Come (non) parlare di American Sniper

Ci sono tre storie da segnalare su American Sniper in Italia. Una raccontata troppo, una raccontata in maniera superficiale e una ancora (incredibilmente) non raccontata nel nostro Paese. Nell’ordine, sono queste:

americansniper- Visto che il protagonista di American Sniper è realmente esistito, molti giornalisti si sono sentiti liberi di rivelare tutta la storia, finale compreso. La giustificazione (che in alcuni casi viene confessata tranquillamente, come se fosse corretta) è che tanto si tratta di una storia vera. Piccolo problema: prima del film di Eastwood, chi è che in Italia conosceva Chris Kyle? Pochi, quasi nessuno. Non è come parlare liberamente di Pearl Harbor o della guerra del Vietnam. Quindi, ci si poteva riflettere prima di rivelare qualcosa che ha un impatto fortissimo nello spettatore.

– Sul protagonista e sul ritratto che se ne è fatto, si è discusso molto. In particolare, questo articolo molto critico del Guardian, che mette in evidenza alcuni aspetti di Kyle poco affrontati (e poco piacevoli) nel film, ma che contiene anche delle esagerazioni (che alcuni commenti estremi su Internet rappresentino tutta la destra americana, è una cretinata). Cosa hanno deciso di fare alcuni mass media italiani? Fare una bella ricerca su Kyle? Assolutamente no, meglio fare un pezzo sull’articolo del Guardian, traducendo diversi estratti e aggiungendo anche un tweet di un’altra giornalista. Wow, grande giornalismo di inchiesta. Ma i corrispondenti americani cosa ci stanno a fare?

– La cosa più importante e incredibile: sono stati dedicati decine di articoli al fenomeno Siani. Benissimo, solo che ho una notizia: questa settimana American Sniper supererà l’incasso di Si accettano miracoli. Al momento, la differenza è di soli 214k, con il film di Siani a 12,2M e quello di Eastwood a 12M. Quest’ultimo ha recuperato dal 7 gennaio più di 1,2M e, visto l’andamento, come detto possiamo essere sicuri che batterà la commedia italiana nei prossimi giorni. Ora, l’articolo più corretto in merito sarebbe parlare di due fenomeni assoluti (non è che se un film arriva primo, il secondo è uno ‘sconfitto’, magari sono due vincitori entrambi, anche se in forme diverse), di cui però quello americano a livelli che nessuno poteva minimamente prevedere. Ma si poteva (e doveva) anche scrivere qualcosa del tipo:

1) Il film  bellico duro che batte il ‘disimpegno’ e la favola. Segue analisi più o meno intelligente su l’attualità pessimistica che supera la commedia leggera.
2) Il pubblico italiano che va in massa a vedere un cecchino che uccide centinaia di nemici, in un momento in cui noi europei ci sentiamo più vulnerabili e in pericolo. Sarebbe una lettura sbagliata del successo, visto che il film di Eastwood era campione di incassi già dal primo gennaio, quando ancora gli attacchi a Parigi non erano avvenuti. Magari mettiamoci anche una lettura banale “fascismo contro democrazia” o un’accusa tipo “l’unico iracheno buono è un iracheno morto”, insomma chiave politica rozza, ma che in Italia funziona sempre. Guardate, mi va quasi bene anche una lettura di Dacia Maraini su Eastwood misogino, almeno sarebbe un segno di vita…

Insomma, che state aspettando? C’è un fenomeno cinematografico (ma, a questo punto, anche culturale-sociale) pazzesco che sta avvenendo in Italia davanti ai vostri occhi, che meriterebbe l’attenzione di tutte le maggiori firme dei quotidiani. Svegliatevi!


Libertà di parola? Per chi?

La polemica Polanski a Locarno è interessante, ma forse non per i motivi che si potrebbe pensare. I media (almeno quelli italiani) sono unanimi: è una vergogna che il regista non abbia potuto parlare.

Su questo concordo: la libertà di espressione deve valere anche per i condannati, quindi non ci sarebbe nulla di male che Polanski (che condannato tecnicamente non è, se non moralmente) si esprima come e dove vuole, anche se è fuggito dalla giustizia americana (cosa che in sé è molto discutibile, ma non ha nulla a che fare con il diritto di parlare in pubblico).

Tutto giusto, tutto semplice? Mica tanto. Locarno non è per caso il Festival dove l’anno scorso Pippo Delbono ha presentato il suo ultimo film, Sangue, venendo moralmente linciato per aver fatto parlare un terrorista tutt’altro che pentito e aver filmato la morte della madre? Tutte cose molto discutibili e che non mi piacciono, ma se qualcuno avesse il tempo di controllare, non mi stupirei che giornalisti che oggi difendono la libertà di espressione di Polanski sostenessero a suo tempo che Locarno non doveva invitare Sangue.

E quanti altri artisti dicono cose poco politically correct e a quel punto vengono sottoposti a petizioni e boicottaggi? Qual è la differenza con i politici e le associazioni svizzere che hanno attaccato Polanski? C’è un boicottaggio contro la libertà di espressione giusto e uno sbagliato?

Ma facciamo solo un esempio recente e poco legato al mondo dell’arte: Francesco Schettino. La notizia che abbia fatto “lezione all’università” ha scandalizzato tutto il nostro mondo della comunicazione, ufficiale e social. Lasciamo perdere che la realtà era decisamente diversa: anche fosse andato a parlare all’università di quello che era successo, perché una persona che non ha subito neanche un grado di giudizio (e quindi, innocente fino a prova contraria) non dovrebbe farlo? Non è la persona migliore per raccontare quello che è successo la notte dell’incidente, anche considerando che aveva di fronte un pubblico di persone adulte e vaccinate?

Insomma, siamo proprio sicuri che sia sempre una questione di libertà di parola? O che ci siano Artisti che possono dire e fare quasi tutto e artisti che invece è ‘meglio’ che stiano zitti? Insomma, sono tutti uguali, ma qualcuno è più uguale degli altri…


Chi ha prodotto La grande bellezza?

Ci mancava la polemica, ma non è certo una sorpresa. Di che si parla? Dopo la vittoria di Sorrentino e de La grande bellezza, sul Giornale un editoriale del direttore Sallusti si scaglia contro chi non vuole ammettere la vittoria di Medusa. “L’Italia della sinistra postcomunista e quella renziana (al momento teniamo una separazione in attesa di giudizio) si intestano il merito dell’Oscar di Sorrentino”, per poi continuare “Mediaset, la cui controllata Medusa ha creduto nel progetto di Sorrentino, prodotto (insieme a piccoli partner) e distribuito la pellicola”.

Gli risponde L’espresso:

È davvero così? Prodotto insieme a piccoli partner? No, così non si può dire.

Il film trionfatore a Los Angeles è una coproduzione italo-francese, costata 9 milioni di euro. I produttori sono Nicola Giuliano e Francesca Cima della romana Indigo Film. In coproduzione con Babe Films, Pathé e France 2 Cinéma. La scheda ufficiale spiega che Medusa Film ha partecipato «in collaborazione» con i produttori. Mentre la Banca Popolare di Vicenza ha finanziato il progetto con una quota rilevante grazie all’incentivo dei favorevoli meccanismi fiscali del cosiddetto tax credit per le opere cinematografiche. Anche sulla locandina ufficiale del film si legge, in basso, accanto al copyright 2013 il nome di Indigo Film e quello dei partner francesi. Nessuna citazione per la società berlusconiana diretta da Giampaolo Letta e presieduta da Carlo Rossella.

Medusa, infatti, da principio non ha creduto troppo nel soggetto di Sorrentino e si è associata alla produzione solo in un secondo tempo, e per una quota di minoranza. La società del gruppo Mediaset si è presa il ruolo di distributore, questo sì, ma certo non ha comandato il gioco come si vuol far credere adesso, a giochi fatti, a statuette consegnate.

Che dire? Posizioni entrambe sbagliate e poco informate. Medusa è stata fondamentale nel portare avanti un progetto rischioso, con un budget impegnativo (9,2 milioni di euro) e dopo che il precedente This Must Be the Place non aveva funzionato all’estero. Poteva, insomma, finire molto male e rimetterci, considerando un investimento di 3,7 milioni di euro (5,4 milioni considerando il lancio promozionale, altro che quota di minoranza!), come segnala Federico Pontiggia sul Fatto quotidiano. Che poi i loghi nelle locandine siano una prova di quota di investimento, mi sembra un’idea superficiale, comunque il logo compare in basso a destra e in alto a sinistra c’è la scritta “Nicola Giuliano, Francesca Cima e e Medusa Film presentano”.

D’altro canto, chiamare partner minori non solo Indigo (senza la quale, semplicemente, Sorrentino non esisterebbe come autore, visto quanto è stato sostenuto, anche con i primi film poco fortunati al botteghino), ma anche Pathé (un colosso storico francese) si commenta da solo.

Di sicuro, il carnevale di dichiarazioni di chiunque su questa vittoria, soprattutto persone che con il cinema non hanno nulla a che fare, è diventato insopportabile. Ma anche certe persone che oggi si arrogano la vittoria, forse dovrebbero riflettere se veramente hanno i titoli per farlo…


Autistici e integrati…

Botta e risposta a distanza (anche se senza polemiche) tra Michele Serra (Repubblica) e Salvatore Carruba (Sole 24 ore). Il primo, commentando i dati delle sale italiane nel 2013, scriveva:

“Per un vecchio medium come il cinematografo è un dato in controtendenza e abbastanza clamoroso: il consumo miniaturizzato e individuale dei film, sullo schermo dei computer e dei tablet, viene annunciato come irresistibile esito della rivoluzione tecnologica. Il cinema da sala, così come il teatro, i libri di carta, l’informazione di carta, la televisione generalista, l’intero vecchio mondo mediatico e culturale, sono spesso oggetto di profezie funeste, alimentando l’euforia dei ‘nuovisti’ e il cupore dei nostalgici”.

E’ facile ribattere che proprio la testata per cui scrive Serra si è contraddistinta nell’ultimo anno per annunciare un giorno sì e l’altro pure la morte delle sale, con tanto di titoli “funesti” infilati a forza ad articoli molto meno apocalittici. Per non parlare di quell’esperto di Repubblica che per anni ha detto che il cinema in sala era destinato alla morte e che i film sarebbero stati tutti in 3D (su questo, forse, ci sta ripensando). Aggiungiamo anche che mettere assieme il discorso sui giornali di carta (ovviamente destinati prima o poi a sparire, visto che compendono tanti costi inutili e che con il digitale si possono evitare) con i cinema (che permettono una visione comunque unica) mi sembra poco convincente. Continua Serra:

“Forse si sta sottovalutando il vero e proprio ‘effetto rinculo’ che l’uso monocratico dei computer può innescare: dalla voglia di uscire di casa, se non altro per respirare un po’ d’aria, a quella di condividere con altre persone, e dunque su scala più larga, lo stesso spettacolo, la stessa fonte di emozione o di apprendimento. Si va ai cinema o si entra in una libreria anche per sentirsi parte di una comunità. Sono molto più ‘social’ alcune vecchie e antiquate forme di comunicazione rispetto al palinsesto solitario, vagamente autistico, della persona sola con il suo video tascabile”.

Mi chiedo se anche il settantenne che al bar di legge il suo giornale di carta tutto solo potrebbe essere considerato “vagamente autistico”, ma evidentemente quella è un’attività meritoria. Poi, sul fatto che la gente vada nei cinema per ‘socializzare’ con degli sconosciuti, temo di avere qualche dubbio. Ovviamente, inutile dire che il discorso di fondo (vedere un film in sala è il bene, anche quando la sala fa schifo; vederlo a casa, anche con un ottimo sistema home theater, è il male) non mi piace.

Il discorso di Carruba è molto più condivisibile, visto che non propone l’ottimismo di Serra. Due punti però mi lasciano perplesso. “Non si può nemmeno pretendere, però, che il pubblico vada a vedere film solo impegnativi; o che non cerchi alternative più economiche alle sale”. Possibile che sul Sole 24 ore si parli delle sale come di un divertimento non economico? Con un prezzo medio del biglietto che nel 2013 è sceso a 6,08 euro? E poi questo punto:

“e la vitalità delle sale, il cui declino sta desertificando il paesaggio serale dei centri storici, grandi e piccoli, con gravi conseguenze anche sul loro tessuto sociale. Un processo, quest’ultimo, che rischia di essere accelerato dalla digitalizzazione delle sale, che ne metterà definitivamente fuori gioco molte, impossibilitate ad affrontare i costi di trasformazione”.

Francamente, anche qui mi sembra strano leggere su un quotidiano economico una preoccupazione su sale che, se sono “impossibilitate ad affrontare i costi di trasformazione”, è perché ormai sono più un hobby dei gestori che delle aziende che si possono reggere sulle proprie gambe, visto che di opportunità (contributi pubblici e offerte private per rateizzare i costi di digitalizzazione) ce ne sono tante. Insomma, mi sembra che entrambi i giornalisti (soprattutto Serra) parlino un po’ più per ideologie che secondo dei dati reali…


Festival di Roma, non c’è pace neanche per Tortora

Poteva filare tutto liscio al Festival di Roma? Poteva veramente andare avanti senza polemiche politiche? Ovviamente no, ma in questo caso il risvolto sorprendente è che destra e sinistra per una volta sembrano unite. L’occasione arriva grazie alla mancata programmazione del documentario Tortora, una ferita italiana, di cui si lamentano per esempio l’esponente del PDL Gianni Alemanno (“A 30 anni dal suo arresto ingiustificato e a 25 anni dalla sua morte mi sembra un grave errore non predisporre la visione di questo documentario e sarebbe un’occasione che il Festival non può permettersi di perdere”), ma anche 24 deputati del PD, che hanno mandato una lettera di protesta alla Boldrini per l’esclusione.

Fermo restando che i politici farebbero meglio a non occuparsi delle programmazioni dei Festival, in ogni caso, al posto dei deputati del PD, aspetterei di vedere il documentario in questione. Da quello che mi risulta (personalmente non l’ho visto, ma ho informazioni di prima mano), il documentario (senza farlo esplicitamente) punta ad accostare la figura di Tortora con quella di Berlusconi, rendendoli entrambi due martiri della malagiustizia. Nel primo caso, sono perfettamente d’accordo sulla giustizia disastrosa e colpevole; nel secondo, mi pare che ci siano delle profonde differenze e quindi questo eventuale paragone sarebbe molto discutibile, anche se in democrazia ognuno ha il diritto di presentare le sue opinioni.

A pensar male, arriva il finale del trailer e un comunicato di Mara Carfagna:

“Apprendo, con stupore, nell’accezione positiva del termine, che anche il Pd sta iniziando a rendersi conto che nel nostro paese delle ingiustizie e delle azioni ‘incomprensibili’ accadono. In questo specifico caso mi riferisco alla lettera che un nutrito gruppo di deputati del Partito Democratico, un po’ in ritardo, ha scritto al Presidente della Camera Laura Boldrini per chiederle di rimediare, dando il giusto risalto al lavoro, all’incomprensibile esclusione del docufilm ‘Enzo Tortora, una ferita italiana’ realizzato da Ambrogio Crespi, dal Festival Internazionale del film di Roma. Quella di Enzo Tortora è una piaga ancora aperta nel nostro paese, anche perché i casi di malagiustizia continuano ad essere perpetrati nel nostro paese con una reiterazione che lascia basiti. Indignazione, questo è il sentimento che mi nasce dentro, nel pensare che ad Enzo Tortora è stata negata anche quest’ulteriore possibilità. Se la giustizia, per fortuna, ha infine riabilitato l’uomo Enzo Tortora,  mi risulta particolarmente difficile comprendere come mai oggi a 30 anni dal suo arresto e a 25 dalla sua morte, non si renda il giusto merito alla sua memoria, alla sua storia, raccontata con garbo e delicatezza da Ambrogio Crespi”.

Insomma, sembra proprio che si voglia parlare del problema giustizia (che in effetti esiste, anche se non è certo Berlusconi la vittima, ma tanti cittadini sconosciuti), ma utilizzando la figura di Tortora a sproposito. A pensar bene, non aiuta il fatto che il regista Ambrogio Crespi sia il fratello del sondaggista che ha lavorato a lungo con Berlusconi. Ci si chiede cosa sarebbe successo se il documentario fosse stato selezionato a Roma: si sarebbe detto che gli organizzatori dovevano ripagare i ‘debiti’ con i loro ‘padrini di destra’? Insomma, se il documentario fosse proprio come mi è stato raccontato (e spero proprio di no), saremmo di fronte alla solita polemica discutibile. E a una figura non eccelsa del PD. Tanto per cambiare, in entrambi i casi…


Spielberg blocca La vita di Adele?!?

La vita di Adele, come tutti dovrebbero sapere, non è il candidato francese all’Oscar per il miglior film straniero perché è uscito in patria troppo tardi, non rispettando il limite per essere eleggibile dal comitato di selezione francese. Nulla di strano, anche in Italia (e nel resto del mondo) c’è un limite temporale. Straordinaria quindi la teoria di Cinzia Romani sul Giornale di oggi:

A Los Angeles, tuttavia, quando s’è trattato d’inserire il film-evento nella rosa dei candidati stranieri all’Oscar, Steven Spielberg, quale membro dell’Academy hollywoodiana preposta alla selezione, le mani le ha tenute in tasca. Come pure gli altri membri Pedro Almodovar, Mike Leigh ed Emanuelle Riva, artisti non pudibondi, epperò attenti ai dettami della Motion Picture Association of America, che negli Usa vieta ai minori di 17 anni, «a causa del contenuto sessuale esplicito», un film incensato globalmente, ma discusso, osteggiato e preceduto da uno sciame di polemiche.

Non che la teoria sia chiarissima, ma insomma, non è colpa dell’uscita in ritardo, ma di Spielberg, Almodovar e Mike Leigh, che avrebbero remato contro, nonostante in questa fase nessun giurato dell’Academy abbia nessun potere di veto nei confronti delle scelte dei singoli Paesi. Vabbeh…


Francia o Italia, basta che se parla…

Dagli incontri della FICE a Mantova, riprendo lo spezzone di un comunicato:

“Il critico cinematografico Paolo Mereghetti si è concentrato su due temi: l’innalzamento dell’età media dello spettatore e il ruolo dei festival. Riportando i dati di un’indagine sul pubblico francese che rileva come recentemente il pubblico con più di 50 anni abbia superato quello under 25, Mereghetti si chiede se convenga ancora puntare sui multiplex  costruiti ai margini delle città o se piuttosto non convenga puntare sulle sale di città più vicine al gusto del pubblico adulto”.

5 sole righe, ma quante cose da dire. Intanto, forse i costi di fare una multisala a Parco de Medici non sono gli stessi di Via del Corso, no?Ma passiamo alle cose serie. A me sembra un po’ strano confrontare gli over 50 (quindi tutti quelli che hanno superato questa soglia, anche i novantenni) con una fascia di età in cui (almeno dai 0 ai 12 anni) l’autonomia nell’andare al cinema non è enorme. Detto anche questo, non capisco perché i dati della realtà francese, fatta di grandi sovvenzioni alle sale di città e di un pubblico attentissimo ai prodotti d’autore, dovrebbero servirci per le scelte da fare in Italia, visto che nel nostro Paese la realtà è un po’ diversa. Sarebbe un po’ come sentir dire da Letta che l’Italia è uscita dalla crisi, perché il Pil americano va bene…


Sacro GRA non incassa?!?

Non avevo dubbi che qualcuno avrebbe detto che i film italiani passati al Festival di Venezia erano un flop al botteghino e che questo qualcuno al 99% sarebbe stato Libero. Domenica esce infatti un pezzo sul quotidiano, a doppia firma (neanche ci fosse stato un grandissimo lavoro di indagine). Si dice infatti (mettendo assieme situazioni opposte) che:

“Sacro Gra di Gianfranco Rosi, Via Castellana Bandiera di Emma Dante e L’intrepido di Gianni Amelio non stanno brillando al botteghino”.

Di tutti questi film, si citano incassi parzialissimi e vecchi (nessun dato fresco e attuale? E il fatto che il cinema d’autore regge meglio nelle sale di quello commerciale e quindi è fuorviante dare solo un risultato così parziale?), arrivando addirittura a parlare per L’intrepido dei 158.145 euro raccolti al suo terzo fine settimana, senza spiegarlo al lettore. Ovviamente, è inutile dire che i 567k ottenuti finora da Sacro Gra sono un dato straordinario, per un titolo che senza Venezia avrebbe faticato a uscire in sala. E chiunque conosce i dati del cinema d’autore da noi, sa bene che i 270k di Via castellana Bandiera non sono un risultato atroce (anche se non è certo il caso di urlare al miracolo). Discorso diverso per L’intrepido, che ovviamente doveva fare più dei 1,1 milioni ottenuti finora, ma che considerando i fischi veneziani e il primo giorno di uscita, ha retto decentemente. Insomma, fare un articolo intitolato “Venezia affonda al box office”, è veramente una cavolata…


Chi conosce le regole?

La cosa più inquietante di questo articolo dell’Hollywood Reporter non è il fatto che il giornalista non sappia che i film in questa fase si autocandidano, anche se dopo aver preso per il culo per anni gli scribacchini italiani, non mi aspettavo certo questa defaillance dal THR.

No, il problema vero, a prestare fede al giornalista (che di sicuro sbaglia il numero di persone coinvolte, sono nove e non dieci come sostiene), è che ci sono tre membri del comitato di selezione che non hanno la minima idea di come funzioni il loro incarico, tanto da essere “sorpresi” da questa scelta (che in realtà non lo è). E poi ci stupiamo che i nostri film non vengono candidati da anni. Vabbeh, speriamo bene per domani…


Gli affitti di Marco Müller

Francamente, non mi aspettavo di dover parlare di scaldabagni nella mia attività, ma il Festival di Roma (e il mondo dei mass media) riserva sempre delle sorprese. Oggi sul Fatto quotidiano Malcom Pagani (che già a marzo aveva parlato di un’operazione di Marco Müller poi smentita) dedica un lungo articolo al festival di Roma, parlando dei suoi problemi economici e sostiene che sarà l’ultima edizione del direttore, tanto da scrivere della sua “scontata abdicazione”. Una delle prove (e la sua futura destinazione) sarebbe contenuta in questo estratto:

“Ha già disdetto il contratto d’affitto del suo appartamento in città (Roma, ndr) ed emigrerà presumibilmente in direzione Locarno (dove i nuovi palazzi del cinema, magnifici, li costruiscono davvero e senza incontrare l’amianto) forse già dal prossimo novembre”.

Per quanto riguarda Locarno, Müller è al momento consulente per il futuro Palacinema di Locarno. Considerando gli esiti positivi della prima edizione locarnese del direttore artistico Carlo Chatrian e del suo contratto (che dura fino al 2014 compreso), non si capisce come Müller possa tornare al comando del Festival che lo ha lanciato per la prossima edizione.

Ma il punto grottesco è la questione dell’affitto. Dovrebbe essere la pistola fumante, che dimostra che Müller sarebbe già con le valigie in mano, ma la realtà, a quanto mi risulta, è ben diversa. Infatti, il direttore si sarebbe convinto a dare disdetta per via di un problema non risolto allo scaldabagno, che gli ha provocato notevoli inconvenienti. Per queste ragioni, Müller ha semplicemente chiesto agli organizzatori del Festival di Roma di essere spostato in un residence e da lì continuare la sua attività. Tutto qui.

Ovviamente, che il futuro del Festival di Roma sia molto incerto e che ci sia una battaglia importante per prenderne il controllo non è certo una grande scoperta. Ma in questa telenovela ci mancavano solo gli affitti a Roma…