The Imposter

Forse sto esagerando io (possibile), ma temo proprio che The Imposter sia uno dei film dell’anno. Tanto per cambiare, è un documentario. Tanto per cambiare, è un docufiction che mette assieme interviste ai protagonisti reali con immagini ricostruite (tra parentesi, i budget dei documentari americani ogni tanto fanno paura e/o devono essere utilizzati benissimo), con uno stile che mi ha ricordato Man on Wire.

Cosa fareste se vostro figlio/fratello scomparisse per tre anni? E se un giorno riceveste una telefonata dalla Spagna, che vi avverte che si trova lì, non proprio il luogo più ovvio per un ragazzino texano? Sicuramente, dopo aver perso ogni speranza, sareste pieni di gioia. Ma a tal punto da non sospettare nulla una volta che lo vedete, anche se fisicamente ha poco a che fare con il ragazzino di un tempo e parla con uno strano accento francese?

Quello che segue è una delle storie più sconvolgenti e complesse a cui abbia assistito da tempo, al cinema o in qualsiasi altro medium. Inutile cercare di trovare delle spiegazioni facili e sicure: non ci sono, se non per quanto riguarda i problemi mentali del protagonista, una sorta di versione al quadrato di Prova a prendermi, in cui la mitomania non serve per fare la bella vita (come avveniva per DiCaprio), ma per trovare una vita.

Un documentario che andrebbe fatto vedere a tutti gli autori italiani, spesso capaci solo di raccontare in maniera piatta anche storie importanti, come se pensassero che non ci sia bisogno di creare tensione e interesse, oltre che di essere chiari su quello che narrano. Magari qualche dubbio sulla totale onestà dei documentaristi si può avere e sul modo di raccontare questa vicenda. Ma di fronte a un film così potente, ci si passa sopra volentieri…