Perché il cinema a scuola non ci salverà

Uno dei grandi miti che esistono nel cinema italiano, è la cosiddetta “educazione all’immagine”. Cos’è? Credo che anche i maggiori fautori della proposta, non saprebbero spiegarla bene. In generale, è l’idea che ai ragazzi (soprattutto a scuola) si debba insegnare cinema, anche se non si sa bene esattamente quale cinema e come.

youthL’idea è che, una volta ‘educati’, i ragazzi faranno la fila per i film peruviani e thailandesi. Mi è sempre sembrata una storia poco convincente, ma un episodio personale ha fornito una conferma al mio scetticismo. Il mese scorso, sono stato invitato a parlare a una platea di universitari che studiano cinema. Visto che è veramente difficile trovare qualcuno più ‘educato’ di chi ha deciso (di sua spontanea volontà) di studiare cinema per diversi anni, mi sembrava la platea ideale per capire se, effettivamente, l’educazione all’immagine cambia radicalmente le scelte di chi va al cinema. Quando però è stato chiesto alla platea (circa 30-40 persone) se avessero visto i film italiani in concorso a Cannes, solo 5-6 mani si sono alzate per ciascun titolo.

Ergo? Ergo, un campione interessante di persone che vivono di educazione all’immagine, in stragrande maggioranza avevano deciso di non vedere in sala il meglio che può offrire il cinema italiano d’autore contemporaneo. E meno male che non è stato chiesto quanti avessero visto il cinema d’autore italiano che magari incassa meno di un milione di euro. La situazione è ancora più preoccupante, se consideriamo che un conto è un diciottenne che decide consapevolmente di ‘educarsi’, un conto un quattordicenne obbligato a vedere film di Antonioni e Bergman (nulla contro questi due autori, ma in molti casi rischiano di non essere idonei a un pubblico di giovanissimi e temo invece che finirebbero in molti programmi di studio) contro la sua volontà, con il forte rischio che poi (di rigetto) veda solo Michael Bay e dintorni.

Personalmente, ho paura dei racconti personali presi come verità assoluta, in stile “mio nipote i film li vede sul tablet, ergo tutti i ragazzi li vedono solo così”, quindi sono il primo a non voler prendere questo episodio come se fosse vangelo. Però, pur nell’esiguità numerica del ‘sondaggio’, il dato mi sembra interessante.

Ora, le possibili risposte sono due. La prima è urlare all’apocalisse imminente e magari chiedere ancora più investimenti statali (magari per comprare biglietti gratuiti dei film ritenuti più meritevoli, così da darli ai ragazzi, con tanto di passaggio in taxi pagato per arrivare comodamente in sala).

La seconda, che è poi la mia modesta proposta, è cambiare totalmente approccio. Quello ufficiale, finora, è sempre stato improntato al principio “c’è qualcosa di sbagliato nel pubblico se non vuole vedere certo cinema di qualità”. E questo “qualcosa di sbagliato”, comunque, lo dovrebbe risolvere lo Stato e non noi addetti ai lavori.

Ma, a differenza di quello che sostengono tanti registi/sceneggiatori/produttori, non è proprio questione di ‘colpa’ o ‘sbagliato’. Noi offriamo loro un prodotto e loro (anche quelli più istruiti e volenterosi) spesso a quel prodotto non sono particolarmente interessati. Più che addossare la colpa ai ragazzi, la colpa è nostra che – quasi sempre – non sappiamo fare/vendere il cinema che loro vogliono. Christopher Nolan ci riesce. Quentin Tarantino anche. Non amo particolarmente Luc Besson, ma bisogna ammettere che il realizzatore francese è in grado di conquistare il pubblico mondiale parlando di temi non banali. Tante serie americane sono raffinate, ma in grado di conquistare un vasto pubblico. Ma d’altronde, secondo voi cosa è più semplice, dire che il popolo è bue o che non siamo capaci di soddisfare i loro bisogni culturali? Quindi, smettiamola. Il problema non sono gli spettatori. Siamo noi…


Ma American Sniper è stato capito?

americansniperMi scuserete se per la terza volta in un mese parlo di American Sniper. Credo che il motivo sia semplice: è il più importante film degli ultimi due anni (almeno), a livello di tema trattato (di base, tutt’altro che un prodotto commerciale) e straordinari risultati ottenuti. E oggi, vorrei analizzare come una pellicola che trovo estremamente complessa, sia stata trattata nell’ultimo mese per lo più come un film propagandistico e banalmente patriottico. (seguono numerosi SPOILER sul film, se non lo avete visto non proseguite con la lettura).

Iniziamo con il ‘villain’. Vediamo il supercattivo siriano in una scena con la moglie e la figlia piccola. Nonostante sia un momento breve e che ovviamente non serve per portare avanti la storia, è una sequenza fondamentale per umanizzare l’antagonista. Chiunque voglia fare un film di propaganda, di sicuro la taglierebbe senza pietà (o meglio, non penserebbe neanche di girarla). Insomma, il vero Chris Kyle potrà anche aver visto gli iracheni (e in generale i suoi nemici) come dei “selvaggi”, Eastwood proprio no.

E, in generale, diverse persone uccise da Kyle vengono mostrate prendendosi del tempo, a cominciare dalla madre e del figlio della scena iniziale. Non c’è insomma la voglia di ritrarre gli iracheni che combattono contro i soldati americani come degli esseri indistinti e senza umanità, ma comunque con dei personaggi con maggiore spessore (anche se magari stanno in scena per pochi secondi). Se penso ancora a Black Hawk Down, in cui vedevamo decine di africani buttarsi davanti al fuoco degli americani come se fossero degli zombi senza coscienza, non ho dubbi su quanto si dovesse discutere di quella pellicola e non certo di questa.

D’altro canto, in una fondamentale scena, capiamo che sono stati commessi degli errori dai vertici militari durante un’operazione, con gravi conseguenze per i soldati coinvolti e anche per i civili iracheni. Non esattamente il modo migliore di esaltare l’esercito senza se e senza ma, come ha pensato qualche critico.

Se già la descrizione della guerra è molto più complessa di quanto molti vogliono pensare, veniamo al punto fondamentale: gli ultimi 10-15 minuti. Mostrano un Chris Kyle profondamente provato dalla guerra e che ha enormi difficoltà a tornare alla vita normale, tanto da rischiare di uccidere un cane per gli effetti causati dal disturbo post traumatico da stress. E che deve confrontarsi con una realtà non solo sua, ma che coinvolge tanti veterani, che non ricevono assistenza al loro ritorno a casa (compreso quello che poi ucciderà Kyle). Vi sembra lo sguardo di un regista che vuole esaltare l’America senza porsi delle domande spinose su come tratta i suoi soldati?

Qualcuno si è lamentato che non sono stati inseriti alcuni elementi importanti (Jesse Ventura, New Orleans e un presunto omicidio di due rapinatori, in questo articolo del New Yorker su Chris Kyle potete trovare maggiori informazioni su tutto), ma credo che in questi casi ci fossero (anche volendo inserirli e non è detto che Eastwood volesse) dei problemi legali e di opportunità molto evidenti (nei due ultimi casi, non sottovaluterei anche il pericolo di emulazione), su questioni su cui ci sono molti dubbi e che non era certo facile trattare, se non dedicando un tempo enorme ed eccessivo.

Credo che tutto questo sia simile a quanto avvenuto con Operazione Zero dark Thirty, in cui qualcuno avrebbe voluto una chiara denuncia della tortura (chissà, magari con una didascalia, in stile scritte sui pacchetti di sigarette “il fumo uccide”?), mentre la Bigelow era impegnata a raccontare una storia complessa e non certo in bianco e nero.

Infine, mi piacerebbe che qualcuno mi spiegasse come sia possibile fare incassi del genere in America solo grazie ai veterani patrioti guerrafondai. E lo stesso si può dire dell’Italia. Anzi, questo secondo caso è ancora più evidente: una fetta di pubblico d’autore è politicizzata a sinistra e non è che da noi il sostegno all’esercito sia particolarmente forte. Eppure, il film rischia di chiudere vicino ai 19-20 milioni. Non stiamo insomma parlando di un film d’autore che magari arriva a 6-7 milioni e diventa un ‘caso’ quasi straordinario, stiamo parlando di risultati à la Frozen o di cinepanettoni dei bei tempi. A scanso di equivoci: film di massa enorme.

Girando su Internet, l’unico articolo che mi sembra rispecchi la complessità generale del film è questo. Come quell’autore, non voglio certo dire che American Sniper sia un film pacifista e contro l’America. Ma di sicuro è molto più complesso di quanto si pensi…


Come volevasi dimostrare

natalestupefacenteDi come era stato trattato all’epoca Natale in Sudafrica, ne ho già parlato recentemente qui. E, visto quello che (non) è stato scritto sull’argomento commedie durante queste feste, direi che la malafede regna sovrana. D’altronde, l’ultimo cinepanettone, Un natale stupefacente, ha raccolto solo 6 milioni, in calo fortissimo rispetto al dato del film con Belen (un terzo di quel risultato), ma anche semplicemente rispetto a Colpi di fortuna del 2013, che aveva ottenuto circa 11 milioni (e quindi, una flessione di circa il 45% da un anno all’altro).

Eppure, non c’è stata neanche un quarto delle analisi di questo risultato, rispetto alle ‘inchieste’ (si fa per dire, visto il livello delle discussioni) realizzare nel 2010. C’è addirittura chi, come Libero, basandosi solo sui dati delle giornate natalizie, è riuscito a scrivere “Il suo centesimo film natalizio Un natale stupefacente ha per la centesima volta sfondato al botteghino”. A parte questi sfondoni, la ragione del silenzio generale è ovvia (compreso il dover confessare di aver detto una solenne cazzata quattro anni fa): il cinepanettone si è uniformato ed è diventato meno volgare, diventando così molto più accettabile dalla stampa cinematografica. Facile anche capire i motivi del calo economico: se il cinepanettone diventa una commedia come le altre, si gioca il pubblico con tutte le altre, peraltro dopo mesi in cui sono uscite commedie forti togliendosi pubblico a vicenda e saturando il mercato. Prima sarà stata anche una comicità cafona e rozza, ma era proprio questo il motivo del successo. Oltre ovviamente a due protagonisti, De Sica e Boldi, che funzionavano benissimo in quel contesto.

D’altronde, era semplicemente sbagliato il metro di giudizio del passato. Il nuovo film di Aldo, Giovanni e Giacomo ha ottenuto il miglior incasso per un film italiano dai tempi di Sole a catinelle con 13 milioni, ma ha anche perso quasi il 40% rispetto ai 21,4 milioni de La banda dei babbi natale. Quindi, enorme successo o flessione preoccupante? Io propendo per un successo indiscutibile – vista anche la situazione attuale del mercato – ma se avessero fatto un film volgare, non ho dubbi che si sarebbe parlato molto di più del calo e in toni fortemente critici.

E allora, lo ripeto per la millesima volta: servono commedie volgari. In effetti, il grosso problema della nostra produzione non è tanto l’elevato numero di commedie, ma il fatto che moltissime siano buoniste/per le famiglie. Serve anche un buon numero di prodotti rozzi e più per un pubblico adolescenziale (in questo senso, alcuni titoli in arrivo – in primis Maccio Capatonda – mi sembrano una buona notizia).

Tornando al discorso cinepanettone, non posso evitare di notare la stessa ‘coerenza’ che si manifesta esaltando i risultati del cinema d’autore italiano perché Il giovane favoloso ha ottenuto un dato straordinario. E tutti gli altri film? Facciamo finta che gli incassi di Martone paghino i conti a tutti e non li prendiamo in considerazione, anche se la crisi vera sta lì. E intanto magari portiamo avanti un’idea strampalata, quella per cui dobbiamo educare il pubblico ‘ignorante’. Concetto già discutibile quando si parla di essai (e visti i risultati in quel settore, forse bisognerebbe riflettere sull’efficacia di questo percorso), assolutamente folle quando si parla di commedie scacciapensieri…


Due pesi, due misure

Qual è il criterio migliore per giudicare i film? Personalmente, credo che la soggettività abbia un ruolo fondamentale e quindi non mi scandalizzo per dei giudizi forti, visto che sono il primo ad aver espresso opinioni in contrasto con la maggioranza su tanti film importanti nelle mie precedenti vesti professionali. Credo però che spesso ci siano dei pregiudizi forti e discutibili di carattere ideologico-geografico.

Prendiamo due film che parlano di adolescenti come Colpa delle stelle e Le dernier coup de marteau, il primo grande successo internazionale a sorpresa, il secondo una pellicola francese apprezzata a Venezia quest’anno. ATTENZIONE: seguono spoiler pesanti su entrambi i film, se non li avete visti e non volete rovinarvi le rispettive visioni, non continuate a leggere.

Colpa delle stelle. Ci sono sicuramente degli espedienti discutibili (soprattutto l’applauso nel museo di Anna Frank, molto sgradevole), ma nulla che non rientri nella casistica dei melodrammi. I protagonisti stanno male, molto male. Uno di loro muore, l’altra ha i giorni contati. Il coprotagonista diventa cieco e la sua ragazza (che gli aveva giurato eterno amore) lo lascia. Uno scrittore famoso è ormai diventato un ubriacone inacidito, dopo la morte della giovane figlia. I genitori dei ragazzi vivono un’esistenza infernale. Questa è la situazione dei personaggi del film che molti quotidianisti considerano furbetto (trattandolo con sufficienza enorme) e che invece mostra brutalmente che si può morire giovani, dopo aver sofferto tanto, e al massimo avere qualche giorno di felicità nella propria vita. Non esattamente un messaggio da poco, in una Hollywood ormai sempre più impegnata con supereroi e storie superficiali.

Che accade invece ne Le dernier coup de marteau, apprezzato da molti a Venezia? Per quasi tutto il film, vediamo un ragazzo (giustamente) incazzato con il mondo e vittima di una situazione familiare di grande disagio (economico e morale). Ma, negli ultimi venti minuti, questo giovane che non si allena minimamente, supera un importante provino di calcio, in cui peraltro lo vediamo svogliato per la maggior parte del tempo, tanto che l’azione fondamentale per farsi apprezzare deriva dal fatto che non corre. Poi riallaccia un rapporto importante con il padre, che non lo aveva mai riconosciuto, e che invece adesso decide di passare tanto tempo con lui, arrivando a invitarlo assieme alla madre al concerto e poi a seguirli in un’altra città. Un finale così ottimista che, fosse stato fatto da una major hollywoodiana, sarebbe stato stroncato ed etichettato come zuccheroso e inverosimile, ma che invece non ha minimamente scosso tanti recensori al Lido, che anzi hanno apprezzato.

Riassumendo, un film americano in cui il protagonista maschile muore in maniera scioccante dopo aver subito l’amputazione di una gamba (mostrata coraggiosamente in una scena che qualcuno ha trovato ridicola, vabbeh) e in cui, anche se non la vediamo sullo schermo, la protagonista non durerà molto di più, è trattato con evidente disprezzo. Un film francese in cui, dopo 70 minuti ultrapessimisti, arriva un happy ending incredibile, viene invece accolto con grande rispetto. Più che i film veri e propri, sembrano contare i passaporti. E i pregiudizi


Libertà di parola? Per chi?

La polemica Polanski a Locarno è interessante, ma forse non per i motivi che si potrebbe pensare. I media (almeno quelli italiani) sono unanimi: è una vergogna che il regista non abbia potuto parlare.

Su questo concordo: la libertà di espressione deve valere anche per i condannati, quindi non ci sarebbe nulla di male che Polanski (che condannato tecnicamente non è, se non moralmente) si esprima come e dove vuole, anche se è fuggito dalla giustizia americana (cosa che in sé è molto discutibile, ma non ha nulla a che fare con il diritto di parlare in pubblico).

Tutto giusto, tutto semplice? Mica tanto. Locarno non è per caso il Festival dove l’anno scorso Pippo Delbono ha presentato il suo ultimo film, Sangue, venendo moralmente linciato per aver fatto parlare un terrorista tutt’altro che pentito e aver filmato la morte della madre? Tutte cose molto discutibili e che non mi piacciono, ma se qualcuno avesse il tempo di controllare, non mi stupirei che giornalisti che oggi difendono la libertà di espressione di Polanski sostenessero a suo tempo che Locarno non doveva invitare Sangue.

E quanti altri artisti dicono cose poco politically correct e a quel punto vengono sottoposti a petizioni e boicottaggi? Qual è la differenza con i politici e le associazioni svizzere che hanno attaccato Polanski? C’è un boicottaggio contro la libertà di espressione giusto e uno sbagliato?

Ma facciamo solo un esempio recente e poco legato al mondo dell’arte: Francesco Schettino. La notizia che abbia fatto “lezione all’università” ha scandalizzato tutto il nostro mondo della comunicazione, ufficiale e social. Lasciamo perdere che la realtà era decisamente diversa: anche fosse andato a parlare all’università di quello che era successo, perché una persona che non ha subito neanche un grado di giudizio (e quindi, innocente fino a prova contraria) non dovrebbe farlo? Non è la persona migliore per raccontare quello che è successo la notte dell’incidente, anche considerando che aveva di fronte un pubblico di persone adulte e vaccinate?

Insomma, siamo proprio sicuri che sia sempre una questione di libertà di parola? O che ci siano Artisti che possono dire e fare quasi tutto e artisti che invece è ‘meglio’ che stiano zitti? Insomma, sono tutti uguali, ma qualcuno è più uguale degli altri…


Chi conosce le regole?

La cosa più inquietante di questo articolo dell’Hollywood Reporter non è il fatto che il giornalista non sappia che i film in questa fase si autocandidano, anche se dopo aver preso per il culo per anni gli scribacchini italiani, non mi aspettavo certo questa defaillance dal THR.

No, il problema vero, a prestare fede al giornalista (che di sicuro sbaglia il numero di persone coinvolte, sono nove e non dieci come sostiene), è che ci sono tre membri del comitato di selezione che non hanno la minima idea di come funzioni il loro incarico, tanto da essere “sorpresi” da questa scelta (che in realtà non lo è). E poi ci stupiamo che i nostri film non vengono candidati da anni. Vabbeh, speriamo bene per domani…


Critiche e poltrone?

Forse, è solo un rumour e a parte voci che mi arrivano da più parti, ammetto di non poterci mettere la mano sul fuoco. In origine, c’era un’intervista di Francesco Gallo ad Alberto Barbera, direttore artistico del Festival di Venezia, uscita il 26 agosto sulla Gazzetta del Mezzogiorno alla vigilia del Festival. L’ultima parte è questa e ci permette di capire la posta in gioco:

“Infine riguardo al futuro, il destino di Barbera sembra essere strettamente legato a quello di Paolo Baratta, presidente della Biennale: “E’ il miglior presidente possibile – dice -. Una persona rara per intelligenza, capacità strategica e garanzia di autonomia per chi lavora con lui. Un uomo che sta rivoluzionando la Biennale. Il suo mandato scade nel 2015 come il mio – conclude Barbera -. Staremo a vedere”.

Ecco, sulla scadenza di questi due mandati (e soprattutto su quello di Barbera) qualcuno pensa che si stia già giocando una partita importante. E che qualche (non uno soltanto) parere fortemente critico uscito negli ultimi tempi sia servito non solo per riempire lo spazio di un giornale, ma anche per ‘posizionarsi’, nel caso che nel 2015 qualcuno perdesse il lavoro. A quest’aspetto fa riferimento anche Marco Giusti, in un pezzo su Dagospia che inizia così (il grassetto è mio):

“Certo che non ci va mai bene niente! Non vincevamo un Leone d’Oro a Venezia da 15 anni, non era mai stato premiato un documentario in ottant’anni, abbiamo un cinema che fa pietà e facciamo ancora le pulci a un premio, il “Sacro Gra” di Gianfranco Rosi che, oltre a essere un buon film, in una sola mossa ha la capacità di rendere più forti sia Alberto Barbera come direttore di Venezia che lo ha messo in concorso, sia Marco Muller come direttore del Festival di Roma, che ha a lungo sostenuto Rosi. Alla faccia di chi sarebbe già pronto a occuparne le poltrone. Sicuramente più indegnamente

Dietrologia? Può essere. O forse no. E certo chi non ritiene positivo il lavoro svolto al Lido o a Roma dagli attuali selezionatori, è libero di fare di tutto, se è veramente convinto di far meglio. Ma, nel caso, sarebbe meglio giocare a carte scoperte. Vedremo nei prossimi 24 mesi se era solamente una voce di corridoio infondata…


Il senso di Venezia per gli incassi

Diciamolo subito, quasi tutti i film passati a Venezia andranno male al botteghino. Ma prima che la cosa diventi la solita fonte di polemiche, chiariamo un punto. Sarebbe semplice prendere gli incassi deludenti dei due film veneziani usciti questo weekend (L’intrepido, che ha ottenuto poco più di 337.000 euro, con una media poco incoraggiante, e Moebius, che si è dovuto accontentare di 2.564 euro), così come i risultati delle prossime settimane, e dedurne che il Festival non fa più da traino ai film e al loro sfruttamento. Insomma, niente vetrina per lanciare i film difficili, anzi forse è il contrario. Il discorso non è scorretto, ma si rischia di confondere la causa con l’effetto, visto che il problema è a monte. I film veneziani (almeno, della Venezia 2013) hanno un pubblico di riferimento? Nella stragrande maggioranza dei casi no e Venezia non può fare il miracolo.

Il film di Scola su Fellini è sicuramente perfetto per organizzare una bella anteprima con il Presidente della Repubblica e far venire i lucciconi ai giornalisti 70-80enni, ma che speranze può avere uscendo il 12 settembre, non solo contro titoli commerciali (Percy Jackson 2 e Come ti spaccio la famiglia), ma anche assieme a una concorrenza di prodotti d’autore da non sottovalutare, considerando anche i precedenti risultati degli ultimi film di Scola, Gente di Roma (281.078 euro) e Concorrenza sleale (1,6 milioni, ma per un investimento decisamente notevole)? Quel weekend, peraltro, arriva anche L’arbitro e vedremo che pubblico riuscirà a trovare (temo non enorme, visto che è difficile farsi strada per una piccola commedia). Il 19 esce in tutta Italia (una settimana prima a Palermo) Via castellana Bandiera. Cosa potrà fare, considerando che si tratta di una regista esordiente (anche se nota autrice teatrale) e che la coppa Volpi alla sua protagonista è stata oscurata dal vincitore del Leone d’oro? Peraltro, i pochi cinefili rimasti in Italia potrebbero preferirgli The Grandmaster di Wong Kar Wai e soprattutto c’è da considerare che la storia (girata quasi interamente in un unico ambiente) non è facile da ‘vendere’. Insomma, se facesse 100.000 euro, non sarebbe certo uno shock.

Il 26 arriva invece il Leone d’oro, Sacro GRA. E qui già mi immagino alcuni giornalisti pronti a sparare quando non arriverà al milione di euro (e probabilmente neanche a 500.000). Cosa non certo scandalosa, se pensiamo che i precedenti film di Rosi al cinema praticamente non sono usciti (e quindi, sarà già un successo l’arrivo sugli schermi). E vediamo anche altri titoli presentati a Venezia. Non credo sarà facilissimo trovare un pubblico per La moglie del poliziotto, 175 minuti di vita quotidiana divisi in 59 capitoli, così come l’avventura solitaria della protagonista del deserto in Tracks potrebbe risultare indigesta a molti. Idem per l’aliena Scarlett Johannson in Under Your Skin, mentre Parkland praticamente è stato comprato per passare in televisione, più che in sala. E anche due titoli che hanno ottenuto premi importanti alla Mostra (il primo ha trovato un compratore, il secondo credo ancora no), il greco Miss Violence e il taiwanese Stray Dogs, sembrano fatti apposta per scoraggiare il pubblico, anche di appassionati cinefili. Facciamo prima a dire che le cose potrebbero andare meglio per due titoli di Lucky Red, credo benino per l’ultimo Miyazaki (ma questo autore da noi non ha mai ottenuto risultati impressionanti, l’ultimo Ponyo sulla scogliera si è fermato a 800k) e magari molto bene con Philomena, che sembra un autentico crowd pleaser. Un po’ poco.

Insomma, la mia domanda è semplice: perché si pretende che film difficili e che fanno di tutto per allontanare il pubblico (va detto con forza, anche quello degli appassionati, che non vogliono vedere blockbuster, ma non ritengono neanche di dover soffrire in sala), con il passaggio a Venezia debbano cambiare le loro sorti? Al massimo, si può discutere se le scelte dei selezionatori di quest’anno non siano troppo ‘estreme’ e non portino sempre di più al lancio di opere che, nel 90% dei casi, verranno viste quasi esclusivamente dai critici che stanno al Lido e che poi gireranno poco. Ma va detto chiaro e forte che, qualsiasi cosa si pensi, Alberto Barbera ha ragione quando dice che certi titoli senza il festival di Venezia non verrebbero visti. E ha anche ‘vinto’ in questa battaglia, considerando che film come Miss Violence e La moglie del poliziotto le sale italiane non le avrebbero viste neanche con il binocolo, non fosse stato per il Lido. Che poi questi (e altri) titoli siano da difendere o meno, è una cosa che può giudicare chi era presente quest’anno a Venezia (quindi, non io).

Al massimo, come sempre, ci si può domandare perché i mass media dedicano tanto spazio a titoli che, non fossero passati a Venezia, non avrebbero avuto un ventesimo di quello spazio? E’ come se si delegasse ai selezionatori le proprie scelte editoriali. E magari nessuno che chiede ai propri – pagatissimi – corrispondenti dall’America  di parlare subito di 12 Years a Slave (e non giorni dopo che gli americani lo hanno esaltato), film che non solo ha entusiasmato le platee di Telluride e Toronto, ma che molti ormai considerano il grande favorito agli Oscar? Insomma, stiamo parlando e difendendo le cose giuste?


Dove vai America?

Una delle cose che adoro dei reportage da Venezia (ma anche da Cannes e Berlino) è l’ottica, secondo la quale i film mostrati rappresenterebbero perfettamente la società e i Paesi da cui provengono. Ora, va benissimo vedere ai festival film di nicchia e che hanno difficoltà di Mercato (d’altronde, i Festival dovrebbero servire a lanciare i titoli meritevoli e poco noti), ma credere che siano uno specchio del mondo in cui viviamo mi pare ingenuo.

Invece, è tutto un discutere di “America, dove vai?”, magari per film di ultranicchia come The Canyons, o fare discorsi simili per il film di James Franco, che a occhio e croce in patria vedranno quattro gatti, per capire cosa succede oltreoceano. Forse, l’idea è che “l’intellettuale” è in grado di notare cose che la persona normale non vede. Ma temo che il problema sia sempre il solito: autoreferenzialità…


50 sfumature di odio

Ok, con l’annuncio di Dakota Johnson e Charlie Hunnam come protagonisti dell’adattamento di 50 sfumature di grigio, possiamo dire che è ufficialmente nato il nuovo Twilight. Non si tratta ovviamente di un paragone tematico e magari neanche economico (non so se il sadomaso porterà in sala un pubblico così ampio, forse qualcosa in meno). No, 50 sfumature di grigio è il nuovo Twilight nell’immaginario maschile, il prodotto che gli uomini amano odiare e che cercheranno di evitare con tutte le loro forze.

Intendiamoci, da persona che ha provato a leggere un centinaio di pagine di questo libro e che ha smesso per quanto era scritto/pensato male, di certo non aspetto con ansia la pellicola. Ma sono sempre incuriosito dall’odio che si prova verso questi prodotti. In effetti, mi chiedo sempre: perché i brutti film per maschi (Transformers 2 o l’ultimo Fast & Furious, tanto per fare due esempi action) non vengono mai attaccati tanto quanto i brutti film femminili (forse perché anche le giornaliste donne vogliono darsi un tono)? E’ un po’ un corollario alla teoria: i brutti film d’autore non vengono massacrati come i brutti film commerciali. E poi, continuo a ripeterlo per la millesima volta, c’è una grossa penuria (in Italia anche più che negli Stati Uniti) di film per il pubblico femminile. A questo punto, 50 sfumature di grigio nel Mercato cinematografico ci sta benissimo. Anche se lo odieremo…