Midnight in Paris – La recensione

Non mi chiedete di scrivere una recensione accurata di Midnight in Paris, film che ho visto alle Giornate professionali lo scorso luglio e che evidentemente sto cercando disperatamente di dimenticare.

Quello che rimembro è una grande sensazione di disagio e di isolamento, in una sala che chiaramente adorava quello che stava vedendo. Sostanzialmente, il film è questo: Owen Wilson vede tanti grandi artisti degli anni venti, da Cole Porter e Fitzgerald, da Picasso a Dalì. Ogni volta che si incontrano e questi si presentano (magari portando i rispettivi attori a dar sfogo alle loro megalomanie), il pubblico rideva (perché? Boh…). La pellicola è tutta qui, a parte la riflessione su “siamo sempre scontenti di quello che abbiamo, anche quando è straordinario”. Rivelazione sconvolgente e ovviamente talmente pregnante da scatenare profondi giudizi critici di appoggio al film.

A proposito di opinioni togate, scrive oggi su Repubblica Curzio – tutto quello che vedo è un capolavoro o quasi – Maltese: “Ma stavolta si potrebbe essere tutti d’accordo nel considerare Midnight in Paris uno dei rari capolavori comici dell’ultimo decennio” (col ca770, anzi da quando in qua a Repubblica sono diventati fautori del pensiero unico berlusconiano?) o “La scena della riunione con il gruppo di surrealisti spagnoli, guidato da uno strepitoso Adrien Brody nella parte di Salvador Dalì, vale da sola più di tutti i film comici in circolazione” (Boom, a parte che la scena è detestabile – sì, mi ha fatto talmente schifo che me la ricordo! – come si fa a dire una cosa del genere quando in sala ci sono film come Miracolo a Le Havre e Scialla!, che chiaramente per Maltese nella loro interezza non sono degni neanche di una sequenza di Allen?). Seguono altri toni degni dell’apparizione della Madonna, più che di un film sicuramente migliore di altri precedenti di Allen, ma che certo non mi fa venire in mente di soprannominarlo Miracolo a Parigi…


The Help – La recensione

Ogni tanto, vedendo una pellicola dopo averne tanto sentito parlare, ti chiedi come mai i critici si siano concentrati su certi aspetti e non altri. Prendiamo The Help, enorme successo in patria, ma che ha fatto molto discutere a livello sociale. Tanti hanno criticato la scelta di una protagonista bianca che convince le governanti di colore a mettere nero su bianco tutte le angherie subite, come per dire che queste donne senza l’aiuto di una caucasica non sono in grado di far nulla.

Decisione sulla quale si può discutere, ma che non mi sembra meritevole neanche di entrare nella top 5 dei grossi problemi del film, in grado di raccontare una storia femminile facendoti stare sulle palle quasi tutti (con un’unica, lodevole eccezione) i personaggi femminili (ossia, il sogno bagnato di ogni misogino). Da una parte, si vuole denunciare il razzismo mettendo in scena una serie di oche bianche decerebrate e superficiali, più preoccupate dei bambini africani che di quello che accade a chi sta loro vicino (ma ha un colore di pelle che non amano). Dall’altra, i problemi delle governanti di colore sono edulcorati al massimo (o vogliamo veramente credere che le cose più brutte che potessero capitare a queste donne/quasi schiave sono dover andare in bagni privati diversi da quelli dei bianchi?). Il tutto in maniera assolutamente didascalica e imboccando lo spettatore con continue scene madri e tante donne nere sagge che risultano forzate…

Le attrici dovevano essere il punto di forza della pellicola? Parliamone. Jessica Chastain conferma che può essere un’interprete straordinaria quando è ben diretta (Tree of Life, Take Shelter, Il debito), ma anche assolutamente insopportabile ed eccessiva, come aveva già dimostrato in Wilde Salome di Al Pacino vista a Venezia e come purtroppo conferma qui. Octavia Spencer magari vincerà anche l’Oscar, ma non riesce ad andare molto oltre un compitino svolto correttamente, anche perché il suo personaggio difficilmente procura grandi emozioni. Discorso simile per Emma Stone, troppo preoccupata a ogni inquadratura di apparire politically correct (e che in un flashback di quando era ragazzina risulta ridicola, visto che è uguale). Per fortuna che esiste Viola Davis, in grado di conferire un’enorme complessità, dignità ed emozione al suo personaggio, che da solo riesce quasi (ma non le si può chiedere un miracolo) a rendere accettabile la pellicola. Comunque, Meryl permettendo, il suo sarebbe un Oscar meritato.

Aggiungiamo anche ai tanti difetti del film una lunghezza insostenibile, che porta la pellicola ad arrivare alle due ore e mezzo. Possibile che per narrare una storia così semplice servisse tutto questo tempo? E magari anche tutti questi finali, che fanno quasi concorrenza a Il ritorno del re? Senza considerare che l’ultima sequenza è nello stesso tempo ricattatoria e falsa, un disperato tentativo di dare a The Help una forza che non ha mai avuto il coraggio di mettere in scena…


Chi di miracoli ferisce…

In teoria, dovrei essere d’accordo con il giudizio critico di Vincenzo Cerami a proposito di Miracolo a Le Havre, uscito ieri su Il sole 24 ore. Si ironizza infatti su “una favola in cui in poco tempo trionfa il bene e i miracoli accadono per davvero”, “Neanche le fiction televisive italiane arriverebbero a tanto” e “Troppo, francamente troppo”.

Tutto giusto, ma due obiezioni sorgono spontanee. Una l’ha fatta notare anche Michele Anselmi in un articolo di oggi ed è abbastanza ovvia. Ma come, lo sceneggiatore de La vita è bella (in cui si sopravvive ai Campi di concentramento fingendo che sia tutto un gioco) e de La tigre e la neve (dove si può curare una donna con mezzi di fortuna nella Bagdad attaccata dagli americani) si permette di criticare i miracoli zuccherosi al cinema?

L’altro aspetto deprimente arriva dall’intero pezzo di Cerami. Che sostanzialmente è una sinossi completa della pellicola, con tutti gli spoiler possibili. Ma come, un narratore che dovrebbe essere il primo a rispettare il lavoro altrui senza svelarlo, fa questo scempio? Andiamo bene…


Anche Tintin è un successo?

Uno degli aspetti più interessanti di chi comanda in Italia è che sostanzialmente non ammetterà mai una sconfitta. La riflessione mi è venuta in mente ieri, quando sentivo Paolo Ferrari, ancora per qualche mese presidente della Warner Bros., sostenere che l’incasso italiano di Tintin non sarebbe negativo, dopo una riflessione critica su questo film del giornalista Nick Vivarelli.

Ora, giusto per chi non segue il Cinetel come il canale 200 di Sky, ricordo che la pellicola ha praticamente chiuso la sua corsa ed è arrivata a 3,6 milioni di euro. Per un prodotto della coppia Spielberg-Jackson, che ha avuto una grande attenzione da parte dei media, oggettivamente un dato insufficiente, però spiegato da Ferrari con la poca conoscenza del fumetto di origine (sarà, ma sempre un prodotto di due dei più importanti realizzatori di Hollywood rimane: scommettiamo che per War Horse le cose andranno diversamente, anche se il libro non è certo un bestseller da noi?).

Ora, non vorrei concentrarmi troppo su questo singolo (e innocuo) caso, quanto sulla volontà molto comune a chi lavora nel cinema italiano di trovare sempre una scusa. Possibile che non si possa dire che un film è andato male, cosa che capita a tutti, così come a chi scrive capita di fare articoli brutti/noiosi/banali? O forse, il problema è un altro. Una stampa sempre pronta a parlare di successo per qualsiasi cosa o magari a urlare al flop troppo facilmente, per cui i vertici del business possono dire tutto e il contrario di tutto senza grandi conseguenze. Quando invece ammettere i propri insuccessi (magari anche immeritati) fa bene a ognuno di noi…


Miracolo a Le Havre

Sì, lo so, bisogna essere stronzi/bastiancontrari/snob per non urlare al capolavoro quando tutti gli altri lo fanno.  Miracolo a Le Havre (titolo italiano molto criticabile e quando vedrete il film capirete perché) è decisamente un film consigliabile, ma diverse cose non me lo hanno fatto amare come avrei voluto, tanto da rivelarsi una mezza delusione. Ovvio, se vogliamo fare psicanalisi, magari le troppe aspettative non aiutano, ma non posso far finta di non aver letto tante recensioni entusiastiche in questi mesi.

Iniziamo però con i diversi punti a favore della pellicola. Difficilmente nel cinema moderno troviamo dei personaggi così stralunati e, allo stesso tempo, amabili, che ci regalano dialoghi surreali, vivaci e intelligenti. Dei protagonisti che arrivano anche a sorprendere per la loro complessità (come il magnifico poliziotto incarnato da Jean-Pierre Darroussin) e che ci regalano un quadro malinconico che non sembra mai costruito.

Aki Kaurismaki riesce a raccontare un mondo con dei piccoli particolari, facendo un film politico senza retorica, ma semplicemente raccontando una storia, magari soltanto con dei primi piani di immigrati. In questo, è aiutato anche dall’ottimo lavoro del suo scenografo Wouter Zoon, che regala colori forti e inconsueti per un prodotto del genere. Il film e la storia sembrano provenire da un’altra era, rappresentando una boccata di ossigeno per chi non sopporta certo cinema moderno (indovinate chi è…).

Ma allora qual è il problema? Beh, credo che a un regista di culto come Kaurismaki si perdonino troppo facilmente delle ingenuità per cui un realizzatore americano sarebbe stato massacrato. Cosa si sarebbe detto di un prodotto statunitense con quel finale semplicistico e tirato via? E la visione così ottimistica degli abitanti del quartiere, tutti pronti a dare una mano a un ragazzino clandestino, quanto è credibile? Inoltre, soprattutto nella seconda parte, si tende un po’ troppo al didascalico, mentre certe scelte di sceneggiatura lasciano molto perplessi (il ragazzo più ricercato dalla polizia di Le Havre che circola tranquillamente in giro?).

Insomma, a scanso di equivoci, per me film da 6,5-7, voto che non regalo facilmente. Troppi difetti però per andare oltre…


Francis Ford Coppola alla frutta?

Che Coppola non sia esattamente il regista degli anni settanta, lo avevamo capito da un po’, almeno se non rientrate nella detestabile categoria di chi difende sempre e comunque certi autori, anche quando da decenni fanno delle cazzate (tipo John Carpenter, per intenderci).

Questo video di Tmz conferma che anche quando non è sul set, Coppola non ha più le idee chiare. Come si fa giudicare Il padrino parte seconda un errore? E qualcuno può spiegare a Francis la piccola differenza che passa tra quel sequel e l’abominevole terzo episodio? Insomma, come ca770 si fa a metterli sullo stesso piano?


Another Earth

Lanciato da grida di giubilo che si sentono fin dagli Stati Uniti, così come da numerosi riconoscimenti (tra cui il premio speciale della giuria nella sezione World Cinema del Sundance Film Festival), per una volta un film che non delude le attese, anche se forse è meglio essere cauti prima di urlare al capolavoro. La storia? Esiste un altro mondo, assolutamente uguale al nostro, abitato dalle stesse persone che vivono sulla “Terra uno”. E’ talmente vicino, che si vede chiaramente a occhio nudo. Se vi ricorda un po’ Melancholia, lasciate stare, perché il regista Mike Cahill batte svasticone Von Trier cento a uno e riesce veramente a farci sentire eventi incredibili.

La prima mezz’ora è semplicemente straordinaria. Un budget chiaramente bassissimo, ma sfruttato divinamente dai realizzatori, permette di prendere dei luoghi banalissimi rendendoli suggestivi e quasi magici, tanto da trasportarci in un’atmosfera onirica che ormai al cinema si vede raramente. Cahill (un regista che vede cose che gli altri non possono vedere) e la cosceneggiatrice (nonché protagonista) Brit Marling fanno il miracolo di mettere assieme argomenti da cinema sperimentale con una narrazione comprensibile e accettabile da un pubblico molto più vasto. Insomma, un piccolo Source Code, che senza praticamente effetti speciali ci fa vivere una situazione ai confini della realtà. Quasi quasi, non ci si crede che la Fox Searchlight distribuisca un titolo complesso come questo, abituata com’è a titoli più buonisti e ruffiani.

Peccato che nella seconda parte il film si perda un po’. Una scelta in particolare andava evitata, anche se è comprensibile perché si è deciso di puntare su quella strada. E dopo averti sorpreso per 30-40 minuti, è un po’ strano prevedere quasi tutti gli sviluppi successivi. Inoltre, l’aggiunta del personaggio interpretato da Kumar Pallana (beniamino di Wes Anderson) aggiunge un po’ troppa poesia facile al contesto. Anche così, rimane un titolo importante. E la metafora del cosmonauta ce la ricorderemo a lungo. In attesa – molto interessata – del prossimo film di Cahill…