Il tempo dell’autore

Anche se può sembrare strano, avevo iniziato a scrivere questo articolo ben prima dell’annuncio del vincitore di Locarno, il film di Lav Diaz che dura più di 5 ore (338′, per la precisione). E sì, lo so, non è politically correct dirlo. Ma c’è una maniera fondamentale per far sì che certo cinema d’autore abbia una possibilità di sopravvivere e non diventare solo una serie di prodotti da Festival (che poi il pubblico in sala non vede) o dei lavori innocui perfetti per il Sundance (non tutti, ma molti che passano a quella manifestazione rispettano questa caratteristica).

Tutto questo è riassumibile in una parola sola: “durata”. E’ la differenza tra un prodotto difficile che però è di 85’ e un altro (ugualmente difficile) che ne dura 160’. Per carità, ci sono esempi di film che funzionano bene anche sul ‘lungo’ (un esempio: C’era una volta in Anatolia), ma per lo più le lungaggini che si prendono certi registi (e che gli consentono di prendere certi produttori senza spina dorsale) sono eccessive.

Un film più lungo è un prodotto che ha difficoltà di programmazione (meno spettacoli quotidiani) e soprattutto che rende la vita difficile all’appassionato, che magari non ha tre ore da dedicargli, soprattutto in un giorno feriale. Certo, è un discorso scandaloso per tanti critici che passerebbero tutta la giornata a vedere film, ma si tratta semplicemente di non rendere la visione impossibile a un pubblico d’essai che sta già diventando (anche per questi motivi) sempre più ridotto, almeno per quanto riguarda la frequentazione in sala. Certo, fa più fico difendere sempre la libertà espressiva dell’artista. Ma qualcuno al lato economico ci deve pensare, altimenti il cinema d’autore dovrà chiedere presto aiuto al WWF…


Libertà di parola? Per chi?

La polemica Polanski a Locarno è interessante, ma forse non per i motivi che si potrebbe pensare. I media (almeno quelli italiani) sono unanimi: è una vergogna che il regista non abbia potuto parlare.

Su questo concordo: la libertà di espressione deve valere anche per i condannati, quindi non ci sarebbe nulla di male che Polanski (che condannato tecnicamente non è, se non moralmente) si esprima come e dove vuole, anche se è fuggito dalla giustizia americana (cosa che in sé è molto discutibile, ma non ha nulla a che fare con il diritto di parlare in pubblico).

Tutto giusto, tutto semplice? Mica tanto. Locarno non è per caso il Festival dove l’anno scorso Pippo Delbono ha presentato il suo ultimo film, Sangue, venendo moralmente linciato per aver fatto parlare un terrorista tutt’altro che pentito e aver filmato la morte della madre? Tutte cose molto discutibili e che non mi piacciono, ma se qualcuno avesse il tempo di controllare, non mi stupirei che giornalisti che oggi difendono la libertà di espressione di Polanski sostenessero a suo tempo che Locarno non doveva invitare Sangue.

E quanti altri artisti dicono cose poco politically correct e a quel punto vengono sottoposti a petizioni e boicottaggi? Qual è la differenza con i politici e le associazioni svizzere che hanno attaccato Polanski? C’è un boicottaggio contro la libertà di espressione giusto e uno sbagliato?

Ma facciamo solo un esempio recente e poco legato al mondo dell’arte: Francesco Schettino. La notizia che abbia fatto “lezione all’università” ha scandalizzato tutto il nostro mondo della comunicazione, ufficiale e social. Lasciamo perdere che la realtà era decisamente diversa: anche fosse andato a parlare all’università di quello che era successo, perché una persona che non ha subito neanche un grado di giudizio (e quindi, innocente fino a prova contraria) non dovrebbe farlo? Non è la persona migliore per raccontare quello che è successo la notte dell’incidente, anche considerando che aveva di fronte un pubblico di persone adulte e vaccinate?

Insomma, siamo proprio sicuri che sia sempre una questione di libertà di parola? O che ci siano Artisti che possono dire e fare quasi tutto e artisti che invece è ‘meglio’ che stiano zitti? Insomma, sono tutti uguali, ma qualcuno è più uguale degli altri…


Paolo, vogliamo le parolacce…

Ho recuperato solo la settimana scorsa Fuga di cervelli di Paolo Ruffini, forse il film italiano più massacrato degli ultimi anni. Giudizio critico che non è certo campato in aria. Regia molto scolastica (anche se, a dire il vero, non peggiore di tanti altri attori-registi magari arrivati al decimo film), situazioni improbabili e da ‘comicità facile’ e alcune cose riprese dal peggio dei cinepanettoni (personaggi femminili pressoché inesistenti e doppiati in maniera imbarazzante, tanto per fare un esempio).

Eppure, mi sento di difendere con forza almeno l’operazione commerciale. Non solo perché il film ha incassato più di cinque milioni di euro, ma per essere uno dei pochissimi esempi di comicità scorretta e  che se ne frega coraggiosamente del politically correct, oltre ad aver preso un cast di attori usciti da Internet, trovando in maniera naturale il modo di parlare un linguaggio giovanile. Perché, come insisto a dire da anni (con poco successo), ogni nazione ha la sua produzione di commedie ‘beceri’ e volgari, solo che da noi ogni volta il comico di turno se ne deve vergognare, come se avesse commesso un crimine contro l’umanità, e soprattutto si deve ‘pentire’ dei suoi ‘misfatti cafoni’.

Per questo, sono rimasto dispiaciuto quando ho letto, un mese fa, un’intervista di Gloria Satta del Messaggero a Paolo Ruffini, in cui, parlando del suo nuovo film Tutto molto bello,  lo descriveva così:

“Ho avuto come punto di riferimento il cinema disneyano. [...] Ho scritto una commedia per tutti, pulita ed edificante. Niente a che fare con l’umorismo scanzonato e scorretto del mio primo film. Fuga di cervelli era uno scherzo da battaglione, questa volta invece ho calcato la mano sui buoni sentimenti: avevo voglia di far felice il pubblico”.

Ad aumentare la mia preoccupazione, la premessa della Satta, che ne parla come “un film per famiglie che racconta una storia edificante di amicizia e buoni sentimenti e, soprattutto, non contiene momenti grevi e tantomeno parolacce”.

Che palle, non sia mai che ci siano le parolacce… Insomma, ancora una volta ha vinto il politically correct? E’ l’ennesima occasione in cui bisogna fare la commedia carina e inoffensiva? Speriamo proprio di no. Perché anche noi abbiamo bisogno di avere gli Adam Sandler de noantri. E, anche senza arrivare alle vette di Zohan, Ruffini poteva aspirare a diventarlo…


Welcome to New York, tra leggenda e realtà

No, non mi riferisco alle minacce di querela da parte di DSK e signora e alla storia raccontata dal film, ma a questo articolo di Variety, vecchio di quasi due mesi, ma ancora utile per affrontare l’argomento ‘distribuzione alternativa’ (peraltro, non mi pare siano usciti dati più recenti, correggetemi se sbaglio). In breve, si parla del successo in VOD di Welcome to New York di Abel Ferrara, che ha fatto molto parlare di sé alla sua presentazione (fuori Festival) a Cannes e per la distribuzione limitata al web. Il tutto, con un tono entusiasta dell’articolo ripreso da molti commentatori sul Web.

Vediamo di approfondire. Si parla di oltre 100.000 visioni in 8 giorni. Ovviamente, ci dobbiamo fidare di un dato non verificabile, ma prendiamolo per buono. Il prezzo al pubblico è 6,99 euro, quindi un ‘incasso’ di 699.000 euro. Questo è il dato complessivo, ma se togliamo le tasse e la percentuale delle piattaforme, difficile pensare che a Wild Bunch siano arrivati più di 400.000 euro. Considerando che, nell’articolo stesso, si parla di una spesa promozionale di un milione di euro e che da nessuna parte si citano le spese per il film, mi sfugge come si possa parlare (almeno al momento) di successo.

Ma la mia perplessità è più generale. L’articolo fa presente che non è stata violata la legge francese, visto che il film non è stato venduto alle televisioni. A me viene da pensare: niente sfruttamento in sala, niente sfruttamento televisivo, di home video classico a queste condizioni non mi sembra neanche il caso di parlarne. Insomma, le visioni in VOD dovrebbero rappresentare tutta la storia economica del film in Francia (peraltro, non è chiaro se per 100.000 visioni si parla solo di Francia o di tutti i Paesi in cui è uscito, Italia compresa) e quindi fare paragoni (come tanti commentatori pigri/con i paraocchi) del tipo “il film X ha incassato Y in VOD, quel blockbuster ha fatto Z al cinema, quindi il film X è un successo” è assurdo, visto che in un caso lo sfruttamento possibile è limitato al solo web.

Il problema, a scanso di equivoci, non è certo il film (che sta ottenendo un risultato interessante) o Maraval. Più semplicemente, il problema è che al momento vivere di solo Internet è molto difficile per un film (negli Stati Uniti va sicuramente meglio che in Europa). E il titolo di Ferrara, più che rappresentare una rivoluzione, mi sembra un campanello d’allarme. Almeno per chi, tra i presunti esperti, vuole ascoltarlo…


Punti di vista

A tutti voi che vi lamentate che il cinema italiano è in crisi e non lo va a vedere nessuno, oggi vi parlo della Spagna. Quel Paese in cui, come riporta Cinenotes:

Il ministro spagnolo di Istruzione, Cultura e Sport, José Ignacio Wert, ha affermato che la quota di mercato del cinema nazionale quest’anno sarà “eccezionalmente alta” e ha profetizzato che sarà la più alta da quando viene rilevata. “Il cinema spagnolo continua a mietere successi”.

Tutto bene? I nostri colleghi spagnoli hanno trovato la perfetta quadratura del cerchio? Insomma… Quando Wert parla dei continui successi, in realtà si riferisce a un unico, straordinario fenomeno, la commedia Ochos apellidos vascos, che ha superato i 9 milioni di spettatori, per un incasso di 74 milioni di dollari (per avere un’idea, il secondo maggior successo del 2014 ai botteghini iberici, The Wolf of Wall Street, ne ha ottenuti 16).

E il resto? Il resto, commercialmente parlando, non c’è. Nel 2014, a parte lo straordinario caso citato, il primo titolo spagnolo è Pancho, el perro millonario, al 24° tra i maggiori incassi dell’anno con 2,7 milioni di dollari. E non parliamo del 2013. Lo scorso anno, infatti, Tres bodas de más è stato il maggior incasso del cinema spagnolo con 8,5 milioni di dollari, ma anche (incredibile ma vero) l’unico titolo iberico a essere presente nei primi trenta maggiori incassi, per la precisione (solo) al ventiduesimo posto. Bella differenza rispetto al 2012, quando The Impossible (film spagnolo, anche se aiutato dalla presenza di due star internazionali) capitanava al primo posto assoluto una ‘squadra’ di titoli autoctoni che vedeva tre presenze tra i primi nove successi di quell’anno.

Tanto per capirci, nel 2014 il cinema italiano vede tre titoli tra i primi sei maggiori incassi (più preoccupante che, spingendoci più in basso, siano solo 4 su 20). Il 2013 è stato visto da molti come l’anno che Zalone avrebbe ‘salvato’ da solo. Certo, i 51,8 milioni Cinetel (sostanzialmente, il corrispettivo di Ochos apellidos vascos) hanno dato una mano a tutto il comparto, ma il nostro cinema occupa in tutto sette posizioni delle prime 20.

Insomma, una dimostrazione che il cinema italiano ha un rapporto con il pubblico ancora solido e anche variegato (i casi La grande bellezza, La migliore offerta e Il capitale umano dimostrano che non si vive di sola commedia). D’altronde, la quota del cinema italiano quest’anno (come risulta alla settimana scorsa) è del 24,18% di presenze, rispetto a un 24,11% nell’analogo periodo dell’anno scorso (poi, grazie a Zalone, siamo schizzati sopra al 30%). Insomma, come sempre, crisis? What crisis?


Comici in esclusiva

Qualche giorno fa, riflettendo sulla partecipazione di Christian De Sica al nuovo film di Luca Miniero, pensavo al fatto che mediaticamente questa rivoluzione (ossia, il comico di maggiore successo degli ultimi trent’anni che abbandona definitivamente il suo cavallo di battaglia) non ha avuto l’attenzione che ci si potrebbe aspettare. Mi sono detto che sono ormai 4-5 anni che la stampa ha dato (a torto) per morto il cinepanettone e quindi non ha trovato nulla di nuovo da dire.

Un’altra riflessione (forse più interessante) è invece su come i comici in Italia sembrino quasi ‘bloccati’ nella loro carriera e De Sica non fa(ceva) certo eccezione. Se vediamo i suoi film di questo millennio, sono quasi tutti cinepanettoni (a parte sporadiche avventure televisive), almeno fino a quando il giocattolo non si è rotto e ha iniziato a preparare il ‘divorzio’ da questo genere. Ma se prendiamo alcuni dei volti più popolari del nostro cinema negli ultimi 35 anni il discorso non cambia. Leonardo Pieraccioni, Roberto Benigni e adesso il fenomeno Checco Zalone partecipano soltanto ai loro progetti (che siano anche diretti o meno, poco importa) e non hanno nessun interesse a cercare altre avventure produttive per variare i loro impegni. Magari Benigni può anche lavorare con altri, ma sono chiaramente titoli esteri molto ambiziosi/ben pagati (il Woody Allen romano o un kolossal come Asterix e Obelix contro Cesare).

Prendiamo invece l’emblema del comico americano degli ultimi vent’anni, Adam Sandler. Tra tante commedie grossolane, qualcuna migliore qualcuna peggiore, il tempo di fare progetti autoriali lo ha trovato, titoli come Ubriaco d’amore e Reign Over Me, che certo non avrebbero potuto aumentare il suo conto in banca. E non parliamo del coraggio di Jim Carrey nel lavorare a film come The Truman Show, Man on the Moon, The Majestic o Se mi lasci ti cancello negli anni più fortunati (commercialmente parlando) della sua carriera. Anche uno come Tyler Perry, forse l’autore delle commedie più massacrate dalla critica USA, sarà al lavoro con David Fincher e Ben Affleck ne L’amore bugiardo – Gone Girl.

In questo senso, va apprezzata molto la scelta di Carlo Verdone di mettersi in gioco, accettando un ruolo decisamente diverso dal solito ne La grande bellezza, strada che sarebbe interessante veder seguire anche ad altri. Ora, non è tanto in discussione la volontà dei produttori di proteggere i loro cavalli di razza, né quella di certi attori di prendere lauti compensi in cambio della loro parsimonia in termini di ruoli accettati. Ma nulla mi toglie dalla testa che si tratti di una condizione che toglie qualcosa al mondo del cinema italiano, sia in termini economici che artistici…


Non è un problema di blockbuster

Quando si affronta l’annoso (eterno) problema dell’estate cinematografica italiana, quasi sempre contrassegnata da una mancanza di offerte forti (soprattutto in anni pari, con mondiali di calcio o Olimpiadi), ci si concentra solo sui blockbuster, lamentando che non ne escono in numero sufficiente. La questione è discutibile, se vediamo alcuni dati dell’estate 2013, in cui le uscite forti erano state tante, ma non sempre premiate da risultati all’altezza delle aspettative. Tuttavia, vorrei concentrarmi su un altro problema: il cinema d’autore. Una volta terminato fine maggio (e quindi alcune uscite in contemporanea con il Festival di Cannes) bisogna aspettare inizio settembre (lì spesso collegate al Festival di Venezia) per ritrovare qualche titolo forte.

Eppure, non è così in Francia. Il 2 luglio, per esempio, sono arrivati I ponti di Sarajevo e soprattutto Jimmy’s Hall, ultima pellicola di Ken Loach presentata al Festival di Cannes. Sempre in quella data sono usciti Big Bad Wolves e Alla ricerca di Vivian Maier, il 9 sarà la volta di Viaggio sola, mentre il 23 luglio i nostri cugini transalpini potranno godersi due prodotti acclamati come The Raid 2 e Boyhood di Richard Linklater. E arriviamo alla data più sconvolgente, il 6 agosto con Ana Arabia, Detective Dee 2 e soprattutto il vincitore della Palma d’oro Winter Sleep. Ecco, ci pensate a una Palma d’oro che esce il 6 agosto?!?

Qui ovviamente non si discute delle scelte dei distributori italiani, che sarebbero dei folli a proporre pellicole vincitrici a Cannes in date estive simili a quelle francesi. Si mette però in evidenza che, mentre si può convincere il pubblico dei blockbuster a vedere Transformers a metà luglio, è impossibile fare lo stesso con gli spettatori che vogliono un cinema più adulto. Senza contare che, mentre un blockbuster che esce in 700 copie trova il suo pubblico anche in vacanza, un titolo d’autore che deve puntare soprattutto su Roma e Milano trova le città svuotate. Risultato, è sempre giusto auspicare delle programmazioni che devono essere forti tutto l’anno, ma poi per il cinema d’autore questo è impossibile…

P.S.
A vedere le uscite di blockbuster in Francia,  non è che l’estate sia molto più piena di titoloni rispetto all’Italia. A dimostrazione che la vera differenza è quella segnalata sopra…


Un produttore vero

Dall’intervista di Gael Golhen al produttore francese Marin Karmitz (che ha lavorato tra gli altri con Godard, Chabrol, Kieslowki, Kaurismaki) su Première di questo mese. Nessun bisogno di commentare, dichiarazioni semplicemente perfette e che dovrebbe studiare chiunque fa/vuole fare questo mestiere:

Siamo nel 1972-73. Affitto una sala nel Quartiere latino per capire come funziona questa attività. In un anno, faccio uscire dei film algerini e cileni. Ma, in breve tempo, ho la sensazione che non abbia nessun senso: le persone che venivano erano dei cinefili, era un ghetto e non mi interessava far star bene le loro coscienze.

Kechiche sapeva che, per contratto, non voglio film che superino l’ora e cinquanta e mi ha consegnato un film di più di tre ore (Venus Noir, Ndr). Un film in cui si vedevano chiaramente i momenti troppo lunghi. Tutti i grandi autori con cui ho lavorato, TUTTI, hanno sempre accettato i tagli.

Parlavamo di Resnais: appena ha terminato il montaggio di Mèlo, mi ha chiamato alle sei di mattina. Era nel panico. “Stanotte non ho dormito, sono terrorizzato”. Ho pensato al peggio, per esempio il film andato distrutto. No: “Marin, ci sono 45 secondi in più di quello che prevedeva il mio contratto”. Ecco cosa significa il senso morale di un grande realizzatore.

(domanda dell’intervistatore) Questo limite dell’ora è cinquanta è un’ossessione per lei…
Si tratta di rispetto. Con cinque spettacoli, si rispetta la vita delle persone. Gli orari di ufficio, il weekend, la vita in famiglia… Con quattro spettacoli, si perde il 30% degli spettatori. Perché fare dei film in queste condizioni? [...] I film di Bresson duravano un’ora e trenta. Bergman? Un’ora e trenta. Renoir? Un’ora e trenta. Pensiamo invece alla Cannes di quest’anno. I tre quarti dei film superavano le due ore. Per me, è uno scandalo produttivo, reso possibile soltanto perché ci sono dei produttori pessimi, persone che si fanno mettere i piedi in testa dai realizzatori. Non voglio più lavorare in questo modo”.


In Italia non abbiamo le stelle

Perché? Perché, mi dico io? Intanto, se non sapete di cosa si sta parlando, vedetevi questo trailer (che andrebbe studiato nelle scuole di cinema e di marketing):

The Fault in Our Stars (in Italia sarà Colpa delle stelle) è il classico film che i critici trattano con sufficienza (anche se, grazie magari a Shailene Woodley, ha ottenuto comunque un più che discreto 80% di pareri positivi su Rotten Tomatoes). Ed è il fenomeno a sorpresa del botteghino americano 2014 (David Poland ritiene che sia l’esordio più importante di quest’anno per risultati/aspettative: concordo), con un primo weekend da 48 milioni di dollari e un budget produttivo di 12.

Quello che però mi spingeva alla domanda iniziale è: perché film del genere non vengono fatti in Italia? L’unico esempio a mia memoria negli ultimi anni è Bianca come il latte, rossa come il sangue, film peraltro anche andato bene (3,3 milioni incassati) e che avrebbe dovuto portare a qualche successore. L’unico altro paragone possibile (ma decisamente distante) è quello con certe pellicole di Moccia, che comunque ormai sembra andare su altre strade.

Insomma, perché da noi il modello Love Story, uno dei maggiori successi degli anni settanta, fatica a prendere piede? Sarà mica l’ostracismo e la sufficienza con cui vengono trattate queste pellicole da tanti addetti ai lavori? Eppure, visto che non richiedono alti budget, sono prodotti che chiunque potrebbe fare con costi e rischi minimi. Che aspettiamo?

 


Il cinema d’autore è in salute?

La domanda potrebbe sembrare provocatoria e anche idiota, visto che veniamo, nel giro di meno di un anno, dalla vittoria del Leone d’oro (Sacro GRA), di Bafta, EFA e Oscar (La grande bellezza) e del Grand Prix a Cannes (Le meraviglie). Ma quali sono i risultati del cinema d’autore quest’anno?
Ecco i 20 migliori incassi di pellicole italiane del 2014 fino a questo momento:

1 UN BOSS IN SALOTTO ITA Warner Bros Italia S.P.A. € 12.294.227 1.884.700

3 SOTTO UNA BUONA STELLA ITA Filmauro/Universal € 10.262.233 1.641.591

6 TUTTA COLPA DI FREUD ITA Medusa Film S.P.A. € 7.866.844 1.265.977

13 IL CAPITALE UMANO ITA 01 Distribution € 5.585.336 909.191

21 ALLACCIATE LE CINTURE ITA 01 Distribution € 4.611.815 761.117

25 SMETTO QUANDO VOGLIO ITA 01 Distribution € 3.739.338 607.534

33 UNA DONNA PER AMICA ITA Warner Bros Italia S.P.A. € 3.006.533 482.505

34 AMICI COME NOI ITA Medusa Film S.P.A. € 2.944.976 487.017

43 SAPORE DI TE ITA Medusa Film S.P.A. € 1.912.721 306.872

44 COLPI DI FORTUNA ITA Filmauro/Universal € 1.872.832 284.495

46 UN MATRIMONIO DA FAVOLA ITA 01 Distribution € 1.791.013 297.937

49 UN FIDANZATO PER MIA MOGLIE ITA 01 Distribution € 1.715.265 354.789

52 LA GENTE CHE STA BENE ITA 01 Distribution € 1.568.620 252.728

59 UN FANTASTICO VIA VAI ITA 01 Distribution € 1.418.208 217.899

60 LA SEDIA DELLA FELICITA’ ITA 01 Distribution € 1.364.661 249.889

61 INDOVINA CHI VIENE A NATALE? ITA Medusa Film S.P.A. € 1.351.496 206.877

72 LA MAFIA UCCIDE SOLO D’ESTATE ITA 01 Distribution € 1.088.309 212.637

80 LE MERAVIGLIE ITA Bim Distrib. S.R.L. € 793.323 132.982

81 TI RICORDI DI ME? ITA 01 Distribution € 782.670 131.493

Prendendo in considerazione i primi 10, soltanto due i titoli arthouse che possiamo trovare, ossia i film di Virzì e quello di Ozpetek, per un totale appena sopra i 10 milioni di euro. Situazione ben differente l’anno scorso, quando nei primi sei mesi dell’anno Tornatore, Sorrentino e Salvatores facevano quasi 20 milioni di euro ed erano tutti nei primi dieci posti (La grande bellezza avrebbe poi guadagnato un altro milione nella sua lunghissima tenitura).

Se andiamo nei primi 20, si può discutere in che categoria inserire La gente che sta bene e La sedia della felicità, che comunque sono catalogabili come commedie. Comunque, l’anno scorso, c’erano invece da segnalare i (piccoli) fenomeni Viva la libertà (2,3 milioni) e Viaggio sola (1,8 milioni), sorprese che quest’anno non si sono avute (se non, in maniera ridotta, con il documentario di Walter Veltroni su Berlinguer, ventunesimo con 686k).

Tutto questo mi conferma che il pubblico d’essai si fissa su alcuni autori precisi (che, in questo caso, il loro pubblico se lo sono costruiti partendo nel millennio scorso) e senza avere molta voglia di rischiare. Insomma, dove sta il nostro Guillaume Gallienne, che con il suo esordio Tutto sua madre ha sbancato i César e conquistato quasi tre milioni di spettatori in Francia?

Comunque, dobbiamo ancora aspettare il risultato definitivo de Le meraviglie (attualmente a 822k), ma possiamo già dare per scontato che non entrerà nei primi dieci (a scanso di equivoci, sarà comunque un dato buono, considerando che Corpo celeste non era arrivato a 250k totali).

Insomma, semplificando un po’ (ma neanche tanto) potremmo dire che il cinema d’autore italiano è in salute, il pubblico d’essai un po’ meno. Ogni riferimento (un po’ cinico) all’età media di questo pubblico e alla mancanza di ricambio generazionale, è assolutamente voluto…