Il pubblico non ascolta più la critica?

animenere“Le critiche ai film sono negative? Mah, a dire il vero credo che il pubblico non ascolti più la critica. Quando guidavo Mikado Film un articolo del Corriere della Sera era in grado di spostare centinaia di migliaia di euro al botteghino. Ora, sia che scriva bene, sia che scriva male, non se ne accorge nessuno”.

La dichiarazione è di Alessandro Usai, amministratore delegato di Colorado Film production (tra i tanti film, il recente Tutto molto bello). Ha ragione? Più sì che no. Sì, molto è cambiato e in effetti il rapporto di fedeltà del pubblico alla critica è sicuramente meno solido che in passato. Ma è del tutto morto? No, ma solo per casi particolari. La mia impressione è che quando le recensioni sono veramente molto positive, in cui si nota che il parere non è di circostanza, allora i risultati possono (non sempre, ma in diversi casi) arrivare. Basti pensare ad Anime nere o Il giovane favoloso, che hanno ottenuto pareri straordinariamente favorevoli e degli incassi decisamente importanti.

Quello che invece non sembra più funzionare, è il parere ‘discreto’. Quando, insomma, un film è trattato con rispetto e stima, ma senza che si urli al miracolo. In quel caso, forse anche per l’eccesso di possibilità (non solo cinematografiche), lo spettatore non si fa convincere. Di esempi ne trovate quanti ne volete, a cominciare da tanti film italiani passati a Venezia. E’ una conferma alla mia teoria che, proprio come avviene per i blockbuster, il pubblico ormai si muove sostanzialmente solo per i film evento e che percepisce come tali. Difficile poi non constatare come la critica italiana sia indirizzata (rispetto ad altre nazioni, soprattutto Francia e Inghilterra) a difendere sempre di più i film molto difficili per il pubblico, senza appoggiare magari quel “crossover arthouse” che è in grado di trovare un ampio seguito (non sto dicendo che lo dovrebbe fare, è una semplice constatazione). Per quanto riguarda il cinema commerciale, la critica non è mai stata particolarmente importante (almeno, da quando seguo io il cinema, negli ultimi vent’anni).

Ma forse, più che la critica (che sostanzialmente fa lo stesso lavoro da decenni e questo per un mondo profondamente cambiato da Internet è un bel guaio), il problema è del pubblico. Che, senza ricambio generale, è molto diminuito per quanto riguarda i film d’essai. E così, se i titoli ‘forti’ ancora se la cavano (ma comunque meno che in passato), gli altri soffrono pesantemente l’assenza degli spettatori. Soluzioni? Francamente, non ne vedo di realistiche all’orizzonte…


I giovani e il cinema

salecinemaCosa bisogna fare per interessare i giovani al cinema? Partiamo dall’idea geniale italiana di una certa intelligencija, ossia insegnarlo a scuola, magari sostenendo che in tutto il resto del mondo avviene così (cazzata, ma fa tanto scena). E’ l’idea giusta? Come no, non vedo l’ora che a scuola si insegnino Antonioni, Bergman e il Rossellini degli anni cinquanta. Titoli che una persona adulta può anche apprezzare e amare, ma che il 99,8% dei ragazzi faticherà a capire e ottimi per portarli a vedere solo Michael Bay nella vita (quando va bene, altrimenti a non entrare più in una sala cinematografica). Fossi un produttore di videogiochi, farei attività di lobby per concretizzare l’idea di portare il cinema nelle scuole…

Non è difficile capire le ragioni di questa convinzione. Semplicemente, come sempre quando non si ha un’idea imprenditoriale buona, si scarica la responsabilità di trovarla sullo Stato. E magari, viste le aspettative che si avevano per la Festa del cinema, che alle condizioni che abbiamo visto è risultata sostanzialmente inutile, almeno è un atto di onestà.

Vediamo invece cosa viene fatto all’estero e in particolare in Francia. Dopo la ‘brutta’ annata nelle sale nel 2013 (sì, 195 milioni di biglietti da loro sono una brutta annata…), si è deciso di far pagare 4 euro a tutti quelli che hanno meno di 14 anni. E allora, citiamo qualche dato dal bilancio che è stato fatto dal CNC (Centre national du cinéma) e che serve a far capire il successo dell’operazione.

Intanto, il risultato più importante: nei primi sei mesi del 2014, ci sono stati 9,69 milioni di biglietti staccati a (o sotto i) 4 euro, mentre nel periodo 2010-2013 la media era di 1,64 milioni di ingressi di under 14. Insomma, 8,06 milioni di biglietti in più. Ovviamente, va segnalato che non si può considerare l’aumento di biglietti come un dato indipendente dall’offerta di film (che è stata particolarmente favorevole quest’anno e aiutata anche dalla diminuzione dell’Iva per i cinema, passata dal 7 al 5,5%), ma 8 milioni di biglietti in più rimangono comunque un dato straordinario.

E se pensate che l’operazione abbia ripercussioni solo sugli under 14, vi sbagliate. Infatti, l’acquisto di biglietti che costano 9 o più euro è aumentato nel primo semestre del 2014 del 20,7%, rispetto a un incremento complessivo delle entrate generali che si attesta al 10,4%. La spiegazione è semplice: visto che aumentano i bambini che vanno al cinema, lo stesso avviene anche gli adulti che li accompagnano. Peraltro, soluzione che aiuta anche le famiglie numerose e in difficoltà economica ad andare tutti insieme al cinema.

Torniamo agli under 14. Più di 2,6 milioni di persone hanno beneficiato di questa possibilità e così il 36,2% dei ragazzi tra i 6 e i 14 anni sono andati almeno una volta al cinema tra gennaio e aprile (nel 2013 erano stati il 30,9%). Inoltre, l’operazione ha aumentato la quota di questa fascia di età tra gli spettatori che vanno abitualmente al cinema, che prima erano rappresentati al 10,6% da questo target e che quest’anno lo sono invece all’11,9%.

Dati notevoli, considerando che in questo periodo è difficile far segnare un segno ‘+’ in qualsiasi modo e in qualsiasi settore. E scelta ancora più interessante, se consideriamo che per un biglietto in un cinema francese si può spendere anche più di 10 euro tra sabato e domenica (in Italia quindi un giusto corrispettivo sarebbe intorno ai 3,5 euro).

Insomma, il senso dell’operazione non è certo quello della festa del cinema, ossia far vedere titoli di seconda fascia a un prezzo scontato per una settimana. Qui si investe costantemente sui giovani, cosa fondamentale per avere un pubblico nei prossimi 60 anni. E senza dimenticare che quella fascia di età è anche la più disponibile a spendere molto per bibite e popcorn vari, rendendo lo sconto un ottimo affare per gli esercenti (che guadagnano in percentuale molto di più da queste voci che dal biglietto).

Insomma, aspettiamo che ci pensi lo Stato a trovare le soluzioni? O non vale la pena di provare a fare qualcosa? Magari non deve essere per forza questa la soluzione. Ma qualcosa facciamolo…


Troppe commedie in Italia?

bossUno dei grandi miti legati al cinema italiano e una fissa di tanti commentatori, è che ci sia un eccesso di produzione di commedie nel nostro Paese, genere accusato di cannibalizzare tutto il resto della cinematografia italiana e peraltro senza funzionare sempre. Vediamo di analizzare i dati. Questi i primi 20 incassi italiani del 2014 finora :

UN BOSS IN SALOTTO Warner Bros Italia S.P.A. € 12.308.185

SOTTO UNA BUONA STELLA Filmauro/Universal € 10.308.932

TUTTA COLPA DI FREUD Medusa Film S.P.A. € 7.926.848

IL CAPITALE UMANO 01 Distribution € 5.735.888

ALLACCIATE LE CINTURE 01 Distribution € 4.653.379

SMETTO QUANDO VOGLIO 01 Distribution € 4.021.803

UNA DONNA PER AMICA Warner Bros Italia S.P.A. € 3.010.540

AMICI COME NOI Medusa Film S.P.A. € 2.945.618

SAPORE DI TE Medusa Film S.P.A. € 1.913.801

COLPI DI FORTUNA Filmauro/Universal € 1.873.370

UN MATRIMONIO DA FAVOLA 01 Distribution € 1.803.552

WINX CLUB – IL MISTERO DEGLI ABISSI 01 Distribution € 1.787.582

UN FIDANZATO PER MIA MOGLIE 01 Distribution € 1.725.053

LA GENTE CHE STA BENE 01 Distribution € 1.571.589

LA SEDIA DELLA FELICITA’ 01 Distribution € 1.462.407

UN FANTASTICO VIA VAI 01 Distribution € 1.420.107

INDOVINA CHI VIENE A NATALE? Medusa Film S.P.A. € 1.352.123

LA MAFIA UCCIDE SOLO D’ESTATE 01 Distribution € 1.308.123

FRATELLI UNICI 01 Distribution € 1.193.010

LE MERAVIGLIE Bim Distrib. S.R.L. € 1.020.377

Di questi, ci sono 16 commedie (che spaziano dal commerciale più puro, a un film molto acclamato da critica e premi come l’esordio di Pif), più un cartone animato che si potrebbe considerare ‘avventura’ ma anche comico (nota: animazione non è un genere, ma un mezzo di espressione, altrimenti dovremmo mettere le Winx e l’ultimo Miyazaki nello stesso calderone). Le eccezioni sono Virzì (che ha fatto un film drammatico dopo tante commedie), Ozpetek (melodramma) e la Rohrwacher (pellicola autobiografica malinconica, che peraltro se non avesse vinto un premio importante a Cannes sicuramente non sarebbe stata tra i primi venti incassi).

Quindi, 16 o 17 (a seconda di come la pensiate sulle Winx) su 20 dei maggiori successi italiani dell’anno sono commedie. Insomma, credo di aver chiarito senza ombra di dubbio che lamentarsi delle troppe commedie prodotte è come stupirsi che al supermercato ci siano tanti barattoli di Nutella e anche in bella vista. Direi che dipende dalla richiesta dei consumatori, più che da imposizioni della famiglia Ferrero o da pigrizia mentale dei direttori di supermercato.

Certo, si dirà (e molti commentatori lo fanno) che non tutte le commedie finiscono nei primi incassi italiani (e, peraltro, magari anche quelle che lo fanno, non è detto che si ripaghino dei costi, che possono essere ingenti). Ma ovviamente in qualsiasi settore c’è chi ha successo e chi meno, il che non significa che investire sulle commedie sia di base un azzardo e che due o tre commedie che non funzionano indicano che il pubblico non vuole più vedere questo genere (tesi simile a quella secondo cui gli statunitensi sono stanchi dei blockbuster). Forse, ho l’impressione che, per chi non ha attori famosi e in generale capitali importanti, fare una commedia non sia necessariamente la strada migliore, visto che si rischia di non trovare il giusto spazio. Per quanto riguarda la cannibalizzazione, sì e no, ma più che altro verso lo stesso genere. A novembre uscirà una commedia importante-commerciale a settimana (quattro in tutto) e temo che non tutti troveranno i risultati sperati, ma su 44 titoli totali che arrivano a novembre, non è certo un’overdose di commedie. Più che altro, lamentiamoci che da marzo a ottobre non c’erano titoli commercialmente fortissimi di questo genere.

Ma se proprio dobbiamo discutere di un settore in cui la produzione è sicuramente più alta della domanda, quello è il cinema sociale (scusate, mi sono rotto di parlare di cinema d’autore, per tanti prodotti l’autorialità è solo presunta). Quello insomma che affronta alcune tematiche perfette (razzismo, situazione giovanile, criminalità, ecc.) per trovare i finanziamenti pubblici, un po’ meno (molto meno) per trovare il pubblico vero e proprio. Non discuto il fatto che si possa e si debba sostenere dei giovani esordienti (anche se certi film prodotti con l’idea di andare in sala sono sicuramente troppi rispetto alla richiesta del pubblico), ma sicuramente si potrebbero aiutare dei film e delle tematiche più variegate. Comunque, se proprio si vuole trovare un’anomalia nella produzione, si può incominciare da questo settore. Magari anche notando che il cinema d’essai ha solo tre prodotti non comici nei primi venti incassi, anche per via dei pessimi risultati (Anime nere escluso) dei titoli veneziani…

 


L’America rifiuta i blockbuster?

guardianidellagalassiaSiamo subissati da mesi di articoli che urlano alla crisi di Hollywood e al rifiuto di questi prodotti da parte del pubblico, che vorrebbe novità e storie non fotocopiate. Tutto questo perché il botteghino americano ha subito un calo durante l’estate. Ma è proprio così? Vediamo i dieci maggiori incassi negli Stati Uniti nel 2014 e i relativi risultati:

1 – I Guardiani della galassia 319M
2 – Captain America: The Winter Soldier 259M
3 – The LEGO Movie: 257M
4 – Transformers 4 – L’era dell’estinzione 245M
5 – Maleficent 240M
6 – X-Men: Giorni di un futuro passato 233M
7 – L’alba del pianeta delle scimmie 207M
8 – The Amazing Spider-Man 2 202M
9 – Godzilla 200M
10 – 22 Jump Street 191M

Quindi nell’ordine abbiamo:

1 – Una pellicola originale della Marvel tratta da un fumetto e che sfrutta tutta la potenza del brand Marvel
2 – Un sequel di un film della Marvel, con un supereroe apparso anche in Avengers
3 – Un film tratto da un popolare gioco, con alcuni personaggi (tra gli altri, Batman, Superman, Gandalf) di popolari saghe di Hollywood
4 – Un quarto episodio di una saga (o terzo sequel, come preferite)
5 – Una nuova versione di una popolare fiaba, già portata diverse volte sullo schermo
6 – Un sequel/prequel di una saga che nel terzo millennio, tra X-Men e Wolverine, ha visto prodotti altri sei episodi, se non ho fatto male i conti
7 – Un sequel di un reboot di una celebre saga degli anni sessanta, che era stata già remakata con poco successo nel terzo millennio da Tim Burton
8 – Un sequel di un reboot di una trilogia iniziata meno di quindici anni fa
9 – Un reboot della versione americana (uscita meno di vent’anni fa) di una celebre saga giapponese
10 – Un sequel di un film basato su una serie televisiva anni ottanta

Cazzo, è la fiera del nuovo che avanza! Siamo in una rivoluzionaria era del cinema, che sta cambiando tutto quello che conoscevamo! E, tanto per la cronaca, all’undicesimo posto ci sono Tartarughe ninja, al dodicesimo Dragon Trainer 2. Sempre più originali, no?

La realtà è semplice. A chi scrive di cinema (soprattutto quelli competenti) fa schifo buona parte di questi film (in alcuni casi, schifo che condivido, proprio per la mancanza di originalità). Ma piuttosto che accettare che la Hollywood moderna produce quello che vuole il pubblico (che, appunto, desidera conoscere bene quello per cui paga e non avere molte sorprese) e che da questi film (non certo per adulti) escono sempre fuori i maggiori successi dell’anno, si preferisce sfruttare un calo degli incassi (per ora, molto meno preoccupante e significativo di quanto venga urlato) per dire che il pubblico rifiuta i popcorn movie. Peccato che la pistola fumante (aka, film maturi e intelligenti nei primi posti del botteghino) proprio non ci sia. Insomma, sarebbe meglio accettare la realtà, invece di continuare a inventarsela…


Gli errori del cinema italiano

Vista la scorpacciata che faccio di cinema italiano per lavoro, credo sia utile fare il punto su alcuni difetti che ritrovo spesso in molti titoli. Certo, ci sono anche i pregi, ma quelli non sono interessanti come i difetti e se uno deve scrivere qualcosa in merito, conviene farlo per cercare di dare qualche consiglio ai futuri/attuali nuovi registi e sceneggiatori:

cinecittà- Lo so, il film a tesi può funzionare bene per esprimere la vostra autorialità (e magari, se la tesi è “giusta”, anche per essere finanziati). Ma se partite da quella (anche e soprattutto per quanto riguarda il finale) e arrivate a far fare cose assurde ai vostri personaggi, che ci avete descritto fino a un minuto prima come assolutamente diversi, non va bene. Discorso simile per le citazioni e i riferimenti (anche qui, soprattutto nel finale): sono coerenti con quello che avete raccontato? O è solo un vezzo cinefilo che vi permetterà di avere un consenso dei critici, felici perché hanno qualcosa di cui parlare mostrando la loro cultura?

– Se pensate che per farci capire un personaggio basti mostrare il quotidiano che legge (a proposito, piccolo consiglio: se sono under 40 e hanno un giornale in mano, forse c’è un refuso nel vostro script) o la sua libreria, no, non basta. Se vi chiamate sceneggiatori e lo siete veramente, li descriverete benissimo tra le righe, facendo capire quello che sono grazie a dialoghi naturali e non a una voce off narrante che deve sopperire alla vostra pigrizia.

– E’ sempre difficile descrivere i giovani. Ma create sempre dei personaggi umani (positivi o negativi che siano), non un trattato sociologico in cui Internet o la televisione sono responsabili di tutto e loro degli zombi incapaci di riflettere/avere sentimenti complessi. Se è questo che pensate dei giovani, non ne parlate, è meglio…

– “Se l’esposizione è l’unica giustificazione per la presenza di una scena, uno sceneggiatore disciplinato la straccerà e tesserà quelle informazioni in qualche altra parte del film. Nessuna scena che non comporti una svolta: questo è il nostro ideale”. Lo scriveva Robert McKee nel suo fondamentale Story, ma molti registi/sceneggiatori nostrani probabilmente non l’hanno letto. Si potrebbe così capire perché, nonostante spesso vogliano fare film per un pubblico adulto e intelligente, ripetono gli stessi concetti per decine di volte. Quello però non è cinema, ma propaganda a chi già la pensa come te…

– Ok, non volete fare il solito film narrativo e piatto, con sceneggiatura didascalica e regia scolastica. Ottimo, ma prima di pensare che siete impegnati in qualcosa di coraggioso e rivoluzionario, chiedetevi se qualcun altro prima di voi non l’ha già fatto, magari 20-30 anni fa, e con maggiore energia. Inoltre, potete anche essere più bravi tecnicamente di David Fincher (tranquilli, non lo siete), ma se i vostri personaggi non trasmettono emozioni, siete comunque fottuti…

– Non disprezzate il vostro pubblico e soprattutto non disprezzate quello che non sarà mai il vostro pubblico. Troppo facile indurre alla risata con il personaggio di destra ignorante e semianalfabeta. Convincerà magari qualche sinistroide nostalgico, ma non basta a fare un film…

C’è altro? Sicuramente sì. Ma intanto se possiamo lavorare su questi punti, sarebbe già un buon punto di partenza…


Voglio un Luc Besson italiano!

lucbessonL’ho ripetuto e scritto diverse volte questi anni, ma dopo la visione di Lucy un articolo a riguardo è doveroso. Sinceramente, non ho adorato un film di Besson dai tempi di Nikita e questo non fa eccezione. Mi è piaciuta molto Scarlett Johansson (sicuramente ben al di sopra delle interpretazioni standard per film del genere) e un bel cinismo di fondo nel film (la protagonista non è certo una supereroina dalla morale irreprensibile, in questo credo che l’influenza del Dottor Manhattan di Alan Moore si senta parecchio), ma non finirà nella mia top ten annuale.

Il punto fondamentale è un altro: a parte il fenomeno Colpa delle stelle, Lucy è il successo dell’anno (40 milioni di budget produttivo e 378 di incasso finora, ma supererà sicuramente i 400) e il cinema italiano avrebbe tanto bisogno di un Luc Besson. Un regista/produttore/mogul cinematografico, senza paura di costruire un impero, che parte da propri successi personali per creare una major europea, capace di produrre decine di film con budget importanti, far emergere registi che passeranno a Hollywood e riuscire a creare lavoro per migliaia e migliaia di persone.

E’ questo che rende forte una cinematografia, non un Oscar o una Palma d’oro, di cui quasi sempre beneficiano soltanto quelli coinvolti nel film premiato, con pochissima ricaduta economica su tutto il settore. Perché, a scanso di equivoci, continuare a pensare che il cinema italiano possa tornare (economicamente) grande nel mondo solo con il sostegno dello Stato e con pellicole ‘impegnate’/d’essai, è una grandissima stronzata. Serve invece un imprenditore come Besson che rischia, si prende le sue belle bastonate talvolta, ma costruisce qualcosa di importante. Perché nessuno lo pretende in Italia? Perché tutta l’attenzione è sul candidato italiano all’Oscar o sui titoli che vanno a Cannes? Forse perché è più facile tirar fuori uno o due titoli che se la cavano bene su questo versante, che decine di film economicamente vantaggiosi e che funzionano in tutto il mondo?

 


Il futuro (non) è adesso

Avete letto della petizione del mondo del cinema italiano perché le istituzioni sostengano la diffusione della banda larga in tutta Italia, che tra i tanti benefici magari porterebbe anche Netflix nel nostro Paese? E delle numerose iniziative di piazza che gli artisti italiani hanno organizzato per favorire questa causa? Se non ne avete sentito parlare, non vi preoccupate: me lo sono inventato.

Il fatto è che in Italia il mondo del cinema è malato di necrofilia. Non si pensi che io stia esagerando, il termine giusto è proprio necrofilia. Basti pensare che, mentre per un tema come la banda larga non c’è nessun passione corporativa, ci fermiamo sempre per realtà come l’Eliseo che sta chiudendo o la situazione complicata del cinema America, sostenute da centinaia di mass media e artisti.

In questo secondo caso, io capisco che si possa simpatizzare per questi giovani ragazzi, che sicuramente sono pieni di passione. Ma perché si pensa che dove hanno fallito a suo tempo i professionisti di Cecchi Gori, dei ragazzi senza esperienza dovrebbero avere successo? O forse, più probabile, si ritiene che quello che non si può ottenere dal Mercato, lo debba mettere lo Stato?

Ci sono due cose che trovo decisamente sgradevoli di questa vicenda. La prima è che si fa passare il messaggio che TUTTE le sale d’essai vanno male per colpa del poco supporto delle istituzioni, quindi l’unica alternativa è che lo Stato/Regione/Comune sostenga mecenatisticamente i cinema. E’ un insulto a sale (solo per fare qualche nome) come il Barberini di Roma, l’Anteo di Milano o il Centrale di Torino, che pur con mille difficoltà staccano molti biglietti e magari per film non facilissimi.

La seconda (ancora più sgradevole) è che complimentandosi con queste iniziative, si sta sostanzialmente dicendo agli esercenti ‘regolari’ che sono degli imbecilli ad aver comprato le mura (o a pagare un affitto) del loro cinema, a saldare regolarmente IMU e TARSU, nonché le banali bollette. Perché non si può tifare per chi non si potrà mai permettere di pagare tutto regolarmente (a cominciare dal valore commerciale delle mura del cinema) e poi guardare negli occhi chi deve essere in regola su ogni singola minuzia burocratica, senza se e senza ma.

In tutto questo, ritorna il mio discorso iniziale: il problema del cinema italiano è la necrofilia. L’attenzione enorme per tutto quello che c’era e il totale disinteresse verso il nuovo, di cui spesso non si capisce nulla. Può essere il fatto di parlare costantemente di un grande regista degli anni cinquanta o di un cinema che esisteva già a quel tempo e che rischia la chiusura, senza pensare ai tanti che sono nati negli ultimi vent’anni. O alle guerre sante che si facevano fino a poco tempo fa per salvare le videoteche, che ormai (a parte rarissime e lodevoli eccezioni) non avevano più nessun motivo di esistere. O certe polemiche sulla pirateria e il web, che ancora uno o due anni fa sembrava l’equivalente di Saddam Hussein. Insomma, quando iniziamo a occuparci del nuovo che non avanza?


La realtà di Venezia

E’ un tema molto dibattuto: il Festival di Venezia sceglie film che non hanno mercato? E’ vero che questi titoli non trovano più distribuzione nel nostro Paese? Visto che non mi piace parlare per impressioni superficiali, ho preferito fare una ricerca sui film distribuiti in Italia tra quelli passati al Concorso di Venezia (ossia, la sezione più importante e di maggiore visibilità) e sui loro risultati economici (tra parentesi, i dati in euro dopo il titolo).

Questi i film del Concorso del 2010:

Distribuiti:

Il cigno nero (6.022.593)
La solitudine dei numeri primi (3.424.199)
La versione di Barney (2.622.127)
La passione (2.442.526)
Somewhere (2.055.555)
Noi credevamo (1.510.147)
Potiche (857.762)
La pecora nera (615.952)
Miral (228.898)
13 assassini (187.866)
Venere nera (117.070)
Silent Souls (87.584)
Detective Dee e il mistero della fiamma fantasma (81.916)
Post Mortem (44.072)
Ballata dell’odio e dell’amore (13.102)
Essential Killing (uscito in home video)

Non distribuiti

The Ditch
Happy Few
Promises Written in Water
Road to Nowhere
Meek’s Cutoff
Norwegian Wood
Attenberg
Drei

Percentuale film distribuiti: 66,6%
Media incasso per film: 1.354.091 euro

Questi i film del 2011:

Distribuiti

Le idi di marzo (4.005.109)
Carnage (3.580.204)
La talpa (2.753.540)
A Dangerous Method (2.390.868)
Terraferma (1.706.944)
Shame (1.145.834)
Quando la notte (537.153)
Faust (494.378)
Pollo alle prugne (475.112)
A Simple Life (270.940)
Killer Joe (226.782)
Le paludi della morte (132.347)
L’ultimo terrestre (124.583)
Himizu (acquistato ma non distribuito)
4:44 Last Day on Earth (distribuito solo in home video)

Non distribuiti

Dark Horse
Life Without Principle
Wuthering Heights
Warriors of the Rainbow
Ren Shan Ren Hai
Un été brulant
The Exchange
Alpis

Percentuale film distribuiti: 65%
Media incasso per film: 1.372.599 euro

Questi i film del 2012:

Distribuiti

The Master (1.435.791)
Bella addormentata (1.253.619)
Spring Breakers (919.518)
E’ stato il figlio (894.917)
La sposa promessa (569.706)
Pietà (482.993)
Un giorno speciale (225.227)
Qualcosa nell’aria (183.920)
To the Wonder (166.749)
La quinta stagione (24.912)

Non distribuiti

Thy Womb
At Any Price
Passion
Superstar
Outrage Beyond
Linhas de Wellington
Betrayal
Paradise: Faith

Percentuale film distribuiti: 55%
Media incasso per film: 615.735 euro

Questi i film del 2013:

Distribuiti
Philomena (6.031.921)
L’intrepido (1.263.298)
Sacro Gra (1.097.801)
Si alza il vento (988.337)
Via Castellana Bandiera (418.960)
Tracks (295.834)
Under the Skin (133.171)
Miss Violence (108.039)
La Jalousie (49.584)
Ana Arabia (10.789)
La moglie del poliziotto (6.919)
The Unknown Known (6.273)
Parkland (uscito solo in tv/home video)
The Zero Theorem (comprato, non ancora uscito)
Joe (comprato, non ancora uscito)

Non distribuiti

Tom à la ferme
Child of God
Night Moves
Stray Dogs
Les terrasses

Percentuale film distribuiti: 75%
Media incasso per film: 867.577 euro

E’ ovviamente prematuro fare discorsi sul 2014, visto che alcuni film potrebbero essere acquistati tra alcuni mesi (o anche tra un anno), ma siamo già al 50% di film con una distribuzione e quindi è legittimo pensare che non si farà peggio del 2012 e che ci si potrebbe avvicinare a una percentuale simile (65-66%) a quella del 2010-2011. Insomma, possiamo tranquillamente smentire la diceria che “i film di Venezia non trovano più distribuzione”, soprattutto considerando che nel 2012 c’è stato un record positivo in questo senso.

Più problematico il discorso degli incassi. Trattandosi di medie, un calo di oltre il 50% nel 2012 e di quasi il 40% nel 2013 rispetto al biennio precedente, è un segnale chiaro che i film scelti avevano delle potenzialità commerciali minori (ed è sinceramente difficile pensare che ci sia un nuovo Philomena da sei milioni di incasso tra i titoli passati qualche settimana fa). Qui ovviamente ci saranno due partiti contrapposti: chi sosterrà che un Festival come Venezia deve privilegiare i film difficili, senza preoccuparsi del Mercato; e chi avrà una conferma della distanza sempre maggiore tra la manifestazione e il pubblico (anche e soprattutto quello d’essai) che va in sala.

Comunque sia, questi dati confermano anche che il festival di Venezia rischia di diventare meno appetibile per i film americani, le loro star e, di conseguenza, anche per gli sponsor che circondano la Mostra, che ovviamente hanno bisogno di legare i loro brand a realtà commercialmente importanti. Così come ci sarà meno interesse da parte dei compratori di film, se poi i risultati sono questi. Insomma, comunque la pensiate, è importante sapere questi dati, per fare al meglio ogni tipo di analisi approfondita e non superficiale…


Cose realmente importanti…

Lavoriamo un po’ di fantasia. Immaginiamo che Carlo Verdone quest’anno a Venezia fosse stato presidente di giuria e non un semplice componente della stessa. Immaginiamo anche che l’unico premio uscito per i film italiani fosse quello destinato al miglior giovane attore, ossia uno dei meno importanti. Facile prevedere che Verdone (o chi per lui) sarebbe stato considerato un traditore del cinema italiano, con polemiche infinite sui mass media.

Eppure, è quello che è successo quest’anno con la Francia e il presidente di giuria Alexandre Desplat, che ha portato al suo Paese solo il premio per Romain Paul. La differenza? Che sui quotidiani francesi nessuno si è scandalizzato e ha proposto petizioni per il ritiro del suo passaporto. Sarà frutto di una cultura diversa, che giudica i risultati del cinema francese in un’ottica più generale e non solo legata ai Festival?

P.S.
Si parla tanto di invasione culturale americana nei nostri cinema. Ma che dire dell’invasione francese del Festival di Venezia di quest’anno, peraltro con prodotti sinceramente deludenti (preciso solo che non ho visto il film di Cantet premiato alle Giornate degli autori)? Talmente forti che ‘impongono’ anche i loro prodotti di seconda fila (talvolta, anche terza) nel nostro principale Festival. Ne vogliamo parlare?


Due pesi, due misure

Qual è il criterio migliore per giudicare i film? Personalmente, credo che la soggettività abbia un ruolo fondamentale e quindi non mi scandalizzo per dei giudizi forti, visto che sono il primo ad aver espresso opinioni in contrasto con la maggioranza su tanti film importanti nelle mie precedenti vesti professionali. Credo però che spesso ci siano dei pregiudizi forti e discutibili di carattere ideologico-geografico.

Prendiamo due film che parlano di adolescenti come Colpa delle stelle e Le dernier coup de marteau, il primo grande successo internazionale a sorpresa, il secondo una pellicola francese apprezzata a Venezia quest’anno. ATTENZIONE: seguono spoiler pesanti su entrambi i film, se non li avete visti e non volete rovinarvi le rispettive visioni, non continuate a leggere.

Colpa delle stelle. Ci sono sicuramente degli espedienti discutibili (soprattutto l’applauso nel museo di Anna Frank, molto sgradevole), ma nulla che non rientri nella casistica dei melodrammi. I protagonisti stanno male, molto male. Uno di loro muore, l’altra ha i giorni contati. Il coprotagonista diventa cieco e la sua ragazza (che gli aveva giurato eterno amore) lo lascia. Uno scrittore famoso è ormai diventato un ubriacone inacidito, dopo la morte della giovane figlia. I genitori dei ragazzi vivono un’esistenza infernale. Questa è la situazione dei personaggi del film che molti quotidianisti considerano furbetto (trattandolo con sufficienza enorme) e che invece mostra brutalmente che si può morire giovani, dopo aver sofferto tanto, e al massimo avere qualche giorno di felicità nella propria vita. Non esattamente un messaggio da poco, in una Hollywood ormai sempre più impegnata con supereroi e storie superficiali.

Che accade invece ne Le dernier coup de marteau, apprezzato da molti a Venezia? Per quasi tutto il film, vediamo un ragazzo (giustamente) incazzato con il mondo e vittima di una situazione familiare di grande disagio (economico e morale). Ma, negli ultimi venti minuti, questo giovane che non si allena minimamente, supera un importante provino di calcio, in cui peraltro lo vediamo svogliato per la maggior parte del tempo, tanto che l’azione fondamentale per farsi apprezzare deriva dal fatto che non corre. Poi riallaccia un rapporto importante con il padre, che non lo aveva mai riconosciuto, e che invece adesso decide di passare tanto tempo con lui, arrivando a invitarlo assieme alla madre al concerto e poi a seguirli in un’altra città. Un finale così ottimista che, fosse stato fatto da una major hollywoodiana, sarebbe stato stroncato ed etichettato come zuccheroso e inverosimile, ma che invece non ha minimamente scosso tanti recensori al Lido, che anzi hanno apprezzato.

Riassumendo, un film americano in cui il protagonista maschile muore in maniera scioccante dopo aver subito l’amputazione di una gamba (mostrata coraggiosamente in una scena che qualcuno ha trovato ridicola, vabbeh) e in cui, anche se non la vediamo sullo schermo, la protagonista non durerà molto di più, è trattato con evidente disprezzo. Un film francese in cui, dopo 70 minuti ultrapessimisti, arriva un happy ending incredibile, viene invece accolto con grande rispetto. Più che i film veri e propri, sembrano contare i passaporti. E i pregiudizi