Perché True Detective è importante

C’è una cosa fondamentale che ci insegna True Detective e per cui ho ammirato questa serie. No, non è la storia in sé, fin troppo glorificata e invece già vista tante volte nel cinema americano, con tanto di ultima puntata eccessiva e fastidiosa. E sì, gli attori sono sicuramente bravi, ma anche un po’ narcisisti (soprattutto Matthew McConaughey) nella loro prova.

E allora? Allora la mia impressione è che True Detective confermi la differenza tra la narrazione degli europei e quella degli americani. Al centro, infatti, c’è un poliziotto misantropo e disilluso della vita dopo la morte del figlio piccolo e che non fa nulla per integrarsi tra i suoi colleghi. Una mente brillante, ma anche disturbata dall’utilizzo di droghe per una missione sotto copertura.

Insomma, il tipo di storia che in Italia probabilmente darebbe vita a un film d’autore, in cui di concreto non succederebbe quasi nulla, con la speranza di andare a un Festival prestigioso. Qui invece un personaggio così crudo e estremo viene messo al centro di un thriller poliziesco intenso ed eccitante, tanto da consentire alla HBO di battere diversi record di ascolto. E ci chiediamo ancora perché i prodotti americani dominano nel mondo? Certo, continuiamo a pensare che sia solo una questione di soldi…


La statistica nel cinema

Questo ottimo articolo parla di statistiche e di ricerche di mercato, di come si dia troppa fiducia all’idea (portata avanti da tante aziende, Google in primis) che dalle analisi di un numero enorme di dati si possano ricavare informazioni sempre più precise sulle abitudini dei consumatori e addirittura sulle epidemie di influenza. La realtà, se avrete la pazienza di leggere l’articolo, è ovviamente diversa, ponendo in evidenza una serie di errori tecnici che mettono in mostra il discutibile approccio utilizzato.

La cosa buffa è che più leggevo l’articolo, più pensavo al mondo del giornalismo e ai suoi problemi. Sarà forse un caso (non credo), ma gli stessi errori che si fanno in queste ricerche statistiche avvengono sui media di tutto il mondo. Vediamoli.

Si fa più attenzione alla correlazione che alle cause
I casi possono spaziare dal delirio puro e disinformato (questo articolo che è girato tantissimo sul web) a semplici idee pretestuose (Nymphomaniac non esce in Italia? E’ colpa della censura e magari anche del Vaticano…). Il giornalista spesso si limita a trovare un legame tra due eventi, senza preoccuparsi se questo legame sia significativo o meno (non parliamo poi di quando ci si inventano le cose tout court).

Quando si tratta di dati, le dimensioni non sono tutto
Spesso si preferisce tirar fuori più idee possibili per portare avanti una tesi, senza preoccuparci se tutte queste idee hanno veramente un legame significativo con la tesi avanzata. Non ho dati scientifici, ma se dovessi parlare per esperienza personale di lettore, di solito un 20% delle tesi proposte dagli articoli scandalistici hanno qualche consistenza, un 30% sono molto superficiali e un 50% totalmente infondate. Ovviamente, numeri anch’essi non statiastici, prendeteli come una semiboutade, ma certo la percentuale di affidabilità non è altissima…

La faziosità nel campione
L’autore dell’articolo mette in evidenza come anche un grande campione di informazioni può produrre analisi pessime se il campione è spostato verso una determinata fascia di popolazione. Esempio semplice, se prendiamo un campione di utenti Facebook molto attivi, non possiamo pretendere che rappresentino tutta la popolazione mondiale, compresi gli ottantenni che non sanno utilizzare Internet. Qui la questione è semplice: i giornalisti cercano di prendere un ‘campione’ significativo di informazioni per i loro articoli? O sono pronti a tutto pur di portare avanti una tesi faziosa? Purtroppo, l’idea che Berlusconi si compri gli Oscar chiamando Obama magari è degna di qualche blogger ‘visionario’, ma tante teorie ‘avveniristiche’ su Medusa si sono lette anche su grandi quotidiani, tanto per fare un esempio lampante…

“N = All”
La tesi che porta avanti soprattutto Google è che, più si raccolgono dati su un fenomeno, più si arriva vicino a capire perfettamente i fenomeni in questione. La questione è semplice: è veramente possibile raccogliere tutti i dati? Un esempio sono le elezioni politiche: i sondaggisti prendono un campione, gli scrutatori prendono tutti i voti e, in quel caso, “N” è veramente uguale a “All”. In tutte le altre situazioni, la possibilità di fare errori nel campione è enorme. Tornando al mondo del giornalismo (ma anche, purtroppo, del mondo degli addetti ai lavori cinematografici, che dovrebbero essere meno disinvolti), la formula “N = All” diventa spesso “I miei amici = All”. Quindi, se i miei amici vanno a vedere cinema d’autore, tutto il pubblico italiano vuole andare a vedere il cinema d’autore e se non lo fa è perché i cattivi multiplex non lo programmano. O, se mio nipote di 10 anni vede i film sui tablet, il cinema in sala è morto. Di queste teorie statisticamente aberranti ho scritto per anni, inutile tornarci sopra…

Un falso positivo
Semplicemente, si prende un esempio che sembra quasi miracoloso delle capacità di analisi di mercato e si dà per scontato che sia lo standard, dimenticando tutto quello che invece non ha funzionato (e che magari l’azienda non ha interesse a promuovere). Ecco che si può prendere un premio ricevuto da un film o un dato isolato dagli altri (un’ottima media per copia in una determinata zona) come un segnale del suo grande successo, dimenticando tutto il resto.

Insomma, la mia impressione è che a scuola statistica si debba insegnare fin dalla tenera età. E non solo per chi sarà impegnato da grande in campo economico, anzi…


Un altro mondo

Si parla tanto di Francia e degli spettatori d’oltralpe. Allora, diamo qualche numero per far capire le differenze con il nostro Mercato. Fermo restando che in Francia gli aiuti statali sono decisamente superiori ai nostri (cosa che meriterebbe una trattazione a parte), anche il pubblico è molto diverso. Per esempio, dopo 6 settimane 12 anni schiavo è arrivato a 1,5 milioni di biglietti staccati e credo che con l’Oscar possa arrivare a numeri simili (o anche superiori) a quelli di Audiard per Un sapore di ruggine e ossa (1,8 milioni). Ma se il film di McQueen ha almeno le candidature (e i successi) all’Oscar per spiegare questo exploit, quello che mi sconvolge è un film come Lunchbox, che dopo 10 settimane è a 458.732 persone, con buone possibilità di staccare la soglia dei 500.000 (tanto per capirci, poco meno di quello che da noi fa un successo come Philomena).

E a proposito di Philomena, mi stupisce che in Francia sia andato poco sopra i dati italiani (617k di presenze). E vogliamo parlare di un film ultraautoriale come Ida, che solo nella prima settimana ha fatto 110.000 spettatori, per poi arrivare a 288.000 in terza settimana? E la capacità di appassionare con storie biografiche come Yves Saint Laurent (1,6 milioni di spettatori), da noi quasi sempre relegate al piccolo schermo? E certi cartoni animati di successo, come Il castello magico (più di un milione di presenze) e Minuscule (1,2 milioni)? Ma forse l’esempio più sconvolgente è Vado a scuola, da noi fenomeno interessante (ha fatto staccare 124.090 biglietti), mentre in Francia questo documentario ha raccolto 1,3 milioni di spettatori.

E volete sapere come è andata lo scorso weekend? Supercondriaque, nuovo film con Dany Boon (l’artefice del successo di Giù al nord, il Benvenuti al sud originale) ha fatto 2,1 milioni di spettatori, un risultato che in Italia sostanzialmente aveva ottenuto Il principe abusivo in tutto il suo sfruttamento. Intanto, La bella e la bestia continua la sua ascesa verso i 2 milioni di spettatori (dopo essere andato benissimo in Italia). Però, a seguire la logica dei giornali italiani, ne dobbiamo dedurre che i francesi sono in crisi, visto che, a differenza nostra, non hanno vinto l’Oscar. Che dramma, chissà come sopravviveranno…


Chi ha prodotto La grande bellezza?

Ci mancava la polemica, ma non è certo una sorpresa. Di che si parla? Dopo la vittoria di Sorrentino e de La grande bellezza, sul Giornale un editoriale del direttore Sallusti si scaglia contro chi non vuole ammettere la vittoria di Medusa. “L’Italia della sinistra postcomunista e quella renziana (al momento teniamo una separazione in attesa di giudizio) si intestano il merito dell’Oscar di Sorrentino”, per poi continuare “Mediaset, la cui controllata Medusa ha creduto nel progetto di Sorrentino, prodotto (insieme a piccoli partner) e distribuito la pellicola”.

Gli risponde L’espresso:

È davvero così? Prodotto insieme a piccoli partner? No, così non si può dire.

Il film trionfatore a Los Angeles è una coproduzione italo-francese, costata 9 milioni di euro. I produttori sono Nicola Giuliano e Francesca Cima della romana Indigo Film. In coproduzione con Babe Films, Pathé e France 2 Cinéma. La scheda ufficiale spiega che Medusa Film ha partecipato «in collaborazione» con i produttori. Mentre la Banca Popolare di Vicenza ha finanziato il progetto con una quota rilevante grazie all’incentivo dei favorevoli meccanismi fiscali del cosiddetto tax credit per le opere cinematografiche. Anche sulla locandina ufficiale del film si legge, in basso, accanto al copyright 2013 il nome di Indigo Film e quello dei partner francesi. Nessuna citazione per la società berlusconiana diretta da Giampaolo Letta e presieduta da Carlo Rossella.

Medusa, infatti, da principio non ha creduto troppo nel soggetto di Sorrentino e si è associata alla produzione solo in un secondo tempo, e per una quota di minoranza. La società del gruppo Mediaset si è presa il ruolo di distributore, questo sì, ma certo non ha comandato il gioco come si vuol far credere adesso, a giochi fatti, a statuette consegnate.

Che dire? Posizioni entrambe sbagliate e poco informate. Medusa è stata fondamentale nel portare avanti un progetto rischioso, con un budget impegnativo (9,2 milioni di euro) e dopo che il precedente This Must Be the Place non aveva funzionato all’estero. Poteva, insomma, finire molto male e rimetterci, considerando un investimento di 3,7 milioni di euro (5,4 milioni considerando il lancio promozionale, altro che quota di minoranza!), come segnala Federico Pontiggia sul Fatto quotidiano. Che poi i loghi nelle locandine siano una prova di quota di investimento, mi sembra un’idea superficiale, comunque il logo compare in basso a destra e in alto a sinistra c’è la scritta “Nicola Giuliano, Francesca Cima e e Medusa Film presentano”.

D’altro canto, chiamare partner minori non solo Indigo (senza la quale, semplicemente, Sorrentino non esisterebbe come autore, visto quanto è stato sostenuto, anche con i primi film poco fortunati al botteghino), ma anche Pathé (un colosso storico francese) si commenta da solo.

Di sicuro, il carnevale di dichiarazioni di chiunque su questa vittoria, soprattutto persone che con il cinema non hanno nulla a che fare, è diventato insopportabile. Ma anche certe persone che oggi si arrogano la vittoria, forse dovrebbero riflettere se veramente hanno i titoli per farlo…


Ci sono sale e sale…

Visto che la retorica sulle sale urbane ha ormai raggiunto proporzioni bibliche, vi do qualche numero interessante, che ben conosce chiunque si ritrovi a dover studiare l’importanza delle sale cinematografiche per lavoro.

Tralasciando per un attimo i film d’autore e il fondamentale (per quella fascia di mercato) Circuito cinema, concentriamoci solo sui titoli commerciali. Prendete qualsiasi film che mira a fare dai 2 milioni in su (ma anche di meno, basta che non sia un titolo da Festival) e andatevi a guardare i suoi risultati per sala. Sui primi 75 cinema per incasso, una cinquantina saranno dei circuiti UCI e The Space. Gli altri sono indipendenti importanti, ma concentrati in determinate regioni (Veneto, Lombardia, Roma, Napoli, Firenze, Torino e Bologna – con rispettive province – in particolare). Qualche nome? Victoria di Modena o Adriano di Roma, per dire, ma anche diverse sale dalle parti di Brescia, Bergamo o Padova, piazze a cui magari non si fa tanta attenzione (mediaticamente parlando), ma decisive per un film.

Dove voglio arrivare? Semplicemente, se avete un film commerciale, in quelle 75-100-150 sale fondamentali dovete starci (in tutte o quasi), altrimenti non avete speranze. Le altre sale possono essere (nel migliore dei casi) discretamente utili, nel peggiore delle perdite garantite (considerando la Virtual Print Fee da pagare).

Insomma, la retorica delle sale che chiudono è appunto retorica e basta. Le sale che chiudono lo fanno perché stanno su numeri insostenibili, che non permettono né ai proprietari di trarne un profitto minimo né ai distributori di avere un qualche interesse a dare il loro film importante. Questo andrebbe ricordato anche a chi pensa che tutte le sale avrebbero diritto a ricevere tutti i titoli che vogliono. Significherebbe dividere un prodotto per tanti soggetti nella stessa zona, togliendo linfa a chi si regge in piedi da solo per darla a chi non ha i numeri e il pubblico per sopravvivere (e non li avrà comunque, neanche così).

Insomma, se vogliamo dire che una libreria che vende quattro libri a settimana è un presidio culturale contro l’avanzata dei McDonald, diciamolo pure. Ma poi non stupiamoci se la libreria cede il posto ai McDonald. E cerchiamo di non fare sempre di ogni erba un fascio. Ci sono cinema ed esercenti che lavorano benissimo sul territorio. E ci sono cinema che si limitano ad alzare la serranda al pomeriggio. Metterli tutti (bravi e molto meno bravi) nel calderone della Cultura significa fare un danno alla Cultura…


Si stava meglio prima?

Un po’ di memoria storica fa sempre bene nelle valutazioni e negli articoli, soprattutto quelli che puntano sulle cifre. Andiamo a prendere qualche dato da “Con qualche dollaro in meno” di Barbara Corsi. Nel 1992 (anno in cui Salvatores vince l’Oscar con Mediterraneo, a proposito di valutare lo stato di salute del nostro cinema dai premi) eravamo a 83,5 milioni di spettatori. In dieci anni, tra il 1975 e il 1985, si è passati da 513,6 milioni di biglietti venduti a 123,1 milioni, un crollo talmente drammatico che, immagino, gli articoli sulla morte delle sale fossero all’ordine del giorno (e forse neanche con qualche dubbio, ma dandolo per scontato). Nel 1994, eravamo a 98,2 milioni di persone, nel 1996 96,5, nel 1998 118,5 milioni. Se andiamo a guardare i nostri ultimi tre anni, stiamo sostanzialmente su queste cifre. La quota di cinema italiano invece era al 21,9% nel 1989, al 24,4% nel 1992, al 23,7% nel 1995 e al 23,6% nel 1998.

Stiamo parlando di anni in cui non c’era Internet (anche alla fine dei novanta era una minoranza che frequentava assiduamente il Web) e non c’era un colosso come Sky (Tele+ e Stream non hanno mai funzionato veramente). Social Network attuali? YouTube? Ancora da inventare. E i telefonini… beh, poco smart. Insomma, la ‘concorrenza’ alle sale era molto meno forte. Con tutti questi dati, qualcuno mi spieghi perché i dati del 2014, 97,2 milioni biglietti staccati e una quota del cinema italiano che si è assestata al 30,20% di presenze, portano ancora a chiedersi se le sale hanno futuro, quando questa stabilità è ammirevole e rassicurante…


Ottimi risultati a gennaio

12,6 milioni di presenze e 81,9 milioni di incasso a gennaio 2014 nei cinema italiani, rispetto ai 10 milioni di biglietti staccati e ai 65 milioni al botteghino dello stesso mese nel 2013. Insomma, un +25% da un anno all’altro, il miglior modo possibile per iniziare il 2014.

A spiegare il miglioramento, ci sono situazioni occasionali, come il fatto che i giorni collegati alla Befana erano disposti perfettamente per aumentare le feste e offrire più occasioni di andare al cinema. Ma, come sempre, la differenza vera la fanno i contenuti, più forti che un anno fa. In realtà, le proposte del gennaio 2013 non erano certo da buttare, considerando gli 8,3 milioni raccolti da Django Unchained e i 7,8 milioni de La migliore offerta. Il miglioramento l’hanno fatto due titoli. In primis, ovviamente i 12 milioni raccolti da Un boss in salotto, esempio di commedia fortissima tornata a occupare i primi giorni dell’anno, dopo che nel 2013 quello spazio era stato lasciato un po’ vacante, permettendo a Mai stati uniti di ottenere 5,3 milioni. L’altro grande fenomeno del gennaio 2014 è stato Frozen, che non contento di essere stato il re delle feste, ha continuato a incassare benissimo, arrivando a 7,2 milioni. Aggiungiamoci i 5,7 milioni di The Wolf of Wall Street (che ovviamente aumenteranno a febbraio), così come i 5 milioni di Capitan Harlock, i 4,8 de Il capitale umano e di The Butler, i 4,7 di American Hustle e, dulcis in fundo, l’ottima partenza di Tutta colpa di Freud (3,2 milioni), per capire come questo mese sia stato pieno di film di successo.

E cosa dobbiamo aspettarci da febbraio? L’anno scorso, Il principe abusivo aveva staccato tutti ottenendo 10,2 milioni nelle sue prime due settimane, seguito da pellicole come The Impossible, Django Unchained e Lincoln, tutte intorno ai 3,5 milioni. Il corrispettivo di Siani (anche come posizionamento a metà mese) dovrebbe essere Sotto una buona stella, il nuovo film di e con Carlo Verdone. Sostanzialmente, guardando le uscite, mi aspetterei un febbraio 2014 piuttosto stabile, magari giusto un po’ in flessione rispetto al 2013. Vedremo…


Autistici e integrati…

Botta e risposta a distanza (anche se senza polemiche) tra Michele Serra (Repubblica) e Salvatore Carruba (Sole 24 ore). Il primo, commentando i dati delle sale italiane nel 2013, scriveva:

“Per un vecchio medium come il cinematografo è un dato in controtendenza e abbastanza clamoroso: il consumo miniaturizzato e individuale dei film, sullo schermo dei computer e dei tablet, viene annunciato come irresistibile esito della rivoluzione tecnologica. Il cinema da sala, così come il teatro, i libri di carta, l’informazione di carta, la televisione generalista, l’intero vecchio mondo mediatico e culturale, sono spesso oggetto di profezie funeste, alimentando l’euforia dei ‘nuovisti’ e il cupore dei nostalgici”.

E’ facile ribattere che proprio la testata per cui scrive Serra si è contraddistinta nell’ultimo anno per annunciare un giorno sì e l’altro pure la morte delle sale, con tanto di titoli “funesti” infilati a forza ad articoli molto meno apocalittici. Per non parlare di quell’esperto di Repubblica che per anni ha detto che il cinema in sala era destinato alla morte e che i film sarebbero stati tutti in 3D (su questo, forse, ci sta ripensando). Aggiungiamo anche che mettere assieme il discorso sui giornali di carta (ovviamente destinati prima o poi a sparire, visto che compendono tanti costi inutili e che con il digitale si possono evitare) con i cinema (che permettono una visione comunque unica) mi sembra poco convincente. Continua Serra:

“Forse si sta sottovalutando il vero e proprio ‘effetto rinculo’ che l’uso monocratico dei computer può innescare: dalla voglia di uscire di casa, se non altro per respirare un po’ d’aria, a quella di condividere con altre persone, e dunque su scala più larga, lo stesso spettacolo, la stessa fonte di emozione o di apprendimento. Si va ai cinema o si entra in una libreria anche per sentirsi parte di una comunità. Sono molto più ‘social’ alcune vecchie e antiquate forme di comunicazione rispetto al palinsesto solitario, vagamente autistico, della persona sola con il suo video tascabile”.

Mi chiedo se anche il settantenne che al bar di legge il suo giornale di carta tutto solo potrebbe essere considerato “vagamente autistico”, ma evidentemente quella è un’attività meritoria. Poi, sul fatto che la gente vada nei cinema per ‘socializzare’ con degli sconosciuti, temo di avere qualche dubbio. Ovviamente, inutile dire che il discorso di fondo (vedere un film in sala è il bene, anche quando la sala fa schifo; vederlo a casa, anche con un ottimo sistema home theater, è il male) non mi piace.

Il discorso di Carruba è molto più condivisibile, visto che non propone l’ottimismo di Serra. Due punti però mi lasciano perplesso. “Non si può nemmeno pretendere, però, che il pubblico vada a vedere film solo impegnativi; o che non cerchi alternative più economiche alle sale”. Possibile che sul Sole 24 ore si parli delle sale come di un divertimento non economico? Con un prezzo medio del biglietto che nel 2013 è sceso a 6,08 euro? E poi questo punto:

“e la vitalità delle sale, il cui declino sta desertificando il paesaggio serale dei centri storici, grandi e piccoli, con gravi conseguenze anche sul loro tessuto sociale. Un processo, quest’ultimo, che rischia di essere accelerato dalla digitalizzazione delle sale, che ne metterà definitivamente fuori gioco molte, impossibilitate ad affrontare i costi di trasformazione”.

Francamente, anche qui mi sembra strano leggere su un quotidiano economico una preoccupazione su sale che, se sono “impossibilitate ad affrontare i costi di trasformazione”, è perché ormai sono più un hobby dei gestori che delle aziende che si possono reggere sulle proprie gambe, visto che di opportunità (contributi pubblici e offerte private per rateizzare i costi di digitalizzazione) ce ne sono tante. Insomma, mi sembra che entrambi i giornalisti (soprattutto Serra) parlino un po’ più per ideologie che secondo dei dati reali…


Successi italiani: le novità

Come è cambiato il panorama dei film italiani di successo tra il 2012 e il 2013? Questi sono stati i maggiori incassi dell’anno appena trascorso:

Sole a catinelle 51,8 milioni
Il principe abusivo 14,3 milioni
La migliore offerta 9,3 milioni
Colpi di fortuna 9 milioni (10,9 milioni complessivi)
Benvenuto presidente! 8,5 milioni
Un fantastico via vai 7,6 milioni (9 milioni totali)
La grande bellezza 6,7 milioni
Indovina chi viene a Natale? 6,3 milioni (7,7 milioni complessivi)
Mai stati uniti 5,5 milioni
Fuga di cervelli 5,1 milioni

Ovviamente, per quanto riguarda i cinepanettoni, il dato al 31 dicembre 2013 non è quello totale (e per questo, tra parentesi, ho indicato quanto hanno incassato complessivamente).

Questo era invece il 2012:

Benvenuti al nord 27,1 milioni
Immaturi – il viaggio 11,8 milioni
Posti in piedi in paradiso 9,3 milioni
Colpi di fulmine 8,1 milioni (10 milioni totali)
Il peggior natale della mia vita 7,8 milioni
Tutto tutto niente niente 7,6 milioni (8,5 milioni complessivi)
I 2 soliti idioti 7,3 milioni (8,7 milioni totali)
Com’è bello far l’amore 6,8 milioni
Viva l’Italia 5,3 milioni
Venuto al mondo 4,9 milioni

Anche qui tra parentesi i dati totali per i cinepanettoni. Cosa possiamo dedurne? E’ evidente l’aumento (vicinissimo al 30%) degli incassi in top ten. Sì, vince la commedia, ma un po’ meno del passato. Infatti, se nel 2012 l’unico film ‘serio’ a entrare nella top ten è stato quello di Castellitto (e al decimo posto), nel 2013 la pellicola di Tornatore è terza e quella di Sorrentino settima, con un incasso totale più che triplo rispetto a Venuto al mondo. Sono segnali positivi, anche se certo rispetto alla Francia la varietà di generi e di successi è ben inferiore.

Un altro dato interessante è che, a parte il fenomeno Checco Zalone, gli incassi dei titoli nella top ten sono sostanzialmente identici prendendo in considerazione le stesse posizioni (per esempio, i sesti posti ottengono entrambi 7,6 milioni). D’altronde, la somma degli incassi per le posizioni 2-10 nel 2013 è di 72,3 milioni, l’anno prima era stata 68,9 milioni. Insomma, leggero aumento, che conferma (inserendo anche il discorso Zalone) per l’ennesima volta come il pubblico si concentri su un numero ristretto di titoli, ma che quest’anno non ha raccolto tanto in più (e, come detto, non solo con commedie).

E per quanto riguarda le distribuzioni? Nel 2013 la top ten era così divisa: 4 titoli Medusa, 4 della 01, 1 Filmauro/Universal e 1 Warner. Nel 2012, 5 film Medusa, 2 della 01, 2 Filmauro e 1 della Warner. Noterei due aspetti importanti. La Medusa ha raccolto 69,9 milioni dai suoi titoli nella top ten del 2013, l’anno prima erano 57,9 milioni. Se però dai calcoli togliamo Zalone, si capisce come nel 2012 ci fossero tanti titoli Medusa che hanno ottenuto risultati importanti e che nel 2013 sono venuti un po’ meno (anche per la presenza del colosso, s’intende). Ma il dato più importante è l’ascesa (che era già chiarissima nel primo trimestre 2013) di 01, sia come numero di titoli che ovviamente di incassi complessivi. Nel 2012, 12,9 milioni dai due film in top ten (e miglior risultato il sesto posto di Albanese), nel 2013 35,9 milioni dai quattro titoli (con secondo e quinto posto conquistati). La tendenza chiara? Considerando l’ottimo dato di Tornatore e il fantastico incasso di Un boss in salotto (che chiuderà sopra i 12 milioni e ovviamente non è compreso in questi dati), è chiaro che la Warner non ci sta a fare il comprimario, anche per quanto riguarda il cinema italiano. Una buona notizia per tutti…


La top ten del 2013 – seconda parte

Ecco la seconda parte della top ten del 2013, la prima potete trovarla qui:

5 – No
Rimane il dubbio: ha vinto la democrazia o ha vinto il marketing? Forse il film più meravigliosamente ambiguo visto nel 2013, a cui aggiunge un’ulteriore nota interessante la vicenda privata di Pablo Larrain (la madre era un’importante esponente del regime di Pinochet), tanto che in Cile non sono mancate le polemiche. La storia di come un referendum ha posto fine a una delle più odiose dittature moderne è anche uno dei punti di vista più originale dell’anno. Ed è proprio difficile non innamorarsene se ti occupi di marketing. Ma anche semplicemente se ti piace il buon cinema…

4- Prisoners
Siamo messi male (malissimo) se un regista acclamato per La donna che canta va a Hollywood, prende alcune star e tira fuori un film che non solo sembra uscito dagli anni settanta, ma forse è anche più coraggioso di tanti prodotti di ‘conformismo-ribelle’ di quel periodo. Un film che ha il coraggio di mettere in discussione non solo la struttura del racconto, ma anche tutte le nostre idee e opinioni sociali. 82% di pareri positivi su Rotten Tomatoes? E l’altro 18%? Ma per piacere…

3- Her
Una delle cose che si criticano spesso a Spike Jonze è di non avere terzi atti degni del valore altissimo dei primi due atti dei suoi lavori. Concordo. O meglio, concordavo fino a Her. Che è perfetto dall’inizio alla fine. Coraggioso, non solo per la capacità di mostrare in maniera visivamente meravigliosa un presente tecnologico che è già qui, ma soprattutto per credere fermamente a quello che racconta, non importa quanto possa sembrare assurdo. E la capacità straordinaria di mostrare attori che conosciamo bene in una luce sempre diversa. Come Scarlett Johansson (per ovvie ragioni), ma soprattutto Amy Adams, che avrebbe meritato per questo film i riconoscimenti che ha ottenuto per American Hustle…

2- Laurence Anyways/Tom à la ferme
Non ho nessun dubbio che Xavier Dolan sia stata la maggiore scoperta che ho fatto (in ritardo, ma meglio tardi che mai) nel 2013. Tom à la ferme è il film presentato in concorso a Venezia, che ha poco a che fare con le sue precedenti opere e questo è un motivo in più per amarlo, visto che per fortuna non si ripete. Ma Llorence Anyways (passato a Cannes nel 2012) è assolutamente folgorante. La storia di un uomo che cambia sesso poteva facilmente scivolare nel melodrammatico o, ancora peggio, nel ridicolo involontario. Con una maturità narrativa che farebbe pensare a un autore almeno quarantenne e alcune delle immagini più belle dell’anno (di solito, anche grazie a canzoni pop anni ottanta semplicemente perfette), è il secondo film che mi ha stupito maggiormente nel 2013. Capolavoro assoluto, anche se non per tutti i gusti…

1 – The Act of Killing
Se vi chiedevate qual è il primo film che mi ha stupito maggiormente nel 2013, il dubbio è facile da risolvere. Non ho molto da aggiungere alla mia rece di qualche mese fa. Se non che, per il secondo anno consecutivo (nel 2012 era stato Holy Motors) ritengo che la distanza tra il mio film preferito e tutto il resto sia molto ampia. E, dopo l’escusione di Stories We Tell dalla cinquina che si contenderà l’Oscar (nooooooo!) per il miglior documentario, spero proprio che l’Academy non faccia scherzi…