Paradise Lost 3: Purgatory

Doveva e poteva vincere l’Oscar ieri sera, ma quando c’è di mezzo Harvey anche nei documentari si può tranquillamente venire battuti da un lavoro (che sarà anche interessante, non l’ho visto) su una squadra di football. Per carità, non sono convinto che Paradise Lost 3: Purgatory fosse il titolo migliore, visto che Pina era decisamente superiore a livello artistico (ma troppo ‘strano’ per vincere).

La cosa che mi aveva più impressionato vedendo il primo capitolo di questa ‘saga’, capace di tirar fuori di galera tre persone condannate senza prove, è che non avrei messo la mano sul fuoco a proposito dell’innocenza degli adolescenti. Troppo tranquilli e anche un po’ sbruffoni nei loro atteggiamenti. Rivisti a distanza di 17 anni (fa impressione anche solo scriverlo) si capisce di avere di fronte ben altre persone, che magari all’epoca si trovavano in una situazione che (come comprensibile) non sapevano assolutamente gestire.

I documentaristi evitano per fortuna di lodarsi da soli, dopo un inizio in cui viene mostrata l’importanza del loro lavoro per l’interesse suscitato dal caso, in una situazione che rischiava di vedere due persone in galera a vita e una condannata a morte. E non mancano, quando serve, di far vedere immagini durissime dei cadaveri delle tre vittime, giusto per ricordarci la drammaticità dell’eveno.

Anche il ruolo delle star che hanno seguito la vicenda, con una scelta condivisibile, non riceve troppo spazio. Dove però il documentario funziona meno è nell’affastellare tante cose diverse, stretti dall’esigenza di non ripetere esattamente le stesse informazioni per chi ha seguito già i precedenti capitoli e quella di far conoscere la storia a chi non ne sa nulla. Ovvio che non si può rimanere impassibili di fronte al finale, che sembra quasi irreale. Così, Joe Berlinger e Bruce Sinofsky possono condividere il primato di Errol Morris. Anche lui in grado di salvare una vita umana con La sottile linea blu, ma non meritevole di conquistare l’Oscar per quel lavoro…


Millennium – Uomini che odiano le donne

Ammetto di essere piuttosto diviso dal nuovo film di David Fincher. Che, come (quasi) tutti i film di Fincher, alla fine è sempre consigliabile. Intanto, perché il regista prende una materia tutt’altro che eccezionale (nonostante le enormi vendite, non sono mai stato convinto della bontà del lavoro di Stieg Larsson) e la rende comunque sua. Forse, non troppo sua però.

Il punto è che Millennium – Uomini che odiano le donne è il classico film-compromesso, quello che può tirar fuori il meglio o il peggio da un realizzatore. In effetti, la prospettiva migliore è se il regista riesce a sfruttare delle risorse importanti e un forte interesse del pubblico per dar vita a un prodotto meno convenzionale del solito. Fincher ci riesce? Sì e no.

E’ bravissimo come solito a rendere tesi tanti momenti di dialogo e/o di analisi delle prove, che rischiavano invece di rallentare troppo il ritmo (e in oltre 150 minuti di film, il pericolo era forte). Se la cava ottimamente nei momenti più delicati, le scene di stupro che coinvolgono Lisbeth Salander, che vengono poi sintetizzate magnificamente quando arriva la vendetta. Ed è intelligente quando cambia una cosa nel finale, non perché la soluzione convinca del tutto (anzi…), ma perché altrimenti si rischiava di fare il solito compitino per fan del libro, senza uscire dai binari.

Ma non è (e non poteva esserlo) Zodiac. Evidentemente, il materiale di partenza era troppo importante per prendersi la libertà di fare un film totalmente anticonvenzionale, ma forse diverse incongruenze (la principale, un’indagine che riesce dopo decenni a dei non professionisti) del romanzo andavano sistemate meglio. E nel 2011/12, il monologo del serial killer freddo e fanatico ce lo si poteva risparmiare. Senza dimenticare i troppi finali, che rischiano quasi di concorrere con Il ritorno del re.

In tutto questo, buon cast, ma nulla per cui urlare al miracolo. Neanche Rooney Mara/Lisbeth Salander, che dimostra solo che questo ruolo permette di ottenere grandi consensi a chiunque (ma, va detto, la Mara promette meglio di Noomi Rapace). E se è comprensibile una certa recitazione monocorde per lei, un po’ meno un Daniel Craig che fatica molto a cambiare espressione. Insomma, prodotto ben al di sopra della media di thriller simili, ma al di sotto della media dei film di Fincher