stato affrontato male, con prezzi inizialmente schizzati alle stelle (come se il calo generale delle presenze in sala nel 2012 non avesse fatto capire nulla) e poi macchinosi dietrofront quando si è capito l’errore.

Infine, qualche cosa sull’organizzazione in generale. Bene la nuova sala stampa molto più grande e l’abolizione dell’odioso servizio per cui anche gli accreditati dovevano fare file lunghissime per i biglietti di quasi tutte le proiezioni. Ci si chiede invece cosa sia successo a chi realizza i sottotitoli per i film stranieri. Nel migliore dei casi, qualche errore di ortografia di troppo (magari frutto dei tempi ristretti), nei peggiori (soprattutto per i film asiatici) una padronanza approssimativa della lingua italiana.

Insomma, un presente che offre delle speranze, ma senza essere già quello che speravamo e che ci era stato promesso. Magari, un anno intero a disposizione potrà contribuire a creare un programma più interessante e ricco di titoli e star nel 2013. Sperando che nel frattempo i tanti soggetti di questo Festival trovino un’intesa solida e scelgano se andare avanti con decisione con un Festival veramente internazionale o staccare la spina. Terze opzioni è meglio non proporle neanche…