Cose realmente importanti…

Lavoriamo un po’ di fantasia. Immaginiamo che Carlo Verdone quest’anno a Venezia fosse stato presidente di giuria e non un semplice componente della stessa. Immaginiamo anche che l’unico premio uscito per i film italiani fosse quello destinato al miglior giovane attore, ossia uno dei meno importanti. Facile prevedere che Verdone (o chi per lui) sarebbe stato considerato un traditore del cinema italiano, con polemiche infinite sui mass media.

Eppure, è quello che è successo quest’anno con la Francia e il presidente di giuria Alexandre Desplat, che ha portato al suo Paese solo il premio per Romain Paul. La differenza? Che sui quotidiani francesi nessuno si è scandalizzato e ha proposto petizioni per il ritiro del suo passaporto. Sarà frutto di una cultura diversa, che giudica i risultati del cinema francese in un’ottica più generale e non solo legata ai Festival?

P.S.
Si parla tanto di invasione culturale americana nei nostri cinema. Ma che dire dell’invasione francese del Festival di Venezia di quest’anno, peraltro con prodotti sinceramente deludenti (preciso solo che non ho visto il film di Cantet premiato alle Giornate degli autori)? Talmente forti che ‘impongono’ anche i loro prodotti di seconda fila (talvolta, anche terza) nel nostro principale Festival. Ne vogliamo parlare?


Due pesi, due misure

Qual è il criterio migliore per giudicare i film? Personalmente, credo che la soggettività abbia un ruolo fondamentale e quindi non mi scandalizzo per dei giudizi forti, visto che sono il primo ad aver espresso opinioni in contrasto con la maggioranza su tanti film importanti nelle mie precedenti vesti professionali. Credo però che spesso ci siano dei pregiudizi forti e discutibili di carattere ideologico-geografico.

Prendiamo due film che parlano di adolescenti come Colpa delle stelle e Le dernier coup de marteau, il primo grande successo internazionale a sorpresa, il secondo una pellicola francese apprezzata a Venezia quest’anno. ATTENZIONE: seguono spoiler pesanti su entrambi i film, se non li avete visti e non volete rovinarvi le rispettive visioni, non continuate a leggere.

Colpa delle stelle. Ci sono sicuramente degli espedienti discutibili (soprattutto l’applauso nel museo di Anna Frank, molto sgradevole), ma nulla che non rientri nella casistica dei melodrammi. I protagonisti stanno male, molto male. Uno di loro muore, l’altra ha i giorni contati. Il coprotagonista diventa cieco e la sua ragazza (che gli aveva giurato eterno amore) lo lascia. Uno scrittore famoso è ormai diventato un ubriacone inacidito, dopo la morte della giovane figlia. I genitori dei ragazzi vivono un’esistenza infernale. Questa è la situazione dei personaggi del film che molti quotidianisti considerano furbetto (trattandolo con sufficienza enorme) e che invece mostra brutalmente che si può morire giovani, dopo aver sofferto tanto, e al massimo avere qualche giorno di felicità nella propria vita. Non esattamente un messaggio da poco, in una Hollywood ormai sempre più impegnata con supereroi e storie superficiali.

Che accade invece ne Le dernier coup de marteau, apprezzato da molti a Venezia? Per quasi tutto il film, vediamo un ragazzo (giustamente) incazzato con il mondo e vittima di una situazione familiare di grande disagio (economico e morale). Ma, negli ultimi venti minuti, questo giovane che non si allena minimamente, supera un importante provino di calcio, in cui peraltro lo vediamo svogliato per la maggior parte del tempo, tanto che l’azione fondamentale per farsi apprezzare deriva dal fatto che non corre. Poi riallaccia un rapporto importante con il padre, che non lo aveva mai riconosciuto, e che invece adesso decide di passare tanto tempo con lui, arrivando a invitarlo assieme alla madre al concerto e poi a seguirli in un’altra città. Un finale così ottimista che, fosse stato fatto da una major hollywoodiana, sarebbe stato stroncato ed etichettato come zuccheroso e inverosimile, ma che invece non ha minimamente scosso tanti recensori al Lido, che anzi hanno apprezzato.

Riassumendo, un film americano in cui il protagonista maschile muore in maniera scioccante dopo aver subito l’amputazione di una gamba (mostrata coraggiosamente in una scena che qualcuno ha trovato ridicola, vabbeh) e in cui, anche se non la vediamo sullo schermo, la protagonista non durerà molto di più, è trattato con evidente disprezzo. Un film francese in cui, dopo 70 minuti ultrapessimisti, arriva un happy ending incredibile, viene invece accolto con grande rispetto. Più che i film veri e propri, sembrano contare i passaporti. E i pregiudizi


Gli esami non finiscono mai

Perché il cinema italiano è sempre sotto esame? E’ una domanda che mi piace fare in questo momento, quando al Lido i tre film italiani in concorso hanno ottenuto molti consensi, nazionali ed esteri (no, quest’ultimi stavolta erano sostanzialmente veritieri e non frutto di bravissimi uffici stampa). Per chi se lo chiedesse, mi è piaciuto Anime nere, mentre per impegni professionali non ho praticamente visto gli altri due titoli (dico praticamente, perché sono riuscito a vedere i primi 25 minuti, sorprendenti e apprezzabili, di Hungry Hearts).

Ecco, tornando alla domanda iniziale, perché il cinema italiano è sempre sotto esame? Perché si discute se è in salute o meno ogni tre mesi, come se un campo così complesso potesse mutare da un giorno all’altro e per motivi spesso superficiali e/o legati a come vanno singoli titoli, che certo non possono rappresentare efficacemente una produzione variegata di circa 160 film all’anno?

Ma la domanda che mi preme di più è: perché lo stato di salute del cinema italiano dipende solo ed esclusivamente dai premi, che siano gli Oscar o i maggiori festival del mondo? O, al massimo, dagli incassi italiani, peraltro non sempre letti con la dovuta attenzione (per la cronaca, per certi versi la situazione è anche peggio di quanto raccontata da alcuni apocalittici, ma ne riparleremo)? Perché invece non si hanno dati più certi su quanto incassa il cinema italiano all’estero o qual è la sua quota di mercato nei principali (cinematograficamente parlando) Paesi? O quanto stiamo uscendo (e con quali risultati) nelle nazioni emergenti del BRIC? Ecco, questo è un tema che mi interesserebbe approfondire. Quindi, please, dateci strumenti  efficaci. E iniziamo il dibattito


Un’attenzione pericolosa

C’è una cosa che, quando torno da Venezia, mi lascia sempre molto perplesso. Quest’anno più delle altre volte, forse perché è cambiato il mio lavoro.

La questione è semplice. Nell’ultimo weekend sono usciti titoli importanti nelle sale, come Tutta colpa delle stelle (un successone), I mercenari 3 (bene considerando il ‘problemuccio’ che ha avuto il mese scorso) e le Winx (sopra i 700k nei quattro giorni). Ma di tutto questo non c’era praticamente traccia sui quotidiani italiani, che dedicavano il loro spazio soltanto ai film veneziani, buona parte dei quali non avranno un’uscita nelle sale. Posso immaginare che il prossimo giovedì diversi titoli verranno recuperati nelle recensioni, ma certo non si è comunicato ai propri lettori nel momento più opportuno i titoli che interessavano loro maggiormente. Intanto, come capita a tutti quelli che hanno film ai festival, capiterà di sentirsi dire, al momento dell’uscita (ossia quello fondamentale) che del film se ne è già parlato e quindi non uscirà nulla. Insomma, questa strategia non è l’ideale per nessuno (se non a chi ha un brutto film commerciale e fa volentieri a meno delle recensioni).

Ora, dal mio punto di vista strettamente personale e legato ai film su cui lavoro, mi potrebbe andare bene che si parli così tanto di cinema d’autore e molto meno di blockbuster. Ma non credo sia la strada giusta.

Tanto per capirci, non sto virando sulla solita demagogia, che vorrebbe che la critica che disprezza i gusti del pubblico cambiasse rotta. I critici hanno tutto il diritto di stroncare quello che vogliono e, in questo senso, di cinema commerciale da massacrare giustamente ne abbiamo tanto. Ma decidere che film di grande appeal per il pubblico non meritino uno spazio sui giornali, è a mio avviso la scelta sbagliata.

In effetti, quanto si può pensare che si possa trascurare in maniera così plateale il cinema che il pubblico va a vedere, senza che si finisca nella totale irrilevanza? La mia paura è che, a forza di parlare così tanto del cinema da festival quando ci sono Venezia o Cannes, si finirà per generare una reazione opposta da parte degli editori di quei giornali, che a un certo punto si stuferanno di spendere per mandare i giornalisti al Lido (non proprio il luogo più economico del pianeta). E, a quel punto, si passerà da un eccesso di attenzione verso gli autori a una cronica mancanza di spazi, non solo nel periodo del Lido. Vogliamo scommettere?

 


Il tempo dell’autore

Anche se può sembrare strano, avevo iniziato a scrivere questo articolo ben prima dell’annuncio del vincitore di Locarno, il film di Lav Diaz che dura più di 5 ore (338′, per la precisione). E sì, lo so, non è politically correct dirlo. Ma c’è una maniera fondamentale per far sì che certo cinema d’autore abbia una possibilità di sopravvivere e non diventare solo una serie di prodotti da Festival (che poi il pubblico in sala non vede) o dei lavori innocui perfetti per il Sundance (non tutti, ma molti che passano a quella manifestazione rispettano questa caratteristica).

Tutto questo è riassumibile in una parola sola: “durata”. E’ la differenza tra un prodotto difficile che però è di 85’ e un altro (ugualmente difficile) che ne dura 160’. Per carità, ci sono esempi di film che funzionano bene anche sul ‘lungo’ (un esempio: C’era una volta in Anatolia), ma per lo più le lungaggini che si prendono certi registi (e che gli consentono di prendere certi produttori senza spina dorsale) sono eccessive.

Un film più lungo è un prodotto che ha difficoltà di programmazione (meno spettacoli quotidiani) e soprattutto che rende la vita difficile all’appassionato, che magari non ha tre ore da dedicargli, soprattutto in un giorno feriale. Certo, è un discorso scandaloso per tanti critici che passerebbero tutta la giornata a vedere film, ma si tratta semplicemente di non rendere la visione impossibile a un pubblico d’essai che sta già diventando (anche per questi motivi) sempre più ridotto, almeno per quanto riguarda la frequentazione in sala. Certo, fa più fico difendere sempre la libertà espressiva dell’artista. Ma qualcuno al lato economico ci deve pensare, altimenti il cinema d’autore dovrà chiedere presto aiuto al WWF…


Libertà di parola? Per chi?

La polemica Polanski a Locarno è interessante, ma forse non per i motivi che si potrebbe pensare. I media (almeno quelli italiani) sono unanimi: è una vergogna che il regista non abbia potuto parlare.

Su questo concordo: la libertà di espressione deve valere anche per i condannati, quindi non ci sarebbe nulla di male che Polanski (che condannato tecnicamente non è, se non moralmente) si esprima come e dove vuole, anche se è fuggito dalla giustizia americana (cosa che in sé è molto discutibile, ma non ha nulla a che fare con il diritto di parlare in pubblico).

Tutto giusto, tutto semplice? Mica tanto. Locarno non è per caso il Festival dove l’anno scorso Pippo Delbono ha presentato il suo ultimo film, Sangue, venendo moralmente linciato per aver fatto parlare un terrorista tutt’altro che pentito e aver filmato la morte della madre? Tutte cose molto discutibili e che non mi piacciono, ma se qualcuno avesse il tempo di controllare, non mi stupirei che giornalisti che oggi difendono la libertà di espressione di Polanski sostenessero a suo tempo che Locarno non doveva invitare Sangue.

E quanti altri artisti dicono cose poco politically correct e a quel punto vengono sottoposti a petizioni e boicottaggi? Qual è la differenza con i politici e le associazioni svizzere che hanno attaccato Polanski? C’è un boicottaggio contro la libertà di espressione giusto e uno sbagliato?

Ma facciamo solo un esempio recente e poco legato al mondo dell’arte: Francesco Schettino. La notizia che abbia fatto “lezione all’università” ha scandalizzato tutto il nostro mondo della comunicazione, ufficiale e social. Lasciamo perdere che la realtà era decisamente diversa: anche fosse andato a parlare all’università di quello che era successo, perché una persona che non ha subito neanche un grado di giudizio (e quindi, innocente fino a prova contraria) non dovrebbe farlo? Non è la persona migliore per raccontare quello che è successo la notte dell’incidente, anche considerando che aveva di fronte un pubblico di persone adulte e vaccinate?

Insomma, siamo proprio sicuri che sia sempre una questione di libertà di parola? O che ci siano Artisti che possono dire e fare quasi tutto e artisti che invece è ‘meglio’ che stiano zitti? Insomma, sono tutti uguali, ma qualcuno è più uguale degli altri…


Paolo, vogliamo le parolacce…

Ho recuperato solo la settimana scorsa Fuga di cervelli di Paolo Ruffini, forse il film italiano più massacrato degli ultimi anni. Giudizio critico che non è certo campato in aria. Regia molto scolastica (anche se, a dire il vero, non peggiore di tanti altri attori-registi magari arrivati al decimo film), situazioni improbabili e da ‘comicità facile’ e alcune cose riprese dal peggio dei cinepanettoni (personaggi femminili pressoché inesistenti e doppiati in maniera imbarazzante, tanto per fare un esempio).

Eppure, mi sento di difendere con forza almeno l’operazione commerciale. Non solo perché il film ha incassato più di cinque milioni di euro, ma per essere uno dei pochissimi esempi di comicità scorretta e  che se ne frega coraggiosamente del politically correct, oltre ad aver preso un cast di attori usciti da Internet, trovando in maniera naturale il modo di parlare un linguaggio giovanile. Perché, come insisto a dire da anni (con poco successo), ogni nazione ha la sua produzione di commedie ‘beceri’ e volgari, solo che da noi ogni volta il comico di turno se ne deve vergognare, come se avesse commesso un crimine contro l’umanità, e soprattutto si deve ‘pentire’ dei suoi ‘misfatti cafoni’.

Per questo, sono rimasto dispiaciuto quando ho letto, un mese fa, un’intervista di Gloria Satta del Messaggero a Paolo Ruffini, in cui, parlando del suo nuovo film Tutto molto bello,  lo descriveva così:

“Ho avuto come punto di riferimento il cinema disneyano. [...] Ho scritto una commedia per tutti, pulita ed edificante. Niente a che fare con l’umorismo scanzonato e scorretto del mio primo film. Fuga di cervelli era uno scherzo da battaglione, questa volta invece ho calcato la mano sui buoni sentimenti: avevo voglia di far felice il pubblico”.

Ad aumentare la mia preoccupazione, la premessa della Satta, che ne parla come “un film per famiglie che racconta una storia edificante di amicizia e buoni sentimenti e, soprattutto, non contiene momenti grevi e tantomeno parolacce”.

Che palle, non sia mai che ci siano le parolacce… Insomma, ancora una volta ha vinto il politically correct? E’ l’ennesima occasione in cui bisogna fare la commedia carina e inoffensiva? Speriamo proprio di no. Perché anche noi abbiamo bisogno di avere gli Adam Sandler de noantri. E, anche senza arrivare alle vette di Zohan, Ruffini poteva aspirare a diventarlo…


Welcome to New York, tra leggenda e realtà

No, non mi riferisco alle minacce di querela da parte di DSK e signora e alla storia raccontata dal film, ma a questo articolo di Variety, vecchio di quasi due mesi, ma ancora utile per affrontare l’argomento ‘distribuzione alternativa’ (peraltro, non mi pare siano usciti dati più recenti, correggetemi se sbaglio). In breve, si parla del successo in VOD di Welcome to New York di Abel Ferrara, che ha fatto molto parlare di sé alla sua presentazione (fuori Festival) a Cannes e per la distribuzione limitata al web. Il tutto, con un tono entusiasta dell’articolo ripreso da molti commentatori sul Web.

Vediamo di approfondire. Si parla di oltre 100.000 visioni in 8 giorni. Ovviamente, ci dobbiamo fidare di un dato non verificabile, ma prendiamolo per buono. Il prezzo al pubblico è 6,99 euro, quindi un ‘incasso’ di 699.000 euro. Questo è il dato complessivo, ma se togliamo le tasse e la percentuale delle piattaforme, difficile pensare che a Wild Bunch siano arrivati più di 400.000 euro. Considerando che, nell’articolo stesso, si parla di una spesa promozionale di un milione di euro e che da nessuna parte si citano le spese per il film, mi sfugge come si possa parlare (almeno al momento) di successo.

Ma la mia perplessità è più generale. L’articolo fa presente che non è stata violata la legge francese, visto che il film non è stato venduto alle televisioni. A me viene da pensare: niente sfruttamento in sala, niente sfruttamento televisivo, di home video classico a queste condizioni non mi sembra neanche il caso di parlarne. Insomma, le visioni in VOD dovrebbero rappresentare tutta la storia economica del film in Francia (peraltro, non è chiaro se per 100.000 visioni si parla solo di Francia o di tutti i Paesi in cui è uscito, Italia compresa) e quindi fare paragoni (come tanti commentatori pigri/con i paraocchi) del tipo “il film X ha incassato Y in VOD, quel blockbuster ha fatto Z al cinema, quindi il film X è un successo” è assurdo, visto che in un caso lo sfruttamento possibile è limitato al solo web.

Il problema, a scanso di equivoci, non è certo il film (che sta ottenendo un risultato interessante) o Maraval. Più semplicemente, il problema è che al momento vivere di solo Internet è molto difficile per un film (negli Stati Uniti va sicuramente meglio che in Europa). E il titolo di Ferrara, più che rappresentare una rivoluzione, mi sembra un campanello d’allarme. Almeno per chi, tra i presunti esperti, vuole ascoltarlo…


Punti di vista

A tutti voi che vi lamentate che il cinema italiano è in crisi e non lo va a vedere nessuno, oggi vi parlo della Spagna. Quel Paese in cui, come riporta Cinenotes:

Il ministro spagnolo di Istruzione, Cultura e Sport, José Ignacio Wert, ha affermato che la quota di mercato del cinema nazionale quest’anno sarà “eccezionalmente alta” e ha profetizzato che sarà la più alta da quando viene rilevata. “Il cinema spagnolo continua a mietere successi”.

Tutto bene? I nostri colleghi spagnoli hanno trovato la perfetta quadratura del cerchio? Insomma… Quando Wert parla dei continui successi, in realtà si riferisce a un unico, straordinario fenomeno, la commedia Ochos apellidos vascos, che ha superato i 9 milioni di spettatori, per un incasso di 74 milioni di dollari (per avere un’idea, il secondo maggior successo del 2014 ai botteghini iberici, The Wolf of Wall Street, ne ha ottenuti 16).

E il resto? Il resto, commercialmente parlando, non c’è. Nel 2014, a parte lo straordinario caso citato, il primo titolo spagnolo è Pancho, el perro millonario, al 24° tra i maggiori incassi dell’anno con 2,7 milioni di dollari. E non parliamo del 2013. Lo scorso anno, infatti, Tres bodas de más è stato il maggior incasso del cinema spagnolo con 8,5 milioni di dollari, ma anche (incredibile ma vero) l’unico titolo iberico a essere presente nei primi trenta maggiori incassi, per la precisione (solo) al ventiduesimo posto. Bella differenza rispetto al 2012, quando The Impossible (film spagnolo, anche se aiutato dalla presenza di due star internazionali) capitanava al primo posto assoluto una ‘squadra’ di titoli autoctoni che vedeva tre presenze tra i primi nove successi di quell’anno.

Tanto per capirci, nel 2014 il cinema italiano vede tre titoli tra i primi sei maggiori incassi (più preoccupante che, spingendoci più in basso, siano solo 4 su 20). Il 2013 è stato visto da molti come l’anno che Zalone avrebbe ‘salvato’ da solo. Certo, i 51,8 milioni Cinetel (sostanzialmente, il corrispettivo di Ochos apellidos vascos) hanno dato una mano a tutto il comparto, ma il nostro cinema occupa in tutto sette posizioni delle prime 20.

Insomma, una dimostrazione che il cinema italiano ha un rapporto con il pubblico ancora solido e anche variegato (i casi La grande bellezza, La migliore offerta e Il capitale umano dimostrano che non si vive di sola commedia). D’altronde, la quota del cinema italiano quest’anno (come risulta alla settimana scorsa) è del 24,18% di presenze, rispetto a un 24,11% nell’analogo periodo dell’anno scorso (poi, grazie a Zalone, siamo schizzati sopra al 30%). Insomma, come sempre, crisis? What crisis?


Comici in esclusiva

Qualche giorno fa, riflettendo sulla partecipazione di Christian De Sica al nuovo film di Luca Miniero, pensavo al fatto che mediaticamente questa rivoluzione (ossia, il comico di maggiore successo degli ultimi trent’anni che abbandona definitivamente il suo cavallo di battaglia) non ha avuto l’attenzione che ci si potrebbe aspettare. Mi sono detto che sono ormai 4-5 anni che la stampa ha dato (a torto) per morto il cinepanettone e quindi non ha trovato nulla di nuovo da dire.

Un’altra riflessione (forse più interessante) è invece su come i comici in Italia sembrino quasi ‘bloccati’ nella loro carriera e De Sica non fa(ceva) certo eccezione. Se vediamo i suoi film di questo millennio, sono quasi tutti cinepanettoni (a parte sporadiche avventure televisive), almeno fino a quando il giocattolo non si è rotto e ha iniziato a preparare il ‘divorzio’ da questo genere. Ma se prendiamo alcuni dei volti più popolari del nostro cinema negli ultimi 35 anni il discorso non cambia. Leonardo Pieraccioni, Roberto Benigni e adesso il fenomeno Checco Zalone partecipano soltanto ai loro progetti (che siano anche diretti o meno, poco importa) e non hanno nessun interesse a cercare altre avventure produttive per variare i loro impegni. Magari Benigni può anche lavorare con altri, ma sono chiaramente titoli esteri molto ambiziosi/ben pagati (il Woody Allen romano o un kolossal come Asterix e Obelix contro Cesare).

Prendiamo invece l’emblema del comico americano degli ultimi vent’anni, Adam Sandler. Tra tante commedie grossolane, qualcuna migliore qualcuna peggiore, il tempo di fare progetti autoriali lo ha trovato, titoli come Ubriaco d’amore e Reign Over Me, che certo non avrebbero potuto aumentare il suo conto in banca. E non parliamo del coraggio di Jim Carrey nel lavorare a film come The Truman Show, Man on the Moon, The Majestic o Se mi lasci ti cancello negli anni più fortunati (commercialmente parlando) della sua carriera. Anche uno come Tyler Perry, forse l’autore delle commedie più massacrate dalla critica USA, sarà al lavoro con David Fincher e Ben Affleck ne L’amore bugiardo – Gone Girl.

In questo senso, va apprezzata molto la scelta di Carlo Verdone di mettersi in gioco, accettando un ruolo decisamente diverso dal solito ne La grande bellezza, strada che sarebbe interessante veder seguire anche ad altri. Ora, non è tanto in discussione la volontà dei produttori di proteggere i loro cavalli di razza, né quella di certi attori di prendere lauti compensi in cambio della loro parsimonia in termini di ruoli accettati. Ma nulla mi toglie dalla testa che si tratti di una condizione che toglie qualcosa al mondo del cinema italiano, sia in termini economici che artistici…