La mia top ten del 2015

Puntuale come il pagamento delle tasse (ma non altrettanto sgradevole), arriva la mia lista dei film che ho preferito nel 2015. Come sempre, vi ricordo che, anche se lo ritenessi degno di una posizione in questa classifica, non metterei comunque titoli di Microcinema, perché mi sembrerebbe fuori luogo. Avrei voluto fare un’analisi più approfondita di questi titoli, ma il tempo non è molto. Ed ecco la top ten, dalla decima alla prima posizione. 


10 – La memoria de l’agua
La vida de los peces era stato un mio film al numero 1 qualche anno fa, Matias Bize conferma di essere uno dei migliori autori in circolazione.

9 – Hardcore
Forse un po’ troppo lungo per funzionare al 100%, ma uno straordinario omaggio all’action movie anni ottanta. Più ricco di idee in 5 minuti di tanti action attuali e inutili.

8 – Steve Jobs
Di gran lunga la miglior sceneggiatura dell’anno. E uno dei 2-3 cast più efficaci del 2015.

7 – Dio esiste e vive a Bruxellesilfigliodisaul
Quando Jaco Van Dormael sembrava ormai disperso (cinematograficamente parlando), torna con un film che mette assieme Bunuel e il miglior Jeunet. Meritatissimo successo in Europa (e risultato straordinario in Italia).

6 – Il figlio di Saul
Decisamente l’evento d’essai del 2015. I campi di concentramento come non gli abbiamo mai visti. Avvincente e rigoroso: no, non è un ossimoro.

5 – Sicario
Regia, cast e fotografia ai massimi livelli. Benicio Del Toro mette i brividi. Un cinema che a Hollywood non si fa più: per fortuna che c’è Villeneuve.

4 – It Follows
Il più bel (visivamente parlando) horror degli ultimi anni, con alcune immagini degne del miglior Terrence Malick.

room3 – Inside Out
Ultimamente, ero rimasto molto deluso dagli ultimi titoli della Pixar e pensavo che le ottime recensioni di questo film (come avvenuto già per altri loro prodotti) non fossero da prendere molto sul serio. Per fortuna, mi sbagliavo.

2 – Trois souvenirs de ma jeunesse
Uno dei film più originali degli ultimi tempi, con uno straordinario Mathieu Amalric. Non sai mai dove andrà a parare, proprio quello che chiedo (senza quasi mai ottenerlo) a un film. 

1 – Room
I modi per fallire nel fare un film del genere erano innumerevoli. Più che un ‘semplice’ capolavoro, quindi, un miracolo. Brie Larson verso un meritatissimo Oscar, ma il regista Lenny Abrahamson almeno una candidatura se la meriterebbe.


2 o 3 cose che so sulla critica…

truffautDue mesi fa, alla Casa del Cinema di Roma è stato organizzato un convegno dal titolo “A cosa serve un critico?”. All’epoca, mi è venuto da ironizzare su questo titolo (che si presta automaticamente a qualche sberleffo, anche non raffinatissimo), ma prendiamola un po’ più seriamente. Visto che sulla materia qualcosina la so e visto che ora sono in una parte della barricata in cui, per lavoro, quello che scrivono i critici mi interessa molto, mi permetto di fare qualche considerazione e dispensare un consiglio o due.

– I tempi e i modi di recensione. Faccio qualche esempio, così ci capiamo. E’ normale recensire un film di enorme incasso e di cui tutti parlano solo di sabato, due giorni dopo l’uscita? Ha senso recensire un titolo una settimana dopo la sua uscita, quando il film è già morto, o sarebbe meglio parlare di un debutto? E quando si aggiunge un film a un ristrettissimo elenco di ‘da non perdere’, non sarebbe meglio verificare se quel titolo è alla seconda settimana, era un’uscita tecnica di una major che doveva apparire in un centinaio di schermi solo al suo debutto e magari adesso è praticamente fuori da qualsiasi sala, se non in un pugno di schermi e a orari impossibili? A proposito, se un film esce in due o tre sale, capisco la voglia di sostenerlo, ma se gli date lo spazio maggiore in pagina, forse è come dire “me ne frego che il 97% del pubblico non possa vederlo”. Per non parlare dell’abitudine di parlare di un film da un festival (con spazi spesso eccessivi) e poi magari non tornarci – mesi dopo – quando esce in sala. Insomma, quando il pubblico può vederlo, “tanto lo abbiamo già trattato”. Anche in questo caso, il pubblico (non) ringrazia…

– Ogni tanto, ho l’impressione che si tenti di rendere troppo complesso vedere un film, in altre occasioni forse bisognerebbe essere più cauti. Nel primo caso, perché in tanti tengono a dire che Heimat è il film più lungo della storia del cinema e dura 59 ore? Basterebbe dire che è una serie che ha avuto diversi capitoli e che può essere fruita tranquillamente a piccole dosi. D’altronde, non è nulla di molto diverso dal vedere Il trono di spade, che a conclusione della sua storia probabilmente avrà una durata più lunga di Heimat. Questo ha impedito alla saga fantasy di diventare popolarissima? Discorso diametralmente opposto su certi film d’autore: capisco benissimo che i gusti di un critico (come i miei, peraltro) siano più ‘resistenti’, ma non sarebbe meglio essere onesti con il lettore e dirgli chiaramente che la visione di un film potrebbe essere ermetica e dura? Perché uno spettatore incazzato, magari perché dopo dieci ora di lavoro è stato ‘sottoposto’ a un film estenuante, poi si rischia di perderlo per sempre…

– Non è più possibile parlare di film e cercare di analizzare quello che esce, senza avere un minimo di conoscenza di box office, regolamenti ministeriali, tax credit, ecc. Altrimenti, si rischia di trovare tendenze stilistiche che in realtà sono solo economiche e di fare discorsi ideologici. O magari attaccare commedie che incassano dieci volte tanto un film d’autore (con costi magari non molto diversi) vengono considerate dei flop, mentre quei titoli d’essai sembra che non debbano mai recuperare nulla.

– Credo che i critici abbiano un problema generale, divisibile a seconda del mezzo in cui scrivono maggiormente. Detto in maniera un po’ rozza: se scrivono sulla carta stampata, saranno un po’ più tolleranti con il cinema italiano d’autore (e soprattutto alcuni grandi nomi storici); se scrivono sul web, difficilmente massacreranno i blockbuster americani. Ovviamente, ci sono le eccezioni (la Mancuso, che sinceramente è la critica che leggo più volentieri e con la quale mi sento più in sintonia), ma non credo sia sbagliato fare questa ‘generalizzazione’. E anche qui, il discorso “spettatore fregato, spettatore che rischia di non tornare”, non lo dimenticherei…


Ma American Sniper è stato capito?

americansniperMi scuserete se per la terza volta in un mese parlo di American Sniper. Credo che il motivo sia semplice: è il più importante film degli ultimi due anni (almeno), a livello di tema trattato (di base, tutt’altro che un prodotto commerciale) e straordinari risultati ottenuti. E oggi, vorrei analizzare come una pellicola che trovo estremamente complessa, sia stata trattata nell’ultimo mese per lo più come un film propagandistico e banalmente patriottico. (seguono numerosi SPOILER sul film, se non lo avete visto non proseguite con la lettura).

Iniziamo con il ‘villain’. Vediamo il supercattivo siriano in una scena con la moglie e la figlia piccola. Nonostante sia un momento breve e che ovviamente non serve per portare avanti la storia, è una sequenza fondamentale per umanizzare l’antagonista. Chiunque voglia fare un film di propaganda, di sicuro la taglierebbe senza pietà (o meglio, non penserebbe neanche di girarla). Insomma, il vero Chris Kyle potrà anche aver visto gli iracheni (e in generale i suoi nemici) come dei “selvaggi”, Eastwood proprio no.

E, in generale, diverse persone uccise da Kyle vengono mostrate prendendosi del tempo, a cominciare dalla madre e del figlio della scena iniziale. Non c’è insomma la voglia di ritrarre gli iracheni che combattono contro i soldati americani come degli esseri indistinti e senza umanità, ma comunque con dei personaggi con maggiore spessore (anche se magari stanno in scena per pochi secondi). Se penso ancora a Black Hawk Down, in cui vedevamo decine di africani buttarsi davanti al fuoco degli americani come se fossero degli zombi senza coscienza, non ho dubbi su quanto si dovesse discutere di quella pellicola e non certo di questa.

D’altro canto, in una fondamentale scena, capiamo che sono stati commessi degli errori dai vertici militari durante un’operazione, con gravi conseguenze per i soldati coinvolti e anche per i civili iracheni. Non esattamente il modo migliore di esaltare l’esercito senza se e senza ma, come ha pensato qualche critico.

Se già la descrizione della guerra è molto più complessa di quanto molti vogliono pensare, veniamo al punto fondamentale: gli ultimi 10-15 minuti. Mostrano un Chris Kyle profondamente provato dalla guerra e che ha enormi difficoltà a tornare alla vita normale, tanto da rischiare di uccidere un cane per gli effetti causati dal disturbo post traumatico da stress. E che deve confrontarsi con una realtà non solo sua, ma che coinvolge tanti veterani, che non ricevono assistenza al loro ritorno a casa (compreso quello che poi ucciderà Kyle). Vi sembra lo sguardo di un regista che vuole esaltare l’America senza porsi delle domande spinose su come tratta i suoi soldati?

Qualcuno si è lamentato che non sono stati inseriti alcuni elementi importanti (Jesse Ventura, New Orleans e un presunto omicidio di due rapinatori, in questo articolo del New Yorker su Chris Kyle potete trovare maggiori informazioni su tutto), ma credo che in questi casi ci fossero (anche volendo inserirli e non è detto che Eastwood volesse) dei problemi legali e di opportunità molto evidenti (nei due ultimi casi, non sottovaluterei anche il pericolo di emulazione), su questioni su cui ci sono molti dubbi e che non era certo facile trattare, se non dedicando un tempo enorme ed eccessivo.

Credo che tutto questo sia simile a quanto avvenuto con Operazione Zero dark Thirty, in cui qualcuno avrebbe voluto una chiara denuncia della tortura (chissà, magari con una didascalia, in stile scritte sui pacchetti di sigarette “il fumo uccide”?), mentre la Bigelow era impegnata a raccontare una storia complessa e non certo in bianco e nero.

Infine, mi piacerebbe che qualcuno mi spiegasse come sia possibile fare incassi del genere in America solo grazie ai veterani patrioti guerrafondai. E lo stesso si può dire dell’Italia. Anzi, questo secondo caso è ancora più evidente: una fetta di pubblico d’autore è politicizzata a sinistra e non è che da noi il sostegno all’esercito sia particolarmente forte. Eppure, il film rischia di chiudere vicino ai 19-20 milioni. Non stiamo insomma parlando di un film d’autore che magari arriva a 6-7 milioni e diventa un ‘caso’ quasi straordinario, stiamo parlando di risultati à la Frozen o di cinepanettoni dei bei tempi. A scanso di equivoci: film di massa enorme.

Girando su Internet, l’unico articolo che mi sembra rispecchi la complessità generale del film è questo. Come quell’autore, non voglio certo dire che American Sniper sia un film pacifista e contro l’America. Ma di sicuro è molto più complesso di quanto si pensi…


La mia top 13 del 2014

Prima di tutto, due righe sul film più bello che ho visto in questo 2014 e che non andrà in classifica solo perché è un recupero: Wolf Children. Quando continui a pensare a un film per diversi giorni, mentre la maggior parte delle volte mi dimentico (o almeno ci provo) di un titolo dopo mezz’ora, qualcosa vuol dire.

Ci sono poi altri cinque titoli che vorrei menzionare e che sarebbero potuti tranquillamente finire nella mia classifica di fine anno: Italy in a Day, Alla ricerca di Vivian Maier, La teoria del tutto, Il giovane favoloso e Il sale della terra. Panchinari di lusso, se mi consentite il termine.

Ci sono dei film che non ho visto e che sarebbero potuti finire in classifica, tra questi Viviane, Timbuktu e Il regno d’inverno. Avvertenza importante: non trovo elegante inserire in questa top 13 film su cui ho lavorato a Microcinema, anche se…
Ma ora, senza ulteriori indugi, partiamo con i titoli:

13 – The Armstrong Lie
Sarò ripetitivo, ma un prodotto di Alex Gibney ci finisce sempre nelle mie classifiche. In questo caso, poi, non solo c’è un argomento molto controverso (il ciclista Lance Armstrong), ma anche un prodotto nato originariamente come una celebrazione di questo sportivo e diventato in seguito un atto d’accusa…

12 – The Raid 2: Berandal
Ok, il primo The Raid era pressoché perfetto, questo è sicuramente troppo lungo e indulgente. Ma anche con dei momenti straordinari e delle scene indimenticabili. Peccato che la maestria tecnica non sia sempre supportata da personaggi e sentimenti altrettanto forti. Sarebbe potuto essere il corrispettivo moderno di The Killer e A better Tomorrow 2, così è ‘soltanto’ un grande film d’azione…

11 – Before I Disappear
Una delle più belle scoperte dell’ultimo Festival di Venezia (dove è stato presentato alle Giornate degli autori). Ironico, strampalato e ricco di fantasia, con la sequenza al bowling che entra di diritto nei momenti migliori del 2014…

10 – Solo gli amanti sopravvivono
Apparentemente, un film che sulla carta non mi doveva proprio piacere. Ma sarà per le immagini ipnoticamente meravigliose, sarà per la colonna sonora da sballo, una delle perle del cinema d’autore dell’anno appena passato…

9 – The Internet’s Own Boy: The Story Of Aaron Swartz
In un’epoca in cui esaltiamo i ‘grandi’ imprenditori internettiani visionari (e ce ne sbattiamo se nella loro visione c’è la produzione in fabbriche schiavistiche), Aaron Swartz voleva veramente cambiare il mondo. E, come dimostra il finale, c’è riuscito…

8 – Father and Son
Storia non certo originale, ma che ha il pregio di essere raccontata benissimo. Uno dei film emotivamente più forti dell’anno…

7 – Un piccione seduto su un ramo medita sull’esistenza
Ok, Songs from the Second Floor aveva cose più geniali ed era il capolavoro indiscutibile di Roy Andersson. Ma anche solo per l’incredibile piano sequenza di dieci minuti al bar, quest’ultima fatica meriterebbe di stare in classifica…

6 – Ida
Aveva tutto per sembrare una parodia, tipo Eutanasia Mon amour di checcozaloniana memoria. Polonia, anni sessanta, bianco e nero, protagonista una suora. E invece, uno dei film più sorprendenti degli ultimi tempi, nonché il caso d’autore dell’anno.

5 – Foxcatcher
Vi diranno che è una metafora della fine del sogno americano (vero). Vi potrebbero anche dire che è un film freddo, ma a quello non ci credete. Trattasi di grande storia sull’amicizia, sulla famiglia e sul rapporto padri-figli. Bennett Miller conferma di essere uno dei registi americani contemporanei più importanti…

4 – Omar
Sarà banale dirlo, ma potremmo definirlo Shakespeare in Medio Oriente. O anche un adattamento non ufficiale dello splendido libro Son of Hamas. Finale perfetto…

3 – Grand Budapest Hotel
Sempre avuto sentimenti contrastanti sul cinema di Wes Anderson (adoro Rushmore, mi piacevano I Tenenbaum, su altri titoli sono più freddino), ma forse questo film è il suo capolavoro. Il cinema d’autore come dovrebbe essere più spesso, intelligente e aperto a un pubblico ampio…

2 – Elaine Stritch: Shoot Me
Lo ammetto, conoscevo pochissimo Elaine Stritch, anche perché non sono mai stato un fan di 30 Rock. L’occasione per rimediare e approfondire una grande artista (morta nel 2014) viene da questo documentario. Commovente, profondo e irresistibile, proprio come la sua protagonista…

1 – Mommy
Ok, dopo il secondo posto l’anno scorso con la doppietta Laurence Anyways/Tom à la ferme ci doveva arrivare al primo posto e se lo merita. Forse Mommy non ha la stessa originalità di Laurence Anyways, ma rappresenta un passo perfetto per trovare un pubblico più ampio (come avvenuto in Francia). L’attesa per il suo primo film con star americane diventa ora spasmodica…

 

Ed ecco la top 13 in ordine:

1 – Mommy
2 – Elaine Stritch: Shoot Me
3 – Grand Budapest Hotel
4 – Omar
5 – Foxcatcher
6 – Ida
7 – Un piccione seduto su un ramo medita sull’esistenza
8 – Like Father, Like Son
9 – The Internet’s Own Boy: The Story Of Aaron Swartz
10 – Solo gli amanti sopravvivono
11 – Before I Disappear
12 – The Raid 2: Berandal
13 – The Armstrong Lie


La top ten del 2013 – seconda parte

Ecco la seconda parte della top ten del 2013, la prima potete trovarla qui:

5 – No
Rimane il dubbio: ha vinto la democrazia o ha vinto il marketing? Forse il film più meravigliosamente ambiguo visto nel 2013, a cui aggiunge un’ulteriore nota interessante la vicenda privata di Pablo Larrain (la madre era un’importante esponente del regime di Pinochet), tanto che in Cile non sono mancate le polemiche. La storia di come un referendum ha posto fine a una delle più odiose dittature moderne è anche uno dei punti di vista più originale dell’anno. Ed è proprio difficile non innamorarsene se ti occupi di marketing. Ma anche semplicemente se ti piace il buon cinema…

4- Prisoners
Siamo messi male (malissimo) se un regista acclamato per La donna che canta va a Hollywood, prende alcune star e tira fuori un film che non solo sembra uscito dagli anni settanta, ma forse è anche più coraggioso di tanti prodotti di ‘conformismo-ribelle’ di quel periodo. Un film che ha il coraggio di mettere in discussione non solo la struttura del racconto, ma anche tutte le nostre idee e opinioni sociali. 82% di pareri positivi su Rotten Tomatoes? E l’altro 18%? Ma per piacere…

3- Her
Una delle cose che si criticano spesso a Spike Jonze è di non avere terzi atti degni del valore altissimo dei primi due atti dei suoi lavori. Concordo. O meglio, concordavo fino a Her. Che è perfetto dall’inizio alla fine. Coraggioso, non solo per la capacità di mostrare in maniera visivamente meravigliosa un presente tecnologico che è già qui, ma soprattutto per credere fermamente a quello che racconta, non importa quanto possa sembrare assurdo. E la capacità straordinaria di mostrare attori che conosciamo bene in una luce sempre diversa. Come Scarlett Johansson (per ovvie ragioni), ma soprattutto Amy Adams, che avrebbe meritato per questo film i riconoscimenti che ha ottenuto per American Hustle…

2- Laurence Anyways/Tom à la ferme
Non ho nessun dubbio che Xavier Dolan sia stata la maggiore scoperta che ho fatto (in ritardo, ma meglio tardi che mai) nel 2013. Tom à la ferme è il film presentato in concorso a Venezia, che ha poco a che fare con le sue precedenti opere e questo è un motivo in più per amarlo, visto che per fortuna non si ripete. Ma Llorence Anyways (passato a Cannes nel 2012) è assolutamente folgorante. La storia di un uomo che cambia sesso poteva facilmente scivolare nel melodrammatico o, ancora peggio, nel ridicolo involontario. Con una maturità narrativa che farebbe pensare a un autore almeno quarantenne e alcune delle immagini più belle dell’anno (di solito, anche grazie a canzoni pop anni ottanta semplicemente perfette), è il secondo film che mi ha stupito maggiormente nel 2013. Capolavoro assoluto, anche se non per tutti i gusti…

1 – The Act of Killing
Se vi chiedevate qual è il primo film che mi ha stupito maggiormente nel 2013, il dubbio è facile da risolvere. Non ho molto da aggiungere alla mia rece di qualche mese fa. Se non che, per il secondo anno consecutivo (nel 2012 era stato Holy Motors) ritengo che la distanza tra il mio film preferito e tutto il resto sia molto ampia. E, dopo l’escusione di Stories We Tell dalla cinquina che si contenderà l’Oscar (nooooooo!) per il miglior documentario, spero proprio che l’Academy non faccia scherzi…


La top ten del 2013 – Prima parte

Mi mancano film come Philomena, Nebraska, Still Life, Il tocco del peccato e altri titoli molto apprezzati, ai festival e dal pubblico, che sicuramente prima o poi recupererò. Ma intanto, questa è la mia top ten del 2013:

10 – Non dico altro (Enough said) e Not Fade Away
Questi due titoli, di per sé, non dovrebbero stare neanche nei miei primi trenta (soprattutto quello della Holofcener, visto che è un prodotto che trovo sopravvalutato). Ma sono anche le ultime due interpretazioni che ho visto di James Gandolfini (e non ho inserito quella di Operazione Zero Dark Thirty) e che dimostrano che si è trattato della maggiore perdita cinematografica del 2013 (almeno per quanto riguarda quello che avrebbe potuto dare in futuro e gli anni che avrebbe dovuto avere a disposizione). Solo la scena al ristorante nella pellicola di David Chase merita di più di centinaia di altri titoli (interi) visti quest’anno…

9 – The Gatekeepers
Se c’è una cosa che mi impressiona del giornalismo all’estero, è l’impressione che le personalità pubbliche si sentano in dovere di parlare, anche di fronte ad argomenti scomodi. The Gatekeepers è un documentario, ma è anche grandissimo giornalismo. Infatti, il regista Dror Moreh intervista sei (l’attuale e cinque ex) responsabili dello Shin Bet, i servizi di sicurezza israeliani, che affrontano (quasi sempre) alcuni dei problemi più spinosi di questo Paese. Che bello sarebbe un analogo prodotto in Italia…

8 – Mud
Ne avevo parlato qui e, come tutti i migliori film, questo mi è cresciuto dentro con il passare del tempo. Ora viene più facile pensare a quanto questo sia stato l’avvio di due anni straordinari per Matthew McConaughey, che lo porteranno tra poco più di un mese a un meritatissimo Oscar per Dallas Buyers Club, ma in generale per tante prove magnifiche…

7 – 12 anni schiavo
Di tutti i film che si trovano in classifica, questo è probabilmente quello da cui mi aspettavo di meno, dando per scontato che sarebbe stato un prodotto utile solo per sconvolgere le coscienze e poco più. Mi sbagliavo e anche di brutto. Un punto di vista originale, che se anche non riporta alle vette straordinarie di Hunger, di sicuro è un notevole passo avanti rispetto a un film che continuo a trovare sbagliato come Shame. E senza dubbio il miglior cast in un film dell’anno scorso, con buona pace dei SAG. Tanto che, nonostante le candidature vadano agli altri, chi scrive trova stupefacente (e la migliore del lotto) la prova di Benedict Cumberbatch, forse l’interpretazione più sottovalutata dell’anno…

6 – Mea maxima culpa/We Steal secrets
Alex Gibney non è soltanto il maggiore regista vivente, quanto meno per l’alto numero di film che realizza ogni anno. Ma è anche un esempio per me di come dovrebbe essere il giornalismo e come quasi mai ormai è (non solo per questione di costi, ma anche di impegno e di regole deontologiche). In particolare, quello che dimostra Gibney è che non bisogna mai partire da idee preconcette, ma costruire il proprio racconto sui fatti. Fatti drammatici, come nel caso del documentario sui preti pedofili, e fatti controversi, per quanto riguarda Wikileaks (ovviamente in grado di scontentare tutti, non solo Julian Assange, ottimo segno per prodotti del genere). E per fortuna che non ho visto The Armstrong Lie, ma tanto ho il sospetto che ne riparleremo nella prossima top ten…

La seconda parte uscirà nei prossimi giorni…


The Canyons

La cosa peggiore di The Canyons è che fa perdere tempo a noi addetti ai lavori, che potremmo e dovremmo occuparci di cose migliori, magari titoli indipendenti senza nomi noti coinvolti. Il film inizia con una serie di immagini di cinema in rovina (ogni giornata in cui è divisa la storia si apre in questo modo) e non mancano dialoghi come “quando è stata l’ultima volta che sei andata in un cinema? No, le anteprime non contano”. Si è detto che queste cose non hanno nulla a che fare con la storia del film, ma forse non è così. Ho l’impressione che il punto vero sia creare un po’ di dibattito/polemiche, attaccandosi a tutto quello che è possibile.

Il film è infatti troppo noioso e banale (magari non bruttissimo, ma brutto sì) per reggersi sulla proprie gambe, visto che di rischi veri non se ne prende (inutile dire che le sceneggiature di Schrader degli anni settanta rimangono ancora adesso mille volte più coraggiose di quello che viene raccontato in The Canyons). A questo punto, l’unica è puntare ai critici che citeranno i vari Eva contro Eva o I protagonisti (anche se i paragoni sono ovviamente irrispettosi), parleranno di racconto morale, saranno coinvolti dal paragone tra una scena di sesso e i ruoli del cinema. Ma in tutto questo non c’è nulla di scandaloso, a meno di non voler considerare tale una scena di sesso discretamente risibile. E anche la presenza di Gus Van Sant in un piccolo ruolo è utile solo per riempire due righe.

D’altronde, dovremmo interessarci a un uomo geloso che di norma chiama degli scambisti per fare sesso con lui e la sua ragazza, oltre a tradirla tranquillamente? E, in generale, a delle persone annoiate sempre attaccate al cellulare, che pippano e dicono cose stupide? Il finale, poi, è in puro stile Bret Easton Ellis, ma non convince per quanto è programmaticamente amorale.

La cosa più triste è ovviamente Lindsay Lohan. Più che valutare un’interpretazione, ci si chiede sempre cosa abbia fatto la sera prima delle riprese. Certo, si può sorridere ad alcune frasi del suo personaggio (“ci sono degli aspetti della mia vita privata che vorrei rimanessero tali”, “c’è qualcuno che è felice?”) o a guardarla andare in giro con i mutandoni della nonna (altro che Bridget Jones!), non esattamente un abbigliamento perfetto per incarnare una femme fatale per cui tutti perdono la testa. Ma, semplicemente, vedere una donna che chiaramente non sta bene è deprimente.

La seconda cosa più triste è che, in un film ‘serio’ (almeno nelle intenzioni) con protagonista un attore porno come James Deen (che, paradossalmente, è quello che se la cava meglio, grazie a un’interpretazione vuota, perfetta per un personaggio cinico, freddo e psicopatico, in linea con i protagonisti delle opere dello scrittore), ci sia una prova nettamente peggiore e venga da un attore ‘vero’, Nolan Funk, che abbassa un livello di recitazione già non altissimo.

Insomma, se vi piace osservare morbosamente gli incidenti stradali, questo film ne è l’equivalente (“guarda come è ridotta Lindsay!”, “ma Bret Easton Ellis non era considerato lo scrittore americano più promettente negli anni ottanta?”, “ma Schrader non ha creato alcuni dei film più forti della storia del cinema, come sceneggiatore e/o regista?”). Ma anche così, non è semplice osservare un incidente per quasi 100 minuti senza annoiarsi profondamente.

Last but not least, fatemi spendere due parole per l’uscita in contemporanea negli Stati Uniti e in generale per la strategia di diffusione mondiale. Sono il primo a pensare che per certi prodotti sia la strada migliore, ma in questo caso sono scettico. E’ utile rendere (piaccia o meno, è quello che succede in questi casi) il film disponibile in tutto il mondo, creando un rapido passaparola negativo e rovinando lo sfruttamento all’estero? Peraltro, dopo questo mese di recensioni, che senso ha poi passare a Venezia? Non si rischia di affossare definitivamente un film che già si affossa bene da solo? Mah…


The Act of Killing

Viene presentato in questi giorni al Biografilm Festival il miglior film che ho visto finora in questo 2013. Togliamo subito spazio a qualsiasi dubbio, qui siamo di fronte a un capolavoro assoluto, in cui il regista Joshua Oppenheimer mette assieme la follia di Werner Herzog con l’analisi approfondita dei personaggi tipica di Errol Morris (guarda caso, entrambi produttori di questo film).

Sarà difficile trovare due personaggi più carismatici e complessi di quelli mostrati in The Act of Killing. Peccato che siano reali e soprattutto dei criminali efferati. Si tratta di un gruppo di gagster (per tutto il film, ci viene detto che la parola significa “uomini liberi”, anche se ovviamente non è vero), che negli anni sessanta hanno contribuito al massacro di chiunque venisse considerato (a torto o a ragione) un comunista in Indonesia. Ora, devono ricreare per lo schermo le scene dei loro massacri, compreso un assalto a un villaggio che mette la pelle d’oca anche se è finto e che si candida al titolo di scena più impressionante dell’anno.

Insomma, una straordinaria rappresentazione della banalità del male, in cui si passa dall’atrocità di vedere i sistemi di uccisione adottati, a dei passaggi comici con loro travestiti nei modi più improbabili. Ma i momenti che sembrano incredibili sono tanti, dai protagonisti che rivedono in televisione le scene che hanno girato (e ne valutano il realismo), alle sequenze da film horror di serie Z a cui partecipano, fino ad arrivare a un programma televisivo (attuale!) in cui si inneggia all’uccisione dei comunisti.

In tutto questo, senza essere minimamente pretenzioso, assistiamo a una fortissima riflessione sul potere del cinema, dal sadismo che traspare in molte opere (quelle di James Bond e con i nazisti, per esempio), all’influenza dei film violenti su un uomo che può diventare molto sentimentale con un animale. “Anche Dio ha dei segreti”, dice uno dei personaggi. Beh, si esce da The Act of Killing con l’impressione di aver capito tanti segreti inconfessabili dell’animo umano. E non è una buona notizia…


After Earth

Una delle teorie che sento da almeno 15 anni, è che i moderni blockbuster altro non sono che dei b-movie dalle strutture identiche a quelle dei low budget di Roger Corman, ma realizzati con risorse infinitamente superiori. E’ una delle poche teorie che appoggio incondizionatamente e After Earth sembra il film perfetto per dimostrarla.

Ma After Earth è anche uno dei filmoni che si può permettere un mezzo suicidio produttivo, ossia prendere la maggiore star del mondo e confinarla in un ruolo di spalla per quasi tutto il film. Potenza di Will Smith, in grado di ottenere 130 milioni di dollari (che sullo schermo non è che si vedano tanto, forse sono andati ai due protagonisti) e metterli a disposizione del figlio prediletto Jaden.

Piccolo problema: se un attore compare praticamente senza sosta dall’inizio alla fine, deve per forza di cosa offrire una prestazione superba e avvincente. Questo non avviene da parte di Jaden Smith, piuttosto si assiste a una serie infinita di smorfie, che dovrebbero rendere la complessità del personaggio. Ma in questo senso, la prova di Will Smith è quasi peggiore, visto che è impegnato a mostrarsi un automa rigido e inflessibile nei confronti del figlio, a livelli quasi involontariamente comici.

Ma se un brutto film può capitare a ogni attore (e non è il caso di farne un dramma epocale), l’aspetto più preoccupante è la sconvolgente involuzione di Shyamalan, ormai ridotto al rango di director for hire, sempre più impegnato a cercare (senza successo) un suo stile personale senza trovarlo e ormai incapace anche semplicemente di raccontare una storia in maniera convincente, cosa un tempo avrebbe saputo fare a occhi chiusi.

Lontano dall’essere il disastro che si potrebbe pensare dalle recensioni americane (e dagli incassi, quelli sì disastrosi), After Earth è semplicemente un film piatto e che scorre via senza sussulti. Certo, si può anche fare di peggio, ma è lecito da un’operazione del genere pretendere molto più coraggio e idee…


Mud

Forse, Jeff Nichols dovrebbe prendersi più sul serio e tirarsela un po’, magari rendendo i suoi film più complicati del necessario. O forse è meglio di no. Magari questa operazione di indulgenza lo farebbe stimare di più da parte dei critici, ma quando uno con Mud porta a casa il terzo film notevole su tre fatti, perché cambiare?

Sepolto dalla mediocrità dei titoli americani passati al concorso di Cannes 2012, Mud sembra un omaggio al cinema a stelle e strisce anni settanta, quello che viene spesso mitizzato e rimpianto, ma che poi magari viene trascurato quando capitano queste occasioni. Non lo confondiamo con i film sui losers (una fissazione di molta critica), perché in realtà è un film su personaggi molto umani e non straordinari, in una panorama (in America come da noi) per cui qualsiasi storia sembra doversi concentrare solo su chi ha belle case, belle mogli e un portafoglio pieno, anche quando questo non sarebbe necessario.

Qui abbiamo due ragazzini che vivono ai margini, con famiglie in crisi e senza grandi speranze per il futuro, ma senza che si scivoli mai nel sentimentalismo. Nichols poi conferma ancora una volta due cose: di essere il vero erede del Malick de La rabbia giovane, quello che riusciva a farti entrare nelle viscere qualsiasi tipo di paesaggio (anche squallido), senza dimenticare l’importanza della storia; e di saper dirigere i suoi attori in maniera magnifica.

Per esempio, hai voglia a dire che Matthew McConaughey si fa apprezzare sempre di più in prodotti indipendenti, ma chi come me lo aveva detestato in pellicole (detestate pure quelle per par condicio) come Killer Joe e Magic Mike, non può che applaudire al suo ritratto in un personaggio ultracomplesso, che l’attore (e il regista) non rendono mai sgradevolmente romantico, ma sempre molto concreto. I due ragazzini (tra cui Tye Sheridan, già visto in The Tree of Life) non danno mai l’impressione di essere fasulli, così come tutto il resto del cast, tra cui Michael Shannon (qui per la prima volta in un ruolo minore in un film di Nichols) e Reese Witherspoon, che si ricorda del talento che aveva mostrato per la prima volta in Election e che poi troppo spesso ha lasciato da parte per commediole poco convincenti.

Unico neo (non piccolissimo) del film, un finale che sembra tradire tutte le premesse di quanto visto fino a quel momento. Diciamo che per essere un prodotto in stile anni settanta, non lo è fino in fondo e almeno si poteva evitare di rendere tutto esplicito. Ma ad avercene di pellicole difettose come questa…